L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 marzo 2020

Sovraproduzione i mass media sono timidi su questo argomento perchè è il cuore del problema che ci stiamo portando dietro dal 2008

Capitalismo, socialismo e sovrapproduzione

di Prabhat Patnaik
2 marzo 2020

Queste note hanno lo scopo di chiarire un punto già evidenziato in precedenza (People's Democracy, 30 giugno 2018), ovvero l'assenza, nelle economie socialiste del passato, delle crisi di sovrapproduzione che caratterizzano le economie capitaliste.

Rientra nella natura del capitalismo il verificarsi di «crisi di sovrapproduzione», cioè di crisi causate da una «produzione in eccesso» rispetto alla domanda. Il termine «sovrapproduzione» non designa una produzione di quantità sempre maggiori di merci rispetto alla domanda, che produce un accumulo di scorte invendute. Questo può verificarsi soltanto per un breve periodo iniziale; ma con l'accumularsi delle scorte, la produzione viene tagliata, il che provoca recessione e aumento della disoccupazione.

Il termine «sovrapproduzione», in sostanza, rimanda a una valutazione a priori, nel senso che se la produzione dovesse avere luogo alla massima capacità possibile (o a un determinato livello desiderato di utilizzo della capacità produttiva), la quantità di merci prodotte non potrebbe essere venduta per carenza di domanda. Nel concreto, tuttavia, essa si manifesta sotto forma di recessione e maggiore disoccupazione.

È un errore ritenere che tali crisi abbiano una natura puramente ciclica - cioè che si esauriscano automaticamente dopo un certo periodo di tempo. Al contrario, la Grande Depressione degli anni Trenta - che fu una classica crisi di sovrapproduzione - si protrasse per quasi un decennio e fu infine superata grazie alla guerra, o più precisamente grazie alle spese militari attuate in vista della seconda guerra mondiale.

Dal 2008 è in corso un'altra crisi di sovrapproduzione che si è protratta sino a oggi con vari livelli di intensità. Non è affatto vero, quindi, che le crisi di sovrapproduzione in un contesto capitalista scompaiano automaticamente. Ma ciò che colpisce nelle economie socialiste del passato dell'Unione Sovietica e dell'Europa orientale è l'assenza in esse delle crisi di sovrapproduzione. La domanda è: perché?

Le crisi di sovrapproduzione in un contesto capitalista insorgono per due motivi principali. In primo luogo, in un contesto capitalista le decisioni relative agli investimenti dipendono dalle previsioni di crescita della domanda, che si basano sulla sua crescita attuale: se la domanda rallenta, gli investimenti si contraggono. In secondo luogo, ogni qual volta gli investimenti si contraggono, anche i consumi subiscono una contrazione, e quindi anche il reddito totale (è il cosiddetto effetto «moltiplicatore» degli investimenti).

Entrambi questi fattori erano stati eliminati nelle economie socialiste. Gli investimenti venivano attuati in funzione di un piano, e non in funzione del diktat della redditività; di conseguenza, gli investimenti non venivano tagliati quando la crescita della domanda rallentava per qualsivoglia ragione. Ciò non significa che non vi fossero fluttuazioni nei livelli di investimento. Tali fluttuazioni, tuttavia, non si verificavano come reazioni alle aspettative di profitto, bensì per cause del tutto esogene, due delle quali rivestivano particolare importanza.

La prima era costituita dalle fluttuazioni della produzione agricola. Negli anni in cui la produzione agricola diminuiva per ragioni meteorologiche o di altra natura, gli investimenti venivano ridotti, allo scopo di prevenire tendenze eccessive al rialzo dei prezzi dei generi alimentari; allo stesso modo, quando la produzione agricola riprendeva ad aumentare, lo stesso avveniva per gli investimenti. Queste fluttuazioni degli investimenti, in ogni caso, non avevano nulla a che vedere con calcoli di redditività degli investimenti: erano inevitabili anche in un'economia pianificata.

La seconda ragione era legata agli «effetti eco». Supponiamo per esempio che un gruppo di nuovi investimenti in attrezzature fosse stato concentrato cumulativamente in un dato periodo - diciamo all'inizio del periodo di pianificazione. Queste attrezzature avrebbero dovuto essere sostituite, sempre cumulativamente e più o meno nello stesso periodo, alcuni anni dopo, il che avrebbe determinato un aumento del piano di investimenti - e quindi dell'ammontare lordo totale degli investimenti - in prossimità di quella data; di conseguenza, sarebbe stato necessario tenere conto sia dell'investimento netto, sia delle esigenze di sostituzione. La cifra degli investimenti, quindi, non avrebbe mostrato una crescita costante, bensì delle fluttuazioni. Tali fluttuazioni, tuttavia, non avevano nulla a che fare con calcoli di redditività: erano invece legate alla storia degli investimenti precedenti.

Ma anche quando si verificavano queste fluttuazioni degli investimenti, le economie socialiste si assicuravano che esse non determinassero fluttuazioni dei consumi e dei redditi - in altre parole, queste economie neutralizzavano la relazione di moltiplicazione che caratterizza inevitabilmente il capitalismo. La ragione è che a tutte le imprese esistenti nell'ambito dell'economia veniva richiesto di produrre secondo le loro capacità, e qualora la domanda fosse bassa a causa di una riduzione degli investimenti, veniva loro richiesto di ridurre i prezzi sino a quando non riuscivano a vendere la loro intera produzione.

Praticando questi «prezzi di liquidazione», alcune imprese subivano perdite, mentre altre continuavano a realizzare profitti; ma ciò non aveva importanza, dal momento che sia le une sia le altre erano di proprietà dello Stato, che poteva quindi fornire sostegno alle imprese in perdita attingendo ai profitti di quelle in attivo. E considerando complessivamente entrambi i gruppi di imprese, il profitto netto risultava sempre attivo sino a quando gli investimenti erano in attivo (per quanto inferiori a quanto sarebbero potuti essere in circostanze diverse).

Questo rappresentava una rottura notevole rispetto a quanto avviene in un contesto capitalista, e contribuisce a spiegare perché una crisi in tale contesto produca un calo della produzione e dell'occupazione. In un contesto capitalista, un'impresa non produce quando i prezzi non coprono i costi; e quando la domanda è bassa, i prezzi non scendono, poiché vengono «pilotati» attraverso la collusione tra le imprese oligopolistiche. A subire una riduzione sono invece la produzione e quindi l'occupazione, allo scopo di adattare l'offerta alla domanda e di eliminare le scorte eventualmente accumulatesi in breve tempo.

La questione si può analizzare in modo leggermente diverso. La riduzione dei prezzi a parità di salario e di occupazione - ciò che si verificava nel socialismo - si traduceva in un aumento della quota dei salari rispetto al totale della produzione; la distribuzione dei redditi, in sostanza, si modificava a favore dei lavoratori. Poiché i lavoratori consumano grossomodo il loro intero salario, questa modifica della distribuzione dei redditi a favore dei lavoratori determinava un aumento della quota dei consumi rispetto alla produzione totale. Perciò le economie socialiste non sperimentavano mai crisi di sovrapproduzione, poiché anche quando gli investimenti diminuivano per qualche ragione, la produzione veniva mantenuta invariata, e la riduzione degli investimenti veniva compensata da un aumento della quota dei consumi (attraverso un aumento della quota dei lavoratori rispetto alla produzione).

Questo, tuttavia, non potrà mai avvenire nell'ambito del capitalismo, poiché i capitalisti non accetteranno mai volontariamente una riduzione della loro quota rispetto alla produzione e un corrispondente aumento della quota dei lavoratori, nemmeno in una situazione di domanda aggregata inadeguata. È per questo che il capitalismo sperimenta crisi di sovrapproduzione: in esso, la distribuzione del reddito è oggetto di un'intensa lotta di classe in cui è inconcepibile per i capitalisti accettare di ridurre la propria quota e di aumentare in misura corrispondente la quota dei lavoratori, allo scopo di superare una situazione di sovrapproduzione.

L'effetto «moltiplicatore» che agisce in un contesto capitalista, facendo sì che una riduzione degli investimenti produca una riduzione dei consumi e quindi della produzione totale, ha luogo in quanto la distribuzione del reddito non è modificabile. In altre parole, il «moltiplicatore» opera sulla base dell'immutabilità delle quote relative spettanti ai capitalisti e ai lavoratori. E anzi, in un contesto capitalista, in luogo di un aumento della quota dei lavoratori atto a compensare il problema della domanda insufficiente, nei periodi di crisi si verifica una tendenza opposta, e cioè il taglio dei salari e l'aumento della quota dei profitti - il che, nella situazione di investimenti ridotti che ha prodotto la crisi in prima istanza, non fa che aggravare la crisi stessa. In una situazione del genere, un calo del 10% degli investimenti non si limita a causare un calo del 10% della produzione - come potrebbe suggerire l'analisi dell'effetto «moltiplicatore» - ma provoca un calo superiore, diciamo del 15%, poiché alla riduzione degli investimenti va a sommarsi una contrazione dei consumi determinata dalla riduzione della quota dei lavoratori (causata dal taglio dei salari).

Il fatto che non venga tollerato un aumento della quota relativa dei lavoratori allo scopo di controbilanciare la tendenza alla sovrapproduzione - una caratteristica essenziale del capitalismo - evidenzia altresì l'assoluta irrazionalità del capitalismo come sistema. Dimostra che il sistema preferisce veder aumentare la capacità produttiva non utilizzata e la disoccupazione - cioè uno spreco vero e proprio di risorse produttive determinato dalla carenza di domanda - piuttosto che produrre come in precedenza ed evitare tale spreco dando di più ai lavoratori. Dal suo punto di vista, lo spreco di risorse è preferibile al loro utilizzo allo scopo di aumentare i consumi dei lavoratori.

Certo, non trattandosi di un sistema pianificato, il capitalismo non compie questi calcoli in modo consapevole; ma è questa la conseguenza delle sue tendenze intrinseche. Il socialismo previene gli sprechi e la stagnazione - quali quelli che si verificano in una crisi di sovrapproduzione - aumentando i consumi dei lavoratori in misura adeguata a disinnescare tali effetti.

Mentre la caduta dell'Unione Sovietica si allontana sempre più sull'orizzonte della storia, le persone tendono a dimenticare che là è esistito un sistema che, al di là dei suoi numerosi limiti e difetti, era nondimeno libero dalla disoccupazione, dalle crisi di sovrapproduzione e dall'irrazionalità del capitalismo.

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/17080-prabhat-patnaik-capitalismo-socialismo-e-sovrapproduzione.html

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