L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 13 aprile 2020

Fake news del Sole 24 ore e del giornalista/opinionista Vittorio Da Rold. Sono anni, dopo la crisi economica del 2007/8 che si propone soluzioni per uscire fuori dalla crisi economica che ci ha devastato ma dal momento che il circo mediatico risponde solo ai loro padroni le proposte, tante, di chi non fa parte del mainstream, NON sono MAI state prese in considerazione. Per ultimo il Piano di Salvezza Nazionale del 30 marzo 2020 elaborato molto prima che lo stregone maledetta lasciasse la sua intervista, ora osannata come un sasso lanciato in piccionaia

E’ tempo di una politica monetaria “impensabile”?


Il sasso in piccionaia l’ha lanciato ancora una volta l’ex presidente della Bce, Mario Draghi. A fine marzo, nel suo intervento al Financial Times, l’ex numero uno di Francoforte, ha fatto una proposta innovativa: contro il coronavirus, ha detto, bisogna fare tutto quel che è necessario. “Siamo in guerra contro il coronavirus, dobbiamo agire – ha scritto – La sfida che ci si pone davanti è come intervenire con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura, resa ancor più grave da un’infinità di fallimenti che causeranno danni irreversibili”. E la proposta più radicale che ha avanzato è stata quella della cancellazione del debito ‘corporate’. “Livelli molto più alti di debito pubblico – ha scritto Draghi – diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e dovranno essere accompagnati dalla cancellazione del debito privato”.

Christine Lagarde è stata la prima a pronunciarsi contro la possibilità di una cancellazione generalizzata dei debiti contratti durante la crisi dovuta al coronavirus provocando qualche commento critico da parte d alcuni commentatori. “Mi sembra assolutamente impensabile. Non è il momento per discutere una cancellazione, in questo momento siamo concentrati sul mantenere viva l’economia”, ha detto Lagarde, la quale, in un’intervista all’emittente radiofonica francese Inter France, ha preso le distanze da Draghi, senza chiudere del tutto alla proposta. “Piu’ in là – ha aggiunto – guarderemo a come ripagare il debito (how to pay down debt) e come gestire le finanze pubbliche nel modo più efficiente (and how we manage public finances in the most efficient way)”.

La Federal Reserve prevede invece la cancellazione dei debiti

Negli Stati Uniti invece la possibilità di cancellare “interamente” i debiti delle piccole aziende, in questa fase, non solo è prevista ma, come fa notare Antonio Cesarano, global strategist di Intermonte Sim, la possibilità di cancellare “interamente” i debiti delle piccole aziende, in questa fase, ma “è già operativa, a determinate condizioni” nell’ambito dei prestiti della Fed e in particolare per 350 miliardi di dollati del pacchetto da 2.300 miliardi di dollari approvato dalla banca centrale a stelle e strisce. Possibile? “Sì c’è un intervento possibile anche di questo tipo”, ricorda Cesarano all’Agi. La Fed prevede esplicitamente l’intera cancellazione del debito per i prestiti alle piccole imprese che può concedere direttamente fino al 30 settembre, a patto che l’azienda non licenzi per 8 settimane e che utilizzi questi soldi per pagare i salari, gli interessi sui mutui, gli affitti e le utenze. In pratica se questi soldi le aziende li usano solo per queste obiettivi vanno considerati come prestiti a fondo perduto. Questi prestiti sono già stati erogati dalle banche e il Congresso adesso dovrebbe estenderne l’utilizzo. In Europa invece come nel caso austriaco le banche aiutano su richiesta le società nella liquidità con prestiti da restituire in futuro e tassi praticamente a zero e il governo aiuta per una quota delle spese fisse a condizioni che non si licenziano i dipendenti e vengano pagati gli stipendi. Teoricamente più corretto perché rispetta le divisioni tradizionali di ruoli tra politica monetaria e politica fiscale.

L’Europa insomma finora ha scelto di non seguire il consiglio di Draghi di cancellare in modo condizionato i debiti corporate e ha messo in campo 540 miliardi di euro approvati il 9 aprile dall’Eurogruppo, cioè nei 240 miliardi di euro di prestiti Mes, di investimenti della Bei (200 mld) e di sostegno alla cassaintegrazione (100 mld), più gli altri 500 miliardi di futuri stimoli per la ripresa ancora da definire. Finora c’è un generico impegno a lavorare sulla proposta francese dei recovery fund, che verranno alimentati dal possibile emissione di debito comune europeo in capo alla commissione o da fondi pro quota degli Stati, cioè saranno nuovi prestiti (loans) o aiuti a fondo perduto (grant)? A questo quesito cruciale darà risposta il Consiglio europeo del 23 aprile con le spaccature tra paesi frugali del Nord e comunitari del Sud. 

La BoE finanzia il Tesoro per spese di emergenza

In Gran Bretagna è come se il divorzio tra Tesoro e Banca centrale (in Italia avvenuto nel 1981) fosse stato sospeso dall’emergenza coronavirus: la BoE finanzierà il Tesoro, che potrà evitare la estrema volatilità dei mercati finanziari. Lo farà su base temporanea e solo per spese dell’emergenza sanitaria ed economica, ma per importi illimitati. La Bce però non può farlo, perché è considerato un finanziamento monetario, vietato dal Trattato dell’Ue. Forse la proposta Draghi è più concreta del conto speciale e riservato di disponibilità al Tesoro previsto dalla Boe in Inghilterra, perché i soldi vanno direttamente a chi servono e cioè alle società e non ai governi evitando molta burocrazia e dispersioni.

Nessun commento:

Posta un commento