L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 2 marzo 2020

La Strategia del Caos e della Paura domina il Medio oriente e ancora non si è dispiegata la polmonite virale

ASTENSIONISMI PERSIANI


(di Gino Lanzara)
01/03/20 

Il quadro geopolitico mediorientale è prossimo ad entrare in una fase susseguente ai risultati elettorali di diversi Paesi, un momento che si innesta su una perdurante instabilità destinata a condizionare la trama delle relazioni internazionali sia a livello regionale che globale; vedremo poi come la realtà, spoglia di motivazioni ideologico-religiose, è riuscita ad oltrepassare l’immaginazione, per effetto delle dinamiche indotte dall’emergenza sanitaria che ha coinvolto anche il nostro Paese. Cominciamo dagli esiti acquisiti, quelli iraniani, per passare ad un quadro che, anche se geograficamente molto più ridotto, non può non condurre a possibili squilibri di più ampio respiro, quello israeliano.

Oltre che in Iraq e Libano, anche Teheran deve fare i conti con contestazioni interne che puntano a stigmatizzare, dal 2017, il peggioramento delle condizioni economico-strutturali ed inflattive, di problematica distribuzione idrica, e di disagio politico che non appaiono di facile e rapida soluzione, nonostante i reportage di avventati turisti per caso asseriscano il contrario.

Data la decentralizzazione delle proteste, e la forza pervasiva di un apparato di sicurezza che dalle contestazioni del Movimento Verde del 20091 ha tratto notevoli insegnamenti circa prevenzione e repressione, l’ipotesi di un regime change appare improbabile; sarebbe tuttavia avventato non tenere conto di una situazione che, nel tempo, sta proponendo uno scontro generazionale tra clerico-radicali e giovani.

La vittoria elettorale dell’ala conservatrice più retriva, che va letta nell’ottica del prossimo suffragio presidenziale, più che esaltare l’aspetto religioso, può essere interpretata sotto una prospettiva nazionalista, ispirata dal risveglio di caratteri di fatto da sempre presenti nel DNA Persiano, che nel corso della storia ha privilegiato contestazioni sporadiche piuttosto che rivoluzioni, mancando spesso di un coordinamento efficace nell’esecuzione delle azioni collettive.


Politicamente gli eventi sono stati strumentalizzati per attaccare il riformista Rouhani, mentre l’obiettivo principale era costituito dalle società finanziarie private collegate ad istituzioni religiose ed a Guardiani della Rivoluzione.

In sintesi, pur considerando l’incidenza dell’impianto sanzionatorio americano, non si può trascurare la problematica struttura interna a livello economico-istituzionale e di controllo delle informazioni, al momento di esclusivo appannaggio di uno Stato chiamato a decidere circa la rinuncia al programma nucleare JCPOA, ed al sostegno ai proxy regionali (Hezbollah - Hamas), un segnale indirizzato verso le espansioni sino-russe, e supportato da sanzioni che compensano l’intendimento americano di ritiro da un’area che ha invece sempre più bisogno di credibili rassicurazioni politico-militari in Arabia Saudita, EAU e Kuwait. L’esecuzione di Qasim Soleimani, e la reazione iraniana, di fatto, hanno costituito un modo più economico per risolvere i problemi di credibilità dissuasiva USA, mai così pungente verso l’intellighenzia iraniana, preoccupata per la manifesta vulnerabilità dei singoli target.

Un eccessivo indebolimento iraniano potrebbe comprimere il ruolo israeliano di protettore nucleare del Regno Saudita, ma rassicurare Gerusalemme circa il depotenziamento di Hezbollah, a patto di mantenere una coesione nazionale finora garantita solo da uno stato di pericolo immanente.

Sul piano geopolitico, e malgrado la vittoria conservatrice, la strategia iraniana rimane estremamente pragmatica, prova ne sia che il lancio di missili quale rappresaglia per l’eliminazione di Soleimani è stato preceduto da opportuni avvisi.

l’Iran è ad un bivio: da un lato tenere il punto correndo il rischio di spezzare il fronte interno, dall’altro ammorbidire le posizioni verso gli USA depotenziando la sua teocrazia; in ogni caso, una scelta foriera di rischi sensibili; l’esclusione - sanzionata dagli USA - di molti candidati riformisti alle elezioni per i Majilis da parte del Consiglio dei Guardiani2, potrebbe essere un indicatore dei timori che agitano la dirigenza khomeinista, priva di veri leader e comunque condizionata da sentimenti ambivalenti: da un lato quello propriamente sciita dell’isolamento, dall’altro quello che desidera proiettare potenza nella regione mantenendo proficui rapporti sino-russi, ma senza dimenticare la più forte astensione elettorale dalla nascita della Repubblica (42%)3: di fatto, da un punto di vista politico, una imbellettata debacle istituzionale che pone dubbi circa la credibilità della classe dirigente.

Voti e Qabala

Se Teheran piange, Gerusalemme non ride: da urne chiuse a suffragi ripetuti. L’esito del terzo voto in 11 mesi previsto il 2 marzo in Israele rimane incerto, e caratterizzato da scandali e propaganda.


Stando agli ultimi sondaggi, né Netanyahu né Gantz (fondatore di Kahol-Lavan, "Blu e bianco" - nella foto, in piedi), riusciranno a conseguire la maggioranza, tanto da non far escludere l’ipotesi di una quarta tornata elettorale, a meno che i vari outsider non propendano per un cambio di indirizzo politico tale da permettere un nuovo allineamento di alleanze utile a definire un più stabile quadro politico.

Dal 2009 Netanyahu ha plasmato la vita politica israeliana, tanto da riuscire ad essere il premier più longevo e polarizzante della storia del suo Paese, fino a quando non sono insorti i problemi conseguenti al suo coinvolgimento in inchieste su episodi di corruzione, per i quali esiste il precedente della caduta del governo a guida Likud nel 1992; legittimo ritenere che la convocazione di elezioni anticipate già nell’aprile dello scorso anno fosse funzionale alla formazione di una nuova coalizione di centro destra in grado di garantirgli l’immunità.

L’imprevisto, concretizzatosi nella defezione di Avigdor Lieberman, storico sostenitore del Likud ed ago politico della bilancia, ha di fatto impedito qualsiasi possibilità di formare un esecutivo, anche cercando la cooptazione di altri esponenti politici esterni. Ulteriori difficoltà sono insorte con la discesa in campo dell’ex capo di stato maggiore di Tsahal, Gantz, dal mancato supporto fornito dall’attività in politica estera, piano Trump compreso, e dal non apprezzato buon andamento dell’economia, che non hanno attratto i voti a lui necessari. L’epilogo delle elezioni di settembre, malgrado la fedeltà di partito ed alleati, è noto: nuova consultazione il 2 marzo.

La percezione diffusa è che sia Netanyahu che Gantz si stiano vicendevolmente annullando, visto che il margine entro cui stanno operando sembra essere molto esiguo; i sondaggi non sembrano indicare variazioni significative di orientamento, tenuto conto tuttavia di una piccola percentuale flottante di elettori che potrebbe decidere delle sorti elettorali, e su cui puntano l’attenzione i due schieramenti. Gantz mira alla lotta alla corruzione secondo un appeal sociale che, tuttavia, sia pur con dichiarazioni non sempre coerenti, rifiuta un’alleanza con il blocco di centro sinistra rappresentato dalla Arab Joint List, composto da arabi israeliani, e mantiene posizioni conservatrici verso i territori palestinesi non disdegnando il Piano Trump.

In sintesi, sembra quasi che l’obiettivo primario sia solo quello di allontanare Netanyahu, il cui futuro potrebbe in ogni caso essere condizionato dall’esito delle Presidenziali USA.

Che esista una concreta possibilità di stallo è evidente; l’unico modo per evitarla, scansando il rischio del blocco definitivo della vita politica del Paese e dell’approvazione del bilancio, consiste nel ricondurre Lieberman nell’alveo dell’alleanza del centro destra e dei partiti religiosi fautori della legge che esenta dal servizio militare chiunque affermi che "lo studio della Torah è la mia occupazione", oppure operando con decisione su quel piccolo nucleo di elettori di centro ancora indecisi, o, ipotesi fantasiosa, sperare in un passo indietro di Netanyahu, cosa che sdoganerebbe probabilmente un Likud in difficoltà.

Molto più realisticamente, laddove ancora non si riuscisse ad addivenire ad una soluzione per via elettorale, alla luce dei danni che insorgerebbero per il Paese, si potrebbe teorizzare una via compromissoria che, con una limitazione temporale ragionevole, permetta al leader del Likud di uscire dall’impasse, condividendo il potere con il concorrente Gantz.


Le elezioni al tempo del virus

Mentre Egitto, EAU ed Arabia Saudita invitano i palestinesi a valutare la proposta Trump, ritenendola realisticamente migliorabile, il coronavirus, come un candidato silente, ha fatto la sua comparsa in Iran, dove sono state accertate vittime e contagi, ed è atteso in Israele, che sta cercando di limitare pericolosi accessi sul territorio.

Inutile nasconderselo: tutta l’area MENA può diventare un potenziale veicolo di contagio, con casi che stanno interessando anche Iraq, Bahrein, Kuwait, EAU, Egitto, Marocco, Oman, Libano. Tenuto conto che l’Iran non sembra essere in grado di fornire dati coerenti circa il contagio, non possiamo non valorizzare quanto asserito dall’Ayatollah Khamenei, che ha definito le elezioni come una “jihad pubblica”, una sorta di “prova divina” in grado di garantire il rispetto dei detrattori.

Quel che è più importante rimarcare, è che la mezzaluna sciita, così pazientemente costruita dal generale Soleimani, potrebbe essere ridimensionata dalle misure prese contro un nemico imprevedibile.

1 Contrario all’elezione del presidente Ahmadinejad
2 Circa 7.300 su 16.000
3 Solo a Teheran, il 75% degli aventi diritto al voto non ha partecipato

Foto: IRNA / The White House

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