L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 8 marzo 2020

l’uomo nulla ha compreso dell’uomo

Pezzenti [Il Poliscriba]


Il Poliscriba
25 febbraio 2020

Volete confondere le speranze del misero,ma il Signore è il suo rifugio.
Sal 13,6

Siamo tutti miseri, è una constatazione antropologica.
Non serve dirci per abominevole autostima: noi possiamo.
Possiamo cosa? Quale potere da noi promana?
Quale forza esprimiamo che non sia impotenza?

L’Essere Supremo. Ad un certo punto, in un certo luogo del mondo, un uomo si paluda da sacerdote della Ragione e dichiara terminato il millenario rapporto tra gli umani e gli Dei, la frattura definitiva tra il misero e il mis(t)ero.
Per quanto deriso, e di lì a poco ghigliottinato, quel folle rivoluzionario, nella sua allucinazione che apparentemente non varcò la sua persona sbeffeggiata dall’arguzia popolare assiepata al Campo di Marte, drogata dallo stesso stupefacente che mutò Prometeo da creatura a creatore del suo destino, comprese che i popoli hanno bisogno di fede, lui che nella fede fu educato sin dall’infanzia e di quella fede, invano, cercò di sbarazzarsi.

Ateismo. Non c’è ateo che non sia credente, non v’è adoratore del caos primigenio, dell’indistinto sobbollire del brodo primordiale, che non sia officiatore di cerimonie per il Progresso, che non si genufletta alle infinite capacità dell’uomo di scalare vette, di spingere il pesante masso oltre la cima, come antiSisifo, per liberarsene gettandolo dall’altro versante, l’inesplorato, il dirupo che mena agli abissi di se stesso, gli unici che l’uomo, custode del caso e della necessità, non vuole guardare con coraggio, con occhi di martire che osserva il piano inclinato del proprio essere cronodivorato. 

Caduta. Freud avvertì la comunità degli psicoanalisti di Vienna, da lui fondata, che il gioco ebraico dell’interpretazione dei sogni - che rese numinoso agli occhi del faraone, Joseph, forse l’Imothep costruttore della Piramide di Saqqara e dei suoi immensi granai - era terminato negando il transfert, l’ingresso nel vero mondo occulto dell’individuo, l’indivisibile, evitandolo come la peste.Infatti, le analisi successive di quell’inconscio individuale e collettivo, tranne junghiane eccezioni, furono tramutate in qualcosa di freddo, tecnico e meccanico, privo di intimità, di empatia, che sgretolarono l’ultimo rifugio possibile nella tormentata lacrimarun valle di un mammifero sdraiato sopra un lettino: il sogno ... lo scrigno inaccessibile, del quale l’interprete, lo psych, osserva indirettamente, attraverso la mediazione della narrazione del paziente, l’orizzonte inaccessibile di eventi intimi, unici, che discendono o rovinano da iperuranici mondi simbolici, archetipici, potenti di una potenza sacra, artistica alla Dubuffet, l’unica che ci affilia agli Dei e a loro ci rende somiglianti, anche fossero divinità minori.

Il sogno. L’estasi mistica, il culto antico dell’uso delle piante sacre, il fluire di immagini vaporose, improvvisamente nitide, il balucicare del sapere onirico che informa di sé la veglia e non viceversa, furono vie per eremiti e vagabondi, sentieri abbandonati per devozione a falsi profeti, a surrogati new-age, alle neuroscienze che proibiscono il fantasticare a palpebre aperte quanto chiuse.
Precluso è il cammino del cinabro, l’ascesi in qualche celeste visione, il sequestro alla Terra…
Ecco la preclara appartenenza dei mistici ad altro luogo, ad altro tempo quando ancora in carne e sangue... un rapimento mistico e sensuale, un’eucarestia.

Il teatro greco. Dove l’inconscio prese forma… fino alla morte definitiva della tragedia. Il lascito è la commedia nella cui declinazione peggiore, la sceneggiata, siamo tutti immersi. Ancora una scintilla sprizzò dal girare del legnetto tra i piedi del selvaggio umano, una scintilla che non innescò la paglia ma la paura di ritornare nel cuore di Atene. Se ne avvide William il drammaturgo che, alla possibile catarsi dello spettatore, preferì i calembour, il cesello semantico … To be, or no to be ... lo stipendio di corte, l’offerta mercantile del suo genio generoso e anacronistico per non turbare il percorso baconiano imboccato dai suoi conterranei, molestatori nordici dell’inconscio latino.

Pezzenti. Schiavi, servi della gleba e di kulaki, operai, impiegati, ciclisti per Glovo, generazione 500 euro, stagisti ad oltranza… piccoli... piccolissimi borghesi.
Un tempo di stracci vestiti, sporchi, puzzolenti ... aliti marci, brutti, cattivi o incattiviti ... figure inconfondibili, inevitabili, schiacciati nei ghetti, nei lebbrosari, in fondo alle navate delle gotiche cattedrali, unici spazi condivisi con la nobiltà, l’oro e l’argento ... concessione pietosa ai loro pidocchi, osservati in tralice dai crocifissi appesi su mitre e corone viste di spalle.
Oggi, omologati dal tessuto sintetico di infimo livello (quello che ci si può permettere), da tecnologia a bassa intensità, da rabbia soffusa espressa per byte, più palestrati, più nutriti, più profumati, quasi belli, ma esteticamente inutili come orpelli a decoro di un cadevere in putrefazione.
Comprano le loro consolazioni, i nuovi pezzenti, chimere low cost, utopie green, droghe a buon mercato che si possono cucinare sopra un fornello domestico... cannibali chimici che si aprono una strada carnale parallela all’introspezione non più mentale, dall’epidermide alle ossa, come morsi di un caimano lisergico.
Il rapporto che intercorre tra il pezzente con le nike e i suoi conforti mortiferi, non può che ispirare una disgustosa commozione, forse lo stesso disgusto, la stessa commozione che provava un patrizio romano nell’osservare un pauper sedotto dal proselitismo cristiano.

Aquerò. Parigi, una delle sedi dell’Arcinemico, non può rivaleggiare con la roccia di Massabielle.
I francesi lo sanno e lo nascondono. Anzi, nessun centro di aggregazione di massa al mondo può competere, neanche la Mecca, il mausoleo di Lenin o quello di Mao.
Ogni anno, per i progressisti convinti di essere guidati dalla ferrea logica della disoluzione illogica d’ogni tradizione, spacciata per cosa buona e giusta, oltre 6 milioni di “pezzenti” si recano ai piedi della statua dell’Immacolata Concezione e s’immergono nelle acque fredde di una piscina che ospita ogni genere di malattia, anche infettiva, brulicante di microbi tra uno svuotamento e l’altro e che secondo attendibili studi biologici super partes, non ha mai infettato nessuno.
Io non propugno fede, non sono un rappresentante di Dio come il giovane Bob Walker della pièce Hospitality suite, non invito a far nulla, in quanto il mio scrivere è una missione suicida.
Che ognuno legga e agisca secondo la fonte del proprio spirito e non per reazione sdegnata alle invettive tra un Messori e un Odifreddi moderate da Vespa.
In effetti, per ciò che ho più sopra scritto, questo pellegrinaggio inarrestabile è il segno inequivocabile che l’uomo nulla ha compreso dell’uomo, perchè le sue vie per l’autocoscienza si divaricano e non si incrociano, anche se a Lourdes, la scienza medica, la più avanzata, a volte incontra, per motivi che restano del tutto inspiegabili, fino a prova contraria, il miracolo.
Potrebbe non aver mai fine tutto questo cercar di fugare la disperazione, questa exerga alla trama del vivere e, come il tristo principe di Danimarca, dal fondo del mio respiro sento salir quei versi disillusi oltre la laringe:

"Che capolavoro è l'uomo! Nobile d'intelletto, dotato d'una illimitata varietà di talenti; esatto nella sua forma e in tutti i suoi atti; compiuta, ammirevole creazione: pari a un dio nella mente, e nell'azione a un angelo. Lui, la bellezza del mondo.
Lui, la misura di ogni animata cosa!
Ebbene, per me non è che una
quintessenza di polvere. L'uomo non m'incanta".

E invece m’incanto sulle strane coincidenze linguistiche, su quell’etimo, la radice che lega Aquerò, quella là, nel vetusto patois dei Pirenei, all’aqua, così scritta in latino, scaturita da una buca in una porcilaia, scavata a mani nude, l’11 febbraio 1858, da una pezzente tra i pezzenti ... Bernadette Soubirous.

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