L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 marzo 2020

Petrolio - L'Arabia Saudita in mezzo al guado, nessuna progettualità e si vede

Petrolio, ecco cosa nasconde la guerra tra Arabia Saudita e Russia

19 marzo 2020


Petrolio: fatti, analisi e scenari sulle tensioni tra Arabia Saudita e Russia

La “guerra dei prezzi” tra Arabia Saudita e Russia, scoppiata il 6 marzo scorso e responsabile del più grande crollo del petrolio dal 1991, potrebbe non essere davvero una guerra. Al contrario, potrebbe trattarsi di una strategia a lungo termine di Riad, che finirebbe col cambiare profondamente il mercato energetico.

L’ANTEFATTO

Tutto è iniziato il 6 marzo a Vienna con il fallimento del vertice dei Paesi esportatori di petrolio. L’Arabia Saudita (leader dell’Opec) non è riuscita a convincere la Russia (un attore energetico cruciale, seppur esterno al cartello) ad aderire ad un accordo per la riduzione dell’output di greggio.

Secondo Riad, i tagli erano necessari per sostenere i prezzi dei barili ed equilibrare il mercato: l’offerta, cioè, doveva adeguarsi al calo della domanda causato dall’impatto della Covid-19 sui trasporti e sulla produzione industriale. Secondo Mosca, invece, contenere la produzione e spingere i prezzi verso l’altro sarebbe stato controproducente, perché avrebbe favorito i rivali americani: grazie allo sfruttamento delle riserve di shale, oggi gli Stati Uniti sono infatti i primi produttori di petrolio al mondo e si avviano a diventarne anche degli esportatori netti.

Il rifiuto della Russia di partecipare ai tagli ha condannato l’accordo. Per punire Mosca – nel contempo alleata e avversaria: il loro rapporto è complicato –, l’Arabia Saudita ha quindi deciso di offrire forti sconti sul suo petrolio. Ha fatto anche di più: ha annunciato che a partire dal prossimo 1° aprile aumenterà la produzione a 12,3 milioni di barili al giorno, un record, con l’obiettivo di espanderla fino a 13 milioni.

L’OBIETTIVO DI RIAD

Gli analisti hanno spiegato che l’obiettivo dell’Arabia Saudita è colpire quanto più duramente possibile la Russia in un arco di tempo ristretto, in modo da costringerla a sedersi nuovamente al tavolo dei negoziati.

La tesi è sensata, e sostenuta ad esempio dal notevole aumento delle esportazioni di greggio saudita – venduto peraltro a prezzi stracciati – verso l’Europa, un mercato fondamentale per Mosca. Riad inoltre non può permettersi una lunga fase di bassi prezzi del petrolio: se è vero che può contare su costi di estrazione davvero minimi (neanche 3 dollari al barile), d’altra parte il bilancio del regno è molto dipendente dalle rendite petrolifere. Se alla Russia bastano circa 42 dollari al barile per far quadrare il budget, all’Arabia Saudita ne servono oltre 80.

UNA STRATEGIA A LUNGO TERMINE?

Mosca non dispone della stessa spare capacity di Riad, ovvero della capacità di attingere a larghe riserve di petrolio per modulare a piacimento l’output. Ma è forse meglio preparata per assorbire i danni della “guerra dei prezzi”.

A meno che non si tratti davvero di una guerra lampo, quanto piuttosto di una lotta darwiniana per la sopravvivenza. L’Arabia Saudita – come spiega un articolo di Bloomberg – starebbe forse imponendo una lunga fase di alta offerta e di bassi prezzi del petrolio a tutti gli altri esportatori. Solo i Paesi in grado di competere in un quadro simile riusciranno ad uscirne vivi: e gli Stati Uniti, che hanno costi di produzione alti, potrebbero non esserne in grado.

Riad compirebbe così un rovesciamento della sua politica energetica: sfruttare a fondo le proprie riserve di greggio, invece che conservarle per generazioni. Lo scopo è fare profitto vendendo tanti barili a basso costo, conquistando le quote di mercato dei produttori che non riescono a stare al passo, prima che la richiesta di petrolio inizi a calare a causa della transizione energetica verso fonti più pulite.

Il prezzo da pagare però potrebbe essere molto alto – forse eccessivamente – anche per la stessa Arabia Saudita. Se il resto dell’Opec dovesse iniziare ad inondare il mercato con ulteriori barili, i prezzi precipiteranno ancora, compromettendo il bilancio del regno. Dal lato della domanda, va ricordato, non sembra poi esserci particolarmente fermento.

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