L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 7 marzo 2020

L'Italia, per la proprietà transitiva, appoggia Erdogan, la Fratellanza Musulmana, i terroristi mercenari tagliagola che dal 2011 mettono a ferro e fuoco la Siria e i suoi popoli

CON UN TWEET L’ITALIA SI SCHIERA CON AL QAIDA ED ERDOGAN

Pubblicato 05/03/2020
DI ALBERTO NEGRI


Con un tweet l’ambasciata d’Italia ad Ankara ha dato la sua solidarietà alla Turchia per i soldati uccisi nella città siriana di Idlib dove Erdogan sostiene il fronte dei ribelli affiliato ai qaidisti. il nostro ministro degli Esteri non ha niente da dire: si vede che approva.

L’Italia si è schierata con Al Qaida e nessuno dice niente. Con un tweet l’ambasciata d’Italia ad Ankara ha dato la sua solidarietà alla Turchia per i soldati uccisi nella città siriana di Idlib dove Erdogan sostiene il fronte dei ribelli affiliato ai qaidisti. Nessuno in Europa ha osato tanto. Ma il nostro ministro degli Esteri non ha niente da dire: si vede che approva.

Non risulta che abbiamo inviato un messaggio di condoglianze per l’assassinio da parte degli americani del generale iraniano Qassem Soleimani nell’aereoporto civile di Baghdad. Eppure lo sciita Soleimani era certamente più amico nostro dei jihadisti sunniti che negli anni scorsi minacciavano di fare saltare il Vaticano. O ce lo siamo dimenticato?

E’ significativo che tutto questo sia avvenuto mentre Erdogan si preparava a ricattare l’Europa e la Grecia con un’ondata di profughi. E’ ancora più significativo che Erdogan sia colui che minaccia di bloccare le esplorazioni di gas della joint venture Eni-Total nelle acque di Cipro greca, contro ogni regola internazionale, e che ora comandi anche a Tripoli dove abbiamo foraggiato per anni un governo di marionette nella speranza che non ci mandassero altri profughi. Un successone.

Ma forse noi italiani con Erdogan abbiamo un po’ la coscienza sporca. Con l’Europa e gli Usa lo abbiamo incoraggiato per anni ad abbattere Assad manovrando terroristi islamici, Isis e jihadisti.

Dobbiamo essere realisti. Infondo siamo tra i maggiori fornitori di armi di Ankara, anzi assembliamo proprio in Anatolia gli elicotteri d’attacco Agusta (Finmeccanica-Leonardo). Con una joint venture francese forniamo missili e batterie di artiglieria a un Paese che appena ne ha l’occasione massacra i curdi come ha fatto nell’ottobre scorso invadendo il Rojava siriano dopo il ritiro degli americani. Allora avevano persino promesso di imporre un embargo sulle armi alla Turchia ma nessuno sa che fine abbia fatto.

Figuriamoci se adesso l’Italia con l’Europa attuerà, come ha promesso, l’embargo di armi alla Libia: ma possiamo davvero immaginare che gli italiani blocchino navi o aerei della Turchia _ Paese alleato della Nato _ che portano armi a Sarraj che noi stessi gli vendiamo? Fa niente se Sarraj a Tripoli è ormai una marionetta di Erdogan che gli fatto firmare un accordo sul Mediterraneo che va contro gli interessi energetici italiani. Noi facciamo sempre buon viso a cattivo gioco.

In realtà non sosteniamo poi così convintamente Erdogan. Facciamo quello che vogliono gli Stati Uniti. Gli americani hanno appena mandato due inviati dentro al confine siriano per portare aiuto ai profughi e dare sostegno militare alla Turchia nella battaglia di Idlib contro Damasco e i russi. Del resto gli americani hanno fatto persino pace con i talebani, quelli che in Afghanistan ospitavano Osama bin Laden, l’architetto degli attentati del 2001 in America. E non importa se per combattere i terroristi in Afghanistan sono morti a migliaia, compresi 58 soldati italiani.

Insomma seguiamo il menù di Washington con la speranza, non troppo nascosta, che Trump tenga in piedi questo governo e abbia un occhio di riguardo per i nostri interessi, in primo luogo in Libia dove ormai siamo banderuole al vento. Un giorno sosteniamo Sarraj, un altro andiamo da Haftar, il quale tra l’altro ha appena dichiarato il suo appoggio proprio ad Assad, in linea con quanto ha già fatto il suo alleato egiziano Al Sisi, nemico giurato dei Fratelli Musulmani. Ma non importa: ci aggiusteremo anche con lui che minaccia di prendersi i terminali di petrolio e gas dell’Eni.

Ma nessuno ci può certo rinfacciare che abbiamo una nostra politica estera coerente. Un giorno facciamo quello dicono tedeschi e francesi, un altro quello che suggeriscono gli americani, un altro ancora cerchiamo di conquistarci le simpatie di Erdogan e speriamo di avere giustizia del generale Al Sisi che ci ha buttato in casa il cadavere torturato di un povero studente, Giulio Regeni, e non abbiamo ancora ottenuto neppure un processo. Chiniamo il capo con tutti i raìs e con tutti i padroni e padroncini del mondo.

Per noi l’epidemia del coronavirus è, purtroppo, anche una scusa: un’emergenza così grave che ci obbliga a non pensare ad altro senza essere obbligati a confrontarci con il mondo che ci circonda. Ce la caviamo con un tweet demenziale a favore di Erdogan e pensiamo di farla franca. Siamo degli inguaribili leccapiedi. Ma se Erdogan dovesse traballare, guai a lui. Basta che gli altri ci diano il via per dargli il colpo di grazia e noi siamo pronti, anche contro i nostri stessi interessi, come abbiamo fatto con Gheddafi nel 2011. Ecco che cosa c’è dietro a un tweet da poveri untorelli manzoniani.


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