L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 aprile 2020

Solo chi ama la terra, la tocca la sente l'odora può salvare questo mondo

La svolta green degli allevatori australiani da cui imparare l'amore per la propria terra

In un Paese devastato dagli incendi, 60.000 allevatori di pecore hanno deciso di fare pace con la propria terra, per una gestione sostenibile. Con l'aiuto della scienza. E degli aborigeni

DI ALESSANDRA PON 26/04/2020

COURTESY THE WOOLMARK COMPANY

Djeran, la stagione “adulta”, quella della consapevolezza. Così gli aborigeni Nyoongar chiamano quel periodo dell’anno che corrisponde al nostro aprile-maggio. Dopo le febbri dell’adolescenza, è il momento di preparare la tua “casa” per la pioggia e il vento che verrà. Nelle radure di Perth, nel Western Australia dove ho vissuto qualche tempo, ricordo l’esplosione di fiori rossi – quelli bianchi arriveranno poi, con l’inverno – corimbie, banksie, beaufortie. Le summer flames, le fiamme dell’estate: più la terra ha bruciato, mi dicevano, più ne spunteranno. A ricordarti che, in questo Paese, da un fuoco vieni e a un altro andrai.

Dopo la grande paura, le scene apocalittiche di giorni neri e notti rosse, le cifre spettacolarizzate – 28 milioni di acri bruciati, una superficie superiore alla Scozia; due milioni di capi di bestiame e 400 di fauna selvatica periti negli incendi – l’Australia sta ora cercando di metabolizzare gli effetti collaterali di sei mesi continui di bushfires, due in più della ciclica durata e mai così estesi, alla fine di un anno che ha battuto ogni precedente record di temperature: si potrà piantare solo la metà della quantità attesa di grano e sorgo, la produzione di miele e vino sarà inferiore di un terzo per circa dieci anni, così come quella di frutta e ortaggi.

Per la lana, di cui l’Australia è il primo produttore al mondo della più pregiata merino, si prevede una flessione storica, anche se l’arrivo delle prime piogge, secondo Stuart McCullough, managing director di The Woolmark Company, l’autorità globale della lana merino, «ha aiutato il terreno a rigenerarsi e la ripresa è iniziata: stiamo supportando gli allevatori con un manuale per la ricostruzione in podcast e via stampa e, per le zone più colpite come Kangaroo Island, abbiamo creato dei team appositi di volontari già inviati sul posto».

Un allevamento a Kangaroo Island
COURTESY THE WOOLMARK COMPANY

Proprio Kangaroo Island, l’isola paradiso di endemismi al largo di Adelaide nel Southern Australia, è stata – nella sua singolarità di territorio equamente diviso in una metà wild, tutelata come parco, e in un’altra metà abitata e coltivata – lo specchio di una tragedia in cui, per la prima volta, l’annuncio della perdita di oltre 100.000 pecore intrappolate dal fuoco ha ricevuto la stessa empatia della contemporanea morte di 20.000 koala sull’isola. Improvvisamente, con asettici termini tecnici come euthanise e salvage slaughter (“praticare l'eutanasia” e “macellazione compassionevole”), è stata riraccontata la vita del woolgrower, l’allevatore di pecore, nella sua essenzialità brutale, costretto a chiedere fucile e munizioni per sopprimere i suoi animali. Basta che una pecora sia ferita alle zampe o ustionata su appena un quinto del suo corpo perché non possa sopravvivere.

Un breve sguardo alla storia dell’allevamento della merino australiana e si capisce come mai siano stati in pochi a dedicarle poesie o memoir bucolici, preferendo le mandrie dell’Outback. Le rare ballate folk cantano di tosatori massacrati dal caldo o abbrutiti dall’alcol; di fattorie aride di cuore quanto di piogge. Da quando le prime merino sbarcano a Sydney con la Prima Flotta del 1788, inizia un’epopea più oscura che fulgida, dove si avvicendano guerre di territorio, mercanti senza scrupoli, galeotti con poche speranze e governatori ambiziosi: tutto l’Aussie melting pot&plot che porterà la colonia britannica a essere già, neanche un secolo dopo, la prima produttrice di lana al mondo e insieme titolare di una selezione con vello dieci volte superiore per quantità, oltre che per qualità, delle merino spagnole originarie.

Ancora un altro secolo e, negli anni Ottanta, il gregge nazionale conta ben 172 milioni di capi e i bambini a scuola imparano la filastrocca “il mio Paese ha cavalcato in groppa a una pecora”. Il primato mondiale rimane tuttora indiscusso – nonostante non rappresenti più la metà della produzione agricola totale e le greggi siano scese a 73 milioni (di cui tre quarti merino) – ma la sfida non è più solo commerciale e culturale per la concorrenza delle fibre sintetiche.

L’allevatore Chris Atkison a Kangaroo Island
COURTESY THE WOOLMARK COMPANY

Ora è diventata anche una sfida ambientale ed economica, a fronte del cambiamento climatico e dell’impatto degli allevamenti sul territorio, per l’alta densità degli animali su zone già rese fragili dalla siccità. Guidata da un governo mai così conservatore ed eco-insensibile – persino dopo gli ultimi incendi che ne hanno fatto strage non si fermerà quest’anno la caccia commerciale al canguro, – l’Australia è attivamente, secondo una ricerca del Wwf, ai primi posti tra i Paesi più inquinanti, per emissioni di anidride carbonica e deforestazione. E, passivamente, condannata alla desertificazione, per il progressivo aumento della temperatura media (2 gradi entro il 2030) e la riduzione della portata delle piogge stagionali.

Proprio i woolgrowers però, una comunità imprenditoriale di circa 60.000 fattorie a conduzione familiare, sembrano essere i più veloci a rispondere, in assenza di una strategia nazionale e incalzati dalle associazioni ambientaliste (che rimproverano alla lana di essere ecologica solo per definizione, non perché realmente lo sia l'intero ciclo di vita e produzione).

Sotto l’egida di The Woolmark Company partecipano a un progetto di gestione sostenibile che ogni anno premia, con l’Eco Stewardship, l’allevatore che si è distinto per l’adozione di particolari pratiche, come l’agricoltura rigenerativa, e per aver meglio tradotto il concetto di essere, più che un proprietario, un “custode” del territorio. Cosa significa, nel quotidiano di una fattoria, ce lo racconta bene Chris Atkinson di Wallaby Run: «Un quinto del mio terreno l’ho lasciato alla vegetazione originaria – non lo usiamo mai come pascolo – e ogni nuova recinzione intorno al bush o lungo il torrente è disegnata in modo che canguri e wallaby possano attraversare senza ferirsi. Per contrastare l’erosione del territorio abbiamo due armi: limitare il numero di pecore rispetto agli spazi disponibili e, piantando o ripiantando alberi e arbusti, salvaguardare i “corridoi verdi” per il passaggio di uccelli e animali selvatici».

L’allevatore Chris Atkinson con la moglie e i figli
COURTESY THE WOOLMARK COMPANY

Che l’approccio sostenibile possa fare la differenza anche di fronte a un evento devastante come il fuoco, sempre Atkinson può esserne testimone: Wallaby Run si trova proprio a Kangaroo Island. «Avere pronte e tracciate delle vie di fuga attraverso la proprietà, tenere pulita la cornice dei recinti in modo da togliere alimento al fuoco, una vegetazione non inaridita – e un pizzico di fortuna per il cambiamento del vento – hanno significato non perdere neanche un animale».

È ora, tra marzo e luglio, in quella stagione adulta della consapevolezza, che le popolazioni aborigene iniziavano ad accendere i piccoli fuochi del fire-stick farming: «Il bush deve bruciare», dicevano, e così facilitavano la caccia, il ciclo vegetativo e prevenivano i grandi fuochi, quelli che avrebbero divampato poi se l’uomo non si fosse preso cura della terra. Da quest’anno il Nuovo Galles del Sud – insieme a Victoria lo Stato più colpito dagli ultimi incendi – ha deciso che il Fire Service si appoggerà alle comunità aborigene e l’Università di Melbourne ha avviato un progetto di integrazione per il cultural burning. Un segno di consapevolezza? A Djeran segue, da giugno, Makuru, la stagione della fertilità, degli incontri, delle tempeste e degli amori. Chissà che non sia questa la stagione anche di una nuova alleanza, tra gli australiani e la loro terra. |

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