L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 aprile 2020

Bisogna dare tempo a questi burocrati di digerire applicare le cose semplici, basta stracciare con un clic i titoli di stato in pancia alla Bce o alle varie banche centrali, è una questione di scelte dettate dal furore ideologico di portare avanti il progetto Criminale dell'Euro finchè è possibile

ECONOMIA
Lunedì, 27 aprile 2020 - 12:36:00
Bce pronta ad aumentare il bazooka. L'Italia si salva anche da Fitch e Moody's

Lagarde ora potrà ampliare il programma di Qe. Due le opzioni: incrementare i fondi a disposizione o ampliare la tipologia di carta acquistabile


Christine Lagarde può essere soddisfatta, Giuseppe Conte ed Emmanuel Macron ancor di più. Con la decisione annunciata giovedì scorso dalla Bce (che giovedì torna a riunire il board) di accettare come garanzia a fronte della liquidità fornita alle banche almeno fino a settembre anche titoli che a seguito di un downgrade non avessero più il rating di “investment-grade” ha spento sul nascere il possibile effetto-valanga sui rating sovrani dei paesi in maggiore difficoltà come l’Italia, che rischiava di incendiare tutta Europa, tirandosi dietro anche Spagna e Francia, come minimo.


Venerdì infatti S&P Global Ratings ha mantenuto invariato il merito di credito sovrano della Repubblica Italiana (“BBB”, due gradini sopra il “junk”) e visto che Moody’s ha appena scritto che nonostante il “forte shock economico” legato alla pandemia di coronavirus il merito di credito sovrano resterà invariato data la natura temporanea della crisi e alla luce dei bassi costi di finanziamento. 

Concetto poi ribadito da S&P che ha parlato di possibilità per lo stato italiano di “ rifinanziare il suo debito a tassi di interesse reali intorno allo 0%”. Così stando le cose l’8 maggio, quando toccherà a Moody’s (e Dbrs) esprimersi, non ci saranno sorprese e anche il 10 luglio sarà difficile che Fitch decida in autonomia di declassare il debito italiano a “junk”, tanto più se dalla Commissione europea sarà finalmente arrivata una decisione su tempi e operatività del recovery fund comunitario.


Fino ad allora il pallino resta saldamente in mano all’ex direttore centrale del Fondo monetario mondiale ed ex ministro francese dell’Economia, che ora ha di fronte a sé due possibilità (non necessariamente alternative). La prima, già ipotizzata da Morgan Stanley, è seguire la strada tracciata dalla Federal Reserve, ampliando ai “fallen angel” (emittenti che hanno perso lo status di “investment grade”) sia pubblici sia privati la platea dei titoli acquistati dall'Eurotower direttamente sul mercato. 

Una strada che in un futuro neppure troppo lontano potrebbe portare la Bce a diventare quel “finanziatore di ultima istanza”, sia pure solo temporaneamente, anche di tutti i grandi gruppi industriali o bancari a cui la crisi precludesse la possibilità di finanziarsi autonomamente sul mercato a tassi sostenibili. 


La seconda, annunciata proprio oggi dalla Bank of Japan, è quella di ampliare nuovamente, eventualmente rimuovendo ogni limite, il proprio programma d’acquisti che al ritmo attuale, ormai salito a 5 miliardi al giorno di acquisti sul mercato contro i 15 miliardi di limite mantenuto tra ottobre e dicembre (e i poco più di 2 miliardi di acquisti al giorno registrati a marzo) esaurirà i fondi stanziati finora (120 miliardi, poi raddoppiati, cui si sono poi sommati altri 750 miliardi) entro 21 settimane, ossia tra 7 mesi e mezzo, intorno a Natale.

Per evitare di arrivare troppo vicini al limite in un momento in cui potrebbero registrarsi in tutta Europa (e non solo) nuove ondate di Covid-19, che in attesa del vaccino potrebbero portare a nuove interruzioni di alcune filiere produttive, la Bce dovrebbe dunque dire per tempo di avere ancora munizioni a disposizione del proprio “bazooka”, appunto rimuovendo ogni limite o quanto meno aumentando di altri 250 miliardi, entro settembre-ottobre, i fondi a disposizione del proprio programma di acquisto, ipotesi che rilancia oggi anche il Financial Times.


In questo modo, Christine Lagarde dimostrerà di essere la degna erede di Mario Draghi, conservando anzi accrescendo lo spazio di manovra della Bce rispetto ai singoli governi europei per importanti che siano. Un esito che neppure gli strategisti delle principali banche d’affari avevano messo in conto fino a qualche settimana fa, continuando a parlare dell’ormai esaurita spinta della politica monetaria e della necessità di puntare sulla politica fiscale per superare la crisi. Politica fiscale che invece, almeno in Europa, continua ad avere tempi incerti e, in Italia, difficoltà a superare gli ostacoli rappresentati dalla burocrazia e dall’estrema cautela degli istituti bancari, appena usciti da una lunga crisi da crediti deteriorati e poco propensi a rischiare di ricaderci.

Luca Spoldi

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