L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 4 marzo 2020

Tana per Erdogan che ha abbandonato la maschera e combatte con i suoi protetti i mercenari tagliagola terroristi che hanno messo a ferro e a fuoco la Siria

Alla frontiera greco-turca la partita decisiva per il futuro dell’Europa

4 marzo 2020 


Quanto sta accadendo ai confini tra Grecia e Turchia rappresenta una grave minaccia ma anche un’opportunità per l’Europa. Una minaccia perché Recep Tayyp Erdogan torna ad usare (dopo i flussi del 2015 di oltre in milione di immigrati illegali lungo la “rotta balcanica”) l’arma dei migranti per colpire la Ue e punire la Grecia che la scorsa settimana ha posto il veto a un documento della NATO che esprimeva solidarietà e sostegno ad Ankara impegnata nella guerra di aggressione in Siria.


Un intervento di occupazione del nord siriano che nessuna risoluzione dell’ONU ha mai autorizzato e che vede le truppe turche combattere al fianco delle milizie jihadiste incluse quelle di al-Qaeda- Gli stessi miliziani che quando arrivano in Europa chiamiamo foreign fighters e terroristi.

Sul piano politico e diplomatico, ritenere Damasco isolata e appoggiata solo dai “cattivi” russi e iraniani potrebbe costituire un grave errore: il governo di Bashar Assad è tornato nell’ambito della Lega Araba e viene di nuovo riconosciuto da ormai tutti i paesi arabi incluse le monarchie del Golfo che negli anni scorsi hanno finanziato e armato i ribelli e dove hanno riaperto le ambasciate siriane.

Con una iniziativa chiaramente ostile alla Turchia ma che piacerà ad Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ieri il governo siriano e quello libico guidato dal generale Khalifa Haftar hanno allacciato formali rapporti diplomatici con una visita effettuata a Damasco dal ministro degli esteri del governo libico di Haftar, Abdel Hadi Huayj.

Anche per questo l’impiego di masse umane (quelle che Kelly Greenhill chiamò nel suo libro del 2010 “armi di migrazione di massa”) da parte della Turchia non rinnova solo il ricatto finanziario nei confronti della Ue (che in 5 anni ha già sborsato 6 miliardi di euro in cambio dell’impegno di Erdogan a tenere chiuse le sue frontiere) ma rappresenta un vero attacco all’Europa nel momento in cui è più debole, non solo politicamente ma anche sul piano sociale a causa del dilagare del Coronavirus, con l’obiettivo di indurre l’Occidente a intervenire in Siria o quanto meno di pagare ad Ankara i costi di quella guerra.

L’attuale scenario costituisce però anche una opportunità, forse l’ultima che ha l’Europa per smentire il vecchio adagio che la vuole “nano politico e verme militare”.


Certo sulla Ue non ci si può fare nessuna illusione e già si moltiplicano le pressioni dell’ampio fronte “immigrazionista” che vorrebbe accogliere i migranti che premono alla frontiera greca sospinti verso ovest dai poliziotti turchi.

Per ora la Commissione sembra tenere duro nel respingere il ricatto turco e nel sostenere la Grecia, anche perché neppure la Germania potrebbe reggere un altro milione o due di clandestini (ma Erdogan minaccia di mandarne 4 milioni) in arrivo dai Balcani, ma la pressione politica del nutrito fronte immigrazionista non tarderà a farsi sentire se la crisi sul confine terrestre e nelle isole greche si dovesse prolungare.


Una pericolosa follia che incoraggerebbe i flussi illegali e soprattutto mostrerebbe l’irresponsabile stoltezza di un’Unione incapace di individuare e difendere gli interessi dei suoi popoli.

Innanzitutto i “poveri migranti”, con il solito “scudo” di donne e bambini, lanciano pietre e molotov contro i poliziotti greci che difendono il diritto di Atene di impedire l’accesso illegale al suo territorio.

Tra i milioni di migranti che dalla Turchia premono sul confine greco e bulgaro vi sono pachistani, afghani, irakeni e appartenenti a molte altre nazionalità asiatiche che nulla hanno a che fare con la guerra in Siria.

L’uso politico e paramilitare di queste masse umane da parte di Ankara è confermato anche dal fatto che la pressione è concentrata solo sul confine greco, non su quello bulgaro.


Al di là della storica e sempre più accesa rivalità tra i due Stati membri della NATO, la ragione è evidente: la scorsa settimana solo il veto della Grecia ha impedito che l’Alleanza Atlantica approvasse una risoluzione di solidarietà e pieno sostegno ai turchi per i militari uccisi in Siria.

Infine è assurdo voler credere che i siriani siano arrivati a piedi al confine greco da Idlib distante 1.500 chilometri. Meglio invece ricordare che da oltre due anni dopo ogni battaglia vinta dalle truppe di Bashar Assad i ribelli che accettavano di cessare il fuoco venivano condotti con le loro famiglie nella “sacca di Idlib”.

Per questo tra i siriani che fuggono da quella provincia è molto probabile vi siano un gran numero di jihadisti con i loro famigliari: veterani di diversi movimenti islamisti che Erdogan non intende ospitare in Turchia per ovvie ragioni di sicurezza e che sarebbe stoltezza suicida far entrare in Europa.


Meglio non fare troppo affidamento sulla tenuta dell’Unione europea, specie dopo che le forze di sicurezza greche hanno iniziato a respingere i gommoni di fronte a Lesbo blindando con poliziotti e militari il confine terrestre con la Turchia con un attivo e convinto sostegno popolare.

La vera chanche dell’Europa di vincere il braccio di ferro con Erdogan è forse riposta oggi nell’opportunità che hanno le singole nazioni di dare un chiaro e forte segnale di sostegno alla Grecia, al governo di Kyriakos Mitsotakis (nella foto sotto) e al suo popolo che stanno facendo argine alle maree umane sempre più nutrite spinte dai turchi sul fiume Evros.


Segnali non solo politici o di sostegno finanziario allo sforzo profuso da Atene ma anche concreti, con l’offerta di reparti e mezzi terrestri e navali di polizia per aiutare Atene (che nei pressi del confine ha schierato anche un deterrente composto da diverse unità militari, ufficialmente per esercitazioni) a difendere i confini d’Europa dal fiume Evros alle isole dell’Egeo.

Ungheria, Croazia, Serbia e Slovenia hanno già annunciato misure drastiche per impedire l’accesso al proprio territorio a nuove maree di clandestini che dovessero “sfondare” le difese sul confine greco-turco.

Se si ripetesse l’esodo del 2015 molte nazioni d’Europa erigerebbero muri ancora più alti lungo i propri confini, annientando definitivamente ogni ipotesi di iniziative comuni: sarebbe il colpo di grazia al progetto europeo e il più grande successo per Erdogan e i movimenti islamisti.

L’unica alternativa ai muri lungo le frontiere interne europee è riposta oggi nell’erigere e difendere tutti insieme, al fianco dei greci, il muro lungo il confine esterno oggi più esposto, quello con la Turchia di Erdogan. Se la parola “Europa” ha ancora un significato occorre dimostrarlo oggi, se ne siamo capaci, sulle rive del fiume Evros.

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