L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 13 aprile 2020

quando sono i medesimi giornalisti il circo mediatico in tutte le sue forme che ci propagano fake news è molto ma molto difficile capire

Quando il gioco si fa duro...

di Pierluigi Fagan
6 aprile 2020

Una costante universale delle reazioni alla pandemia in corso, è l’impossibilità di darne numero, peso e misura. La cosa ha un che di paradossale, ero rimasto al fatto che noi si viveva nella società dell’informazione, che combatteva le fake news, della trasformazione immediata dei fatti in Big Data. Ma, per la versione numerata dei fatti legati alla pandemia, ci si scontra con due difficoltà. La prima è oggettiva poiché nessuno è in grado di monitorare lo stato reale della salute della propria popolazione nei vari gradi di - sano - infettato asintomatico - sintomatico lieve casalingo - sintomatico ospedalizzato - sintomatico ventilato artificialmente – morto. C’è un solo posto al mondo dove hanno fatto lo screening del 10% della popolazione, le isole Faroe dove vivono in 50.000. La seconda si aggiunge alla prima ed è data dal fatto che chi i numeri dovrebbe raccoglierli, non ha poi sempre questo grande interesse a farlo.

Il Giappone forse ora va in stato d’emergenza e il dato dei contagiati è esploso ma solo dopo che hanno a malincuore accettato ufficialmente di posporre le Olimpiadi. Su i cinesi si dubita sulle cifre poiché sarebbero sparite più utenze telefoniche dei morti dichiarati.

Gli italiani hanno avuto morti a casa in numero forse pari al 50% di quelli censiti, almeno nel quadrilatero della morte padano. Ma tale caveat leggo emergere sulla stampa mainstrem sia della Spagna che della Francia, della Gran Bretagna che della Germania. Qui si comincia ad adombrare il dubbio che nelle case di riposo per anziani sia in corso una strage silenziosa mentre tutto il mondo continua a domandarsi perché i tedeschi non muoiono come gli altri. A tale proposito, segnalo che il WoM, da qualche giorno espone di dati dichiarati dai vari Stati sul numero dei tamponi. Scopriamo così che la Germania fa meno tamponi dell’Italia. Sì, pare strano penserete voi, eppure pare che i tedeschi abbiano fatto 10.962 tamponi ogni milione di abitanti, mentre noi ne abbiamo fatto 11.436 e si tenga conto che per andare in pari parametrando alle diverse popolazioni, ne avrebbero dovuti fare più di 15.000. Per dire come stanno gli altri, i francesi ne hanno fatto 3.436 ed i britannici 2.880. Qui i fatti ci sarebbero pure, ma a noi interessano le narrazioni e quindi via a scrivere articoli che sbavano invidiosi sull’efficienza germanica e/o sull’inettitudine italica.

Tutti aspettano con ansia picchi e plateau come i bimbi Babbo Natale la sera del 24. I britannici, dopo aver lungamente negato l’inesorabile logica dei fatti, ora stanno a pezzi. Le curve e proiezioni britanniche sono tra le peggiori e Boris Johnson che aveva sfavillato con l’orgogliosa dichiarazione dell’immunità di gregge ora è in ospedale. Gli svedesi, che avevano preso il posto dei sud coreani nell’immaginario dei “un’altra epidemia è possibile”, pare ora stiano per ripiegare al triste lockdown di gregge. Gli olandesi se la cavano egregiamente invece, basta dare il consenso informato al fatto che in quanto anziano con patologie, scegli di morire a casa così non sporchi i conteggi con la tua inutile morte. I francesi che s’erano dimenticati di contare i morti nelle case di cura, hanno fatto per tre giorni il primato mondiale dei morti per giorno quando le hanno dovute inserire. Gli americani annunciano nuove Pearl Harbour con dentro uno o più 11 settembre, mentre non fanno lockdown serio quasi da nessuna parte ed un 25% di popolazione non lo fa per niente col risultato finale che quando gli altri saranno alla fine della curva verranno reinfettati da coloro che sono ancora portatori. Qui si nota il divorzio tra scienza e tecnica da una parte e capitale dall’altra. Infatti, scienza e tecnica dicono cose semplici ovvero che ci sono solo due modi di contrastare il virus, il vaccino che è lungi da venire ed il congelamento delle relazioni intra-umane. Ma il capitale che attende l’avvento del vaccino pur sapendo che non c’è modo di averlo prima del prossimo inverno (se non dopo), non accetta la seconda opzione. Nel frattempo hanno comprato respiratori made in Russia da aziende da loro stessi messe sotto sanzione.

Con lucida e fredda razionalità, è il meritevole the Economist l’altro giorno, ad aver inquadrato la questione sotto forma di dilemma etico-pratico, genere a cui gli anglosassoni sono molto affezionati [vedi “dilemma del carrello ferroviario” (P. R. Foot 1967)]: “Fino a quando potremo permetterci di dire che una vita umana non ha prezzo?”. L’inquietante dilemma riprendeva una stentorea dichiarazione di A. Cuomo, il quale s’era fatto bello con un vibrante “We’re not going to put a dollar figure on human life”. L’organo del Capitale, argomenta freddamente che “Forse non troveremo presto vaccini e cure. Con l’estate, le economie avranno subito crolli a doppia cifra. Mesi di reclusione casalinga avranno minato coesione sociale e salute mentale”. Alla fine, “il costo del distanziamento potrebbe superare i benefici”. L’argomento cita anche i lavoratori che avranno perso il posto, i bambini che non hanno più un pasto a scuola per loro vitale. E i giovani, “su cui cadrà gran parte del peso della malattia, sia oggi sia in futuro, con tutto il debito che i loro Paesi accumuleranno”. Considerazioni qui impopolari per via del fondo cattolico, ma che in qualche modo qualcuno, ad esempio Renzi e Confindustria, ha già cominciato a fare. Considerazioni che the Economist si permette di far pubblicamente perché in certi ambienti sono giorni che circolano gli allarmati forecast dei centri studi e dell’intelligence economico-finanziaria.

Se posso condire con un’avvertenza, sbaglia chi pensa di affrontare la questione sul piano del giudizio morale, il mondo non funziona a base di principi morali ma pratici. E sul piano pratico il dilemma c’è, ineliminabile. Molti di noi pur di solito critici col capitale e la sua fenomenologia detta “capitalismo”, sono oggi in conflitto di interessi personale. Il sistema rischia di andare in crash, ma con noi dentro ovvero con i nostri mutui, affitti, impegni, tenori di vita, posti di lavoro, prospettive future, figli e mogli o mariti a carico. Si sognava un “Aufhebung” (“superamento” ma espresso in forma di citazione colta), ma mica sul serio, era per gioco, il gioco sociale del criticare una realtà senza averne una sostitutiva di rimpiazzo, se non nell’etereo mondo delle parole e dei concetti.

Cos’è allora un gioco? “Agire in accordo con certe regole” diceva un filosofo tedesco. Non esistono davvero Vicolo Stretto e Viale dei Giardini, ma esistono se accettate la convenzione di quel gioco. Così la convenzione del nostro mondo moderno è lavorare otto ore al giorno per più o meno cinque giorni/settimana, riceverne delle fiches, spenderle per comprare cose che in minima parte servono e per gran parte soddisfano illusori bisogni deviati o aiutano a posizionarci nella scala sociale, mostrando a gli Altri se valiamo un po’ più o un po’ meno di loro. Il gioco ha poi altre innumerevoli condizioni di possibilità da soddisfare, questioni di violenza geopolitica, ambientale, umana, non scritte nel Regolamento. Sul tavolo di gioco in cui eravamo assisi intenti a far il nostro gioco, si sta abbattendo una piccola tempesta reale, vento dalla finestra e pioggia dal soffitto.

Continuare il gioco si fa improvvisamente duro ed ognuno dovrà scegliere (e scegliere provoca ansia) se fare il duro e continuare a giocare o se fare il duro in altro modo ed alzarsi dal tavolo e rimanere nell’incertezza del cosa verrà dopo il gioco, magari un altro gioco. Ma disegnato da chi? Con quali nuove regole? Con quanto umano “divertimento” e soprattutto con quali rapporti con la concreta realtà che ci assedia? Quello che giochiamo di solito è un gioco disegnato in tutte le sue regole e condizioni tre secoli fa, oggi i disegnatori di giochi non ci sono più, chi saprà inventarne un altro adatto ai tempi nuovi?

Siete sicuri che “la vita umana non ha prezzo”? Siete sicuri di voler seguire John Belushi e l’orgoglioso richiamo a gettare il cuore oltre l’ostacolo ovvero inventare un nuovo gioco? Faites vos jeux! Della serie "dilemmi virali" ...

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