L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 30 aprile 2020

La lezione da imparare. Il clima temperato, gli spazi enormi, il particolato nell'aria

MA NON E’ CORSA ALLA RIAPERTURA
Come Australia e Nuova Zelanda hanno battuto il coronavirus. Per ora
Pochissimi casi di nuovi contagi dopo un mese e mezzo di chiusure ma una condotta molto diversa dei due leader

di Angela Manganaro
29 aprile 2020

Surfisti a Bondi Beach, Sidney, Australia

Approcci simili ma storie diverse, leadership profondamente diverse, un fattore che in una pandemia conta: il flagello sanitario globale sta dimostrando come tutto, in un paese, in primis la vita e la morte ma anche il lavoro e la cura familiare, dipendano da decisioni politiche. Con approcci simili e governanti agli antipodi, Nuova Zelanda e Australia possono dire di aver domato il coronavirus, almeno per ora.

Entrambi i Paesi sono uno spot a favore del lockdown che ha funzionato ma questo da solo non basta a spiegare il successo o la foto spavalda di un gruppo di surfisti l’uno vicino all’altro, pronti a rituffarsi in acqua (Bondi beach, la spiaggia simbolo di Sidney, è stata riaperta). Il risultato è ancora più interessante perche si incrocia col fattore stagione, da quelle parti sta per finire l’autunno, a giugno sarà inverno ma comunque il clima resta mite tutto l’anno. E la stagionalità sembra ora una variabile importante per capire l’andamento della pandemia di Covid19.

In entrambi i paesi ha contribuito al successo il fatto di avere sterminati spazi per pochi abitanti, condizione ideale per il distanziamento sociale. I due governi annunciano adesso riaperture ma nessuno sembra voler abbassare la guardia: l’Australia che ha deciso un lockdown parziale e ora vanta un tasso di nuovi contagi sotto l’1% (alla fine di marzo era del 25% ) ha annunciato di voler potenziare i test con l’acquisto di 10 milioni di kit: i tamponi sono considerati la misura chiave per contenere la diffusione del virus e permettere alle persone di riconquistare una certa libertà di movimento.

La Nuova Zelanda invece ha imposto da metà marzo un lockdown molto rigido, ha chiuso tutto incluse le aziende, ma l’obiettivo dall’inizio è stato non mitigare il coronavirus quanto eliminarlo. Il 28 aprile ha registrato 3 nuovi casi per un totale di 1472 contagi: 1.214 sono guariti, 19 sono morti. “Possiamo dire con fiducia che non c’è piu trasmissione del contagio nella nostra comunita, ora la sfida è mantenere questo risultato” ha detto la primo ministro Jacinda Ardern mentre nel paese riaprono servizi scolastici e sanitari non essenziali e i locali per il cibo da asporto ma, allo stesso tempo, i neozelandesi si preparano a rimanere ancora a casa e uscire solo per lavorare, fare la spesa o esercizio fisico.

«Nuova Zelanda e Australia hanno avuto effetti e approcci simili ma la differenza nella leadership è stata evidente» dice Fausto Labruto, medico radiologo italiano, professore associato di radiologia, manager di una azienda di teleradiologia. Il dottor Labruto è in Australia da cinque anni, vive a Noosa nel Queensland assieme alla moglie neozelandese Julie. «In Nuova Zelanda il lockdown è stato realizzato in tempo e con serietà. Il maggiore merito va alla primo ministro Jacinda Ardern, che ha puntato su una comunicazione seria ed efficace anche grazie all'aiuto di specialisti in economia, ecologia, epidemiologia, e sul buon esempio (ad esempio il taglio del proprio stipendio). Adesso è molto piu popolare di quanto lo era prima della pandemia. Un plauso va fatto anche all'opposizione che ha scelto di appoggiare la primo ministro senza alcuna riserva. In Australia - continua Labruto - purtroppo la storia è diversa. Si c'è stato un lockdown, ma il primo ministro, Scott Morrison non ha mai usato una comunicazione efficace e la gente era ed è molto confusa sulle regole vigenti. In questo senso, il primo ministro è stato svantaggiato dal fatto che l’Australia è una repubblica federale e ogni stato ha applicato la propria agenda, creando differenze tra stato e stato. Inoltre il primo ministro aveva appena subito l'enorme calo di popolarità per la gestione degli incendi a dicembre e gennaio (è andato in vacanza alle Hawaii durante una settimana critica, ha negato qualsiasi legame tra gli incendi e i cambiamenti climatici ndr)».

Con la pandemia, il premier Morrison e’ stato piu incisivo che con gli incendi, vuole aumentare i test, aumento che considera prerequisito per riaprire ristoranti e pub, eliminare le restrizioni ai viaggi e i limiti di partecipanti a matrimoni e funerali. Nonostante le riaperture di alcune spiagge e il permesso di raduni deciso da alcuni stati, il governo federale insiste nella data dell’11 maggio per riaprire.

Nonostante queste deficienze, l’Australia sembra aver ottenuto lo stesso risultato della diligente Nuova Zelanda e gli spazi sterminati non sembrano essere stati decisivi: «entrambi i paesi godono di vantaggi dovuti alla facilità con cui possono chiudere le frontiere, sia geograficamente sia grazie alle loro politiche migratorie. La scienza ci insegna che le malattie da virus che si trasmettono con gli aerosol si diffondono meno in climi più miti perché la gente sta meno al chiuso e meno vicina. Inoltre sembra sia stata provata un'associazione con il particolato (cioé l'inquinamento), motivo per cui in pianura padana state peggio che in Sicilia. Questi due fattori evidentemente avvantaggiano Nuova Zelanda e Australia, due paesi con l’aria più pulita al mondo. E’ stata una combinazione di fattori naturali e scelte politiche azzeccate, adesso possiamo dire che entrambi i paesi sono fuori pericolo fino a quando tengono le frontiere chiuse. Cosa avverrà se e quando riapriranno, questo non lo sa nessuno. Adesso si parla di tenere le frontiere chiuse fino a fine anno».

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