L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 26 marzo 2020

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SPY FINANZA/ I veri effetti delle mosse di Fed, Casa Bianca e Congresso

Pubblicazione: 26.03.2020 - Mauro Bottarelli

Le misure adottate negli Stati Uniti stanno di fatto facendo venire meno ogni idea di libero mercato. Siamo alla Repubblica di Weimar americana

(Pixabay)

Temo che non si sia capito bene cos’è accaduto, cosa sta accadendo e cosa rischiamo che torni ad accadere con ancora maggiore forza. Lasciamo da parte per un attimo i corsi delle Borse, argomento che ormai rientra appieno nella categoria dell’irrazionale. Prendiamo altri numeri, quelli che riguardano nella fattispecie gli Stati Uniti, dove si è giunti a un accordo sul pacchetto di salvataggio dell’economia da 2.000 miliardi, cui vanno aggiunti altri 4.000 miliardi ascrivibili ai vari interventi già messi in campo o annunciati dalla Fed. In totale, 6 triliardi. E attenzione, perché se qualcuno vi facesse notare come questa constatazione aritmetica sia semplicistica e, di fatto, non veritiera, voi dovreste rispondergli che a rivendicare in maniera pomposa questa somma di abuso del denaro pubblico ci ha pensato Larry Kudlow in persona, ovvero il capo della task force economica dell’amministrazione Trump. Non esattamente il primo presunto analista che passa per strada, quantomeno a livello di ufficialità delle dichiarazioni. Ma andiamo oltre.

Mettiamo in fila qualche numero, rispetto alla presunta patria del libero mercato. Anzi, del “liberismo selvaggio”, come piace definirla a molti bontemponi nostrani. Fra il 2007 e il 2017 negli Usa sono stati creati 10 triliardi di dollari di nuovo debito. Nel 2017 la Casa Bianca ha dato vita a un taglio fiscale record da 1,5 triliardi. Nel 2018 un altro triliardo di deficit. Oggi, 2020, fra pacchetto di salvataggio (o aiuto di Stato, come preferite) e mosse emergenziali della Fed, stiamo assistendo a un colossale salvataggio statale dell’economia/finanza da appunto 6 triliardi di dollari (il 28% del Pil statunitense del 2019, tanto per mettere in prospettiva l’entità). Sapete di cosa si stanno ponendo le basi, Oltreoceano? Della Repubblica di Weimar americana. Ma sì, da oggi basta Usa, utilizziamo l’acronimo giusto. Rwa. Oppure Awr, all’inglese.

Come altro definire un presunto sistema capitalistico che basa i propri numeri record dell’economia unicamente sul concetto di indebitamento strutturale? E come chiamare un mercato azionario, il più importante al mondo, che sta in piedi soltanto attraverso un principio sistemico di ricorso alla leva che ogni 9-10 anni necessita di una crisi a livello globale come “effetto purga” e di un salvataggio statale a colpi di migliaia di miliardi come ricostituente? Vogliamo chiamarlo schema Ponzi? A me va benissimo. Ma per favore, basta con definizioni idiote come “turbo capitalismo” o “liberismo selvaggio”. Le buonanime di Von Mises e Von Hayek, Dio li abbia in gloria, si stanno ribaltando nella tomba. Anzi, stanno proprio facendo una gara di tuffi carpiati, stile Olimpiadi.

Volete un esempio pratico, visivo? Guardate questo grafico, mostra l’andamento dei futures di Wall Street fino a tre ore prima dell’apertura delle contrattazioni: prima l’ennesima conquista della Luna, sulla scorta dell’aumento record del giorno precedente e soprattutto delle notizie che arrivavano appunto dal Congresso. Poi, quando in Italia era l’ora di pranzo, il tonfo. Come mai?


Semplice, cominciavano a uscire anche alcuni dettagli inseriti in piccolo nell’accordo bipartisan. Uno in particolare, reso noto dal capo dei Democratici al Senato, Chuck Schumer: “Nella pacchetto approvato è presente un bando dall’attività di buybacks per tutto il periodo di assistenza governativa più l’anno successivo, questo per tutte le aziende che riceveranno un prestito governativo ascrivibile alle norme e agli schemi di assistenza contenuti nella legge”. Boom, entusiasmo finito. Cosa significa questo, a vostro modesto avviso? Siamo alla pianificazione economica e finanziaria totale, siamo al modello giapponese che fa scuola nel mondo, siamo alla negazione stessa del principio di libero mercato. E, permettetemi, di libertà.

E non me lo chiedo soltanto io, quale potrebbe essere l’epilogo di questo ennesimo abuso. Se lo è chiesto un’istituzione del settore come Rabobank nella sua nota quotidiana del 24 marzo a cura dell’analista Michael Every: Many are questioning the point of having a market if the Fed is backstopping everything. Per chi avesse difficoltà con l’inglese, la traduzione potrebbe suonare più o meno così: “Molti si stanno chiedendosi il senso stesso di avere un libero mercato, se la Fed opera da supporto a qualsiasi cosa”. Difficile dargli torto, se si guarda in faccia la realtà per quella che è. E signori, la realtà sta andando ben oltre la più faustiana fantasia del monetarismo.

Nell’ultimo mega-pacchetto di stimolo, la Fed ha infatti dato vita a due nuovo acronimi, la vera specialità della casa: Smcff e Pmcff. Il primo è un veicolo che garantisce alla Federal Reserve la possibilità di acquistare bond con investment grade di valutazione sul mercato secondario, di fatto la versione hard di quanto la Bce sta già facendo in seno al programma Cspp dedicato appunto al debito privato. Più interessante è il secondo veicolo, il quale permette acquisti di corporate bond anche sul mercato primario e anche un finanziamento-ponte fino a quattro anni direttamente nei confronti di aziende che rientrano nella categoria di rating ritenuta eligibile. Le stesse che, in base al codicillo evocato da Schumer, se per caso accetteranno quel denaro, dovranno dire addio per un po’ ai buybacks azionari. Di fatto, tutte le corporations Usa. Le stesse che per anni hanno proprio operato buybacks di massa per mantenere alte le valutazioni dei loro titoli e staccare dividendi e bonus, invece che investire in CapEx e ricerca o mettere a posto i bilanci. Le stesse che hanno garantito propaganda via Twitter per almeno quattro anni a Donald Trump. Le stesse che hanno fatto scorrere fiumi di inchiostro entusiasta sulle pagine della cosiddetta “stampa autorevole”.

Non è forse questo un salvataggio con soldi dei contribuenti dell’azzardo morale dei privati? E questo sarebbe libero mercato, a vostro modo di vedere? Ma non basta. Non solo il programma di acquisto di bond corporate della Fed si configura come una versione sotto steroidi di quello della Bce, visti i controvalori in gioco, ma addirittura siamo al bypassaggio chiaro e tondo di ogni tipo di criterio valutativo, in primis rispetto al collaterale da porre a garanzia. Probabilmente, a fronte di miliardi, verrà accettato anche un vecchio tappeto ereditato da una lontana zia del Wisconsin defunta anni fa. E non basta ancora: perché in seno al Pmcff, la Fed ha cominciato a porre le basi anche del suo varco finale del Rubicone: può infatti acquistare Etf (ETF è l’acronimo di Exchange Traded Fund, un termine con il quale si identifica una particolare tipologia di fondo d’investimento o Sicav) in cui siano presenti le aziende di cui compra le obbligazioni, per ora con una certa limitazione sugli ammontare e con la patetica scusa di intervenire sull’equity per sostenere contestualmente le dinamiche debitorie della ditta emittente i bonds. Da piccolo trovavo scuse più credibili e originali per non andare a scuola, mia madre mi è testimone.

Signori, ve la pongo io una domanda a questo punto: la Fed, operando come sta facendo da dieci giorni (in realtà, da oltre 10 anni), sta riparando i guasti del “liberismo”, come sentenzia qualcuno senza senso del ridicolo oppure sta di fatto sostituendosi in toto al mercato? Perché se fosse vero il secondo caso – com’è -, l’intera impalcatura anti-liberista cadrebbe miseramente. Così come l’alibi che ha garantito circa 11 anni di profitti privati attraverso il sostegno diretto del pubblico. Sotto Obama come sotto Trump, intendiamoci. Solamente, quest’ultimo è andato proprio forza quattro e senza un briciolo di decenza. Quantomeno, nel rispetto delle forme. E attenzione ancora, perché il Fomc, nel suo comunicato, ha definito questi acquisti di Etf initial equity investment, quindi i 10 miliardi messi a bilancio come contributo del Treasury Department al veicolo ad hoc della Banca centrale sono da ritenersi solo l’inizio. Se il Congresso andrà avanti a colpi di via libera verso sempre maggiori manovre di stimolo, come appare chiaro dall’accordo record appena raggiunto, si entrerà a breve in modalità giapponese tout court. Sempre in ossequio al liberismo selvaggio, si intende.

Parliamoci chiaro: la Fed ha appena detto al mondo che è pronta a comprare anche l’aria che respiriamo pur di mettere in salvo il Dow Jones, tanto caro alla Casa Bianca. Punto. Ma attenzione, perché in Italia abbiamo allo stato brado una serie di geniacci del giornalismo economico che in queste ore vi stanno magnificando lo spirito bipartisan che unisce l’America di fronte alle emergenze, guardandosi però bene dal raccontarvi nel dettaglio chi e come si stia salvando per l’ennesima volta con quell’accordo sulla pelle dei contribuenti Usa e delle prossime generazioni. Ovvero, chi ha creato le condizioni dell’emergenza stessa che oggi si è chiamati ad affrontare con spirito bipartisan (perché, soprattutto in anno elettorale, Wall Street unisce tutti).

Il rischio? Che queste misure, le quali probabilmente sul breve termine offriranno un supporto fondamentale e drastico agli indici e all’eliminazione dello stress presente sui mercati (interbancario in testa), si rivelino già nel medio periodo a rischio di dipendenza più del Fentanyl, tramutando quella che viene descritta come una cura da cavallo ma salvavita in un aggravamento della malattia, potenzialmente letale (si dopa per sempre il libero mercato) . Per ora, benvenuti nella Repubblica di Weimar americana! Quale sia stato l’epilogo di quel drammatico periodo storico nella sua versione originaria, lo ricordiamo tutti. Vero?

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