L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 marzo 2020

L'Italia è una Nazione ma non autonoma ne indipendente


febbraio 28, 2020 • Io Leggo


di Davide Cavaliere –

Adriano Scianca, direttore de Il Primato Nazionale e redattore per La Verità ha dato alle stampe un piccolo gioiello, un’appassionata difesa dell’Italia come non se ne vedevano da Omaggio agli italiani di Ida Magli e, al tempo stesso, una ricostruzione dell’identità italiana: La nazione fatidica. Elogio politico e metafisico dell’Italia. Un testo pregno, ricco, impossibile da eviscerare nella sua totalità.

Scianca segue un percorso che intreccia, senza crear confusione o indebite sovrapposizioni, storia e mito, letteratura e passione nazionalista. Il libro è un percorso che va dagli abissi della storia italiana sino al fenomeno populista, snodandosi con maestria ed eleganza tra il pensiero di Dante e il Risorgimento. Gli elementi territoriali, umani e sacrali che compongono la fisionomia specifica dell’Italia sono ordinati in una composizione che non lascia spazio a repliche: gli italiani esistono, dopo aver letto il saggio sarà impossibile ritenere plausibile il contrario.

L’autore ha studiato filosofia, sa bene che ogni Parola costituisce un mondo intero denso di significati, infatti, il libro inizia con una indagine sul nome «Italia», perché il nome rivela l’essenza più profonda degli enti. L’origine del nome «Italia» si perde in illo tempore, viene spesso fatta risalire al mitico Re Italo, ma è anche riconducibile alla voce vitulus, al vitello come epifania animale del dio Marte, da sempre legato agli italici destini poiché sarà padre di Romolo e Remo. A formare il nomen Italia concorrono altre denominazioni, deriverebbe da «Esperia», nome greco dato all’Italia, la «Terra della sera» dove il sole va a morire per poi risorgere e, forse non a caso, la storia dell’Italia è segnata da due ritorni alla vita: il Rinascimento e il Risorgimento, che sono stati due momenti fondamentali per la nascita di una salda coscienza nazionale.

La terra Italia è legata indissolubilmente col Sacro e il Divino. Nel Lazio si sarebbe rifugiato il dio Saturno, il cui nome significa «seminare», l’Italia era la Saturnia Tellus, sacra poiché rifugio e radicamento di una divinità. Secoli dopo, in pieno Medioevo, l’Italia sarà considerata terra sacra in quanto sede della Chiesa. La stessa collocazione geografica dell’Italia in zona temperata induce a vedere in essa una terra «prediletta», che favorisce la dolcezza della vita e destinata a essere culla della civiltà. Questa terra era denominata anche «Etronia», riconducibile a «otri di vino», bevanda sacra agli dèi e prodotta lungo tutta la penisola.

L’autore ci ricorda che l’identificazione dell’Italia dalle Alpi alla Sicilia è antichissima, risale a Polibio e Catone che si rifacevano a testi di Fabio Pittore del III secolo a.C. Popolata sin da epoca preistorica, gli «italiani» più antichi sarebbero i Pelasgi forse coincidenti con gli stessi Etruschi. Il più grande miracolo italiano è la sua lingua, che come scrive Scianca: «È stato calcolato che l’88% del lessico fondamentale, l’86% di quello di alto uso e tutti gli elementi grammaticali siano già in gran parte in funzione dai primi secoli, dal Duecento e dal Trecento.

In francese e in altre lingue non sarebbe possibile presentare nelle scuole dei testi antichi, corredati al massimo da un modesto apparato di precisazioni di ordine grammaticale e lessicale». Insomma, in altri idiomi non è possibile fare ciò che noi facciamo con la Divina Commedia, testi di quel tempo non sarebbero neanche lontanamente comprensibili. Dante definisce la Lingua italiana, come scrive ancora l’autore: «Egli crea e teorizza un idioma nazionale che non è parlato da nessuna parte, essendo padre della lingua italiana in senso assolutamente letterale e per nulla enfatico, ma non lo inventa dal nulla, semmai lo estrae, lo distilla dall’anima del popolo, dà forma, corpo e nome a qualcosa che era presente sotto forma di mera potenzialità».

Caso unico al mondo, l’Italia viene fondata da un poeta e non da un guerriero, fatto che la predestinava a essere il centro delle grandi idee umaniste che sarebbero sorte in tempi successivi. Su Caratteri Liberi abbiamo già affrontato la questione del rapporto viscerale tra gli italiani e la loro lingua [http://caratteriliberi.eu/2019/10/20/agora/16534/] perno intorno a cui ruota tutta la questione politica dell’identità nazionale. Scianca non dimentica di sottolineare quanto la divaricazione tra italofoni e dialettofoni sia stata esagerata e che l’ampia presenza di quest’ultimi, non sia espressione di una qualche «vitalità» dialettale bensì, il risultato di un ristagno culturale e scolastico secolare.

Il libro prosegue scavando nei significati arcani di alcuni dei più persistenti simboli nazionali, a cominciare dal celebre «Stellone», che sarebbe la prima stella della sera cioè il pianeta Venere, che i greci legarono alla penisola italiana che, come abbiamo già detto, è la terra dell’imbrunire. Lo stesso Tricolore arriva da molto lontano, nell’Eneide si legge che il feretro di Pallante, ucciso da Turno, viene avvolto in fuscelli di corbezzolo e ramoscelli di quercia. Le foglie del corbezzolo sono verdi e spuntano tra fiori bianchi quando le bacche sono rosse. Ma i tre colori rimanderebbero anche alle tre tribù primitive con le quali Romolo fondò la sua città.

La storia d’Italia tracciata da Scianca non può prescindere dagli antichi dèi pagani, non solo Saturno, ma anche Mercurio, legato all’aria quindi alla parola e al canto. Ritorna quindi l’elemento della Lingua e non è l’Italia la terra del «Bel canto»? All’Italia è legato anche il dio Vertumno, la divinità delle stagioni e quindi dei mutamenti, il «dio elegante» sempre appropriato alle situazioni. Vertumno rimanda ad alcune caratteristiche nazionali: il gusto e la moda, certamente, ma anche quella capacità, che ben ricordava Montanelli, di adattarsi a ogni situazione financo a smarrirsi per eccesso di plasticità.

Esiste un legame verticale che unisce il divino, gli uomini e la loro terra, un legame che anche D’Annunzio percepiva e che gli fece scrivere «Nostro Signore, non sei nei cieli ma sottoterra sei, ma sei profondo nel nero suolo, occulto sei al mondo di giù, Dio che col foco ti riveli». Dio abita la Patria, un rapporto unico e speciale che rischia di essere interrotto e sconvolto dall’immigrazione sempre più massiccia di popolazioni africane e musulmane. Una situazione, quella del presente, che rende attuali le parole del militare e letterato romano Varrone: «A chi, nato in Italia, non sarebbe detestabile vedere e avere come padroni costoro, nutriti di siffatti cibi, sì nefandi che per noi è sacrilego il sol toccarli, e chieder legge all’Africa e a Cartagine, e soffrir che l’Italia sia una provincia dei Numidi e dei Mauri?».

Per l’autore, la risposta non può venire dell’attuale populismo e da un appello a della «gente» che è meramente «stufa», come si legge nel testo: «Il suo sport preferito è l’autoassoluzione. Detesta la cultura, verso cui tuttavia conserva un timore reverenziale […] ha la propensione a un materialismo e a un economicismo volgari, ristagna in un immaginario fortemente sessualizzato ma schermato da un profondo bigottismo. È narcisistica, incapace di oggettività, empatica, subisce la dittatura delle emozioni».

Per Adriano Scianca la risposta può arrivare solo da un nazionalismo assunto consapevolmente. La Patria è sì data, oggettiva, ma dev’essere portata alla coscienza, «fatta» dagli uomini, attualizzata. Bisogna saper moderare i tratti negativi del nostro carattere nazionale ed esaltare quelli positivi, scolpire in noi l’italianità affinché non sia autarchica e autistica, ma universale, capace di parlare al mondo. L’Italia è una pianta che cresce dentro di noi, bisogna curarla, correggerla, sfrondarla, ripulirla perché dia fiori bellissimi.

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