L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 26 aprile 2020

La Germania prende in giro se stessa e i suoi compari d'avventura, fin dal 2011 ha aderito al progetto di destabilizzazione di Assad governo legittimo attraverso mercenari soldi e armi ai terroristi tagliagola, e non dirlo crea UNA fake news PROPAGANDATA dal Corriere della sera

CRIMINI DI GUERRA

In Germania il processo ai gerarchi di Assad accusati di tortura
Due uomini dell’intelligence siriana alla sbarra oggi a Coblenza. La procura tedesca: hanno seviziato 4.000 persone. L’avvocato delle vittime Al Bunni: un primo passo ma ora il regime non resterà impunito

di Marta Serafini
22 aprile 2020


«È un inizio. Niente di più e niente di meno». Non sarà la Norimberga dei gerarchi nazisti. Ma Coblenza, appollaiata alla confluenza tra il Reno e la Mosella, rischia di diventare un luogo simbolo per tutti coloro che chiedono giustizia per la Siria.

È sui banchi del tribunale della cittadina tedesca che oggi salgono Anwar Raslan e Eyad Al-Gharib. Nomi che dicono poco, è vero. Tuttavia identificano due ex responsabili dell’intelligence siriana accusati di torture su 4.000 persone nel famigerato carcere di Al-Khatib a Damasco. Il 57enne Raslan è sospettato di aver martoriato 4.000 detenuti tra il 29 aprile 2011 e il 7 settembre 2012. «Per tutto il periodo della detenzione — si legge nel fascicolo dell’accusa — i prigionieri hanno subito brutali violenze tra cui percosse, calci e scosse elettriche». Raslan avrebbe commesso «58 omicidi» nonché «stupri e gravi violenze sessuali». Quanto ad Al-Gharib, avrebbe a sua volta commesso crimini contro l’umanità tra «l’1 settembre e il 31 ottobre del 2011» e sarebbe responsabile delle torture e delle violenze sessuali subite da almeno 30 persone, arrestate «in seguito a una manifestazione». Non due gerarchi di alto rango del regime di Assad, dunque. Ma nemmeno due pesci piccoli.

È il febbraio scorso quando Anwar Raslan e Eyad Al-Gharib vengono arrestati dalle autorità tedesche. Sono entrati nel Paese tra il 2014 e il 2018, pensando di nascondersi tra le migliaia di profughi siriani che in questi anni sono passati in Europa. Non hanno fatto i conti però con il principio di giurisdizione universale, in vigore in Germania, Francia, Austria, Svezia e Norvegia, che permette di arrestare qualcuno per reati commessi in un altro Stato. «Le relazioni di potere attualmente in gioco nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite impediscono alla Corte penale internazionale o ad un tribunale speciale di agire» spiega al Corriere Wolfgang Kaleck, segretario Generale dell’ECCHR, Ong tedesca che più di altre si è battuta per questo processo. E dal momento che la Siria non riconosce la Corte penale dell’Aia, gli unici procedimenti possibili devono essere condotti sulla base del principio della giurisdizione universale.

In Germania, Paese dove risiede oltre un milione di rifugiati siriani, la procura federale tedesca ha preso molto seriamente il suo compito. Sul banco dei testimoni saliranno decine di siriani sopravvissuti alle torture, che hanno sporto querela. Per le famiglie di The Syria Campaign rappresenterà «un momento fondamentale per la giustizia». Alcuni dei querelanti saranno assistiti da Anwar Al-Bunni, avvocato e difensore dei diritti umani, direttore del Centro studi siriano per gli affari legali con sede a Berlino, che più di altri si è battuto per questo processo. Lui stesso è stato detenuto ad Al-Kathib dal 2006 al 2011, come ha raccontato al Corriere. Rifugiato nella capitale tedesca, ha iniziato a prendere contatti con gli attivisti siriani e così ha scoperto che la polizia tedesca indagava su Raslan dal 2016. Col tempo e con pazienza Al-Bunni è riuscito a convincere alcune vittime delle carceri a denunciare gli abusi subiti. «Questo processo — ha detto l’avvocato — manda un messaggio molto importante al regime di Assad: non avrà mai l’impunità, quindi pensi bene a quello che fa».

Stando all'accusa il brutale abuso fisico e psicologico è servito a ottenere con la forza confessioni e informazioni da parte del movimento di opposizione in Siria, iniziato dopo le proteste del 2011 e da cui avrà origine la guerra civile prima e il conflitto poi causa di mezzo milione di morti. Ecco perché — sottolinea Eugenio Dacrema co-head di Ispi Mena Centre — «un processo di riconoscimento dei crimini commessi e delle responsabilità è fondamentale per costruire un processo politico in grado di concedere al paese un po’ di stabilità. I crimini di guerra sono stati commessi soprattutto verso le parti più moderate e politicamente credibili dell’opposizione, mentre le parti più estremiste per troppo tempo sono state lasciate libere di agire grazie al supporto straniero e perché supportavano la narrativa del regime come argine contro l’estremismo».

Ma non solo. La questione della giustizia ha a che fare anche con il futuro della Siria, reso sempre più fragile, oltre che dal conflitto anche dalla mancanza di certezze sul fronte giuridico e sulla punizione dei crimini. E il motivo è molto chiaro. «A parte eccezioni come questa tedesca, ormai nessuno pensa seriamente a una composizione politica a questa guerra». Soluzione militare e frammentazione politica sembrano ormai l’unico orizzonte realistico. «Anche con la complicità dei principali sponsor dell’opposizione come la Turchia».

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