L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 12 aprile 2020

Togati malati - è un'emorragia continua ed incessante la scarcerazione dei 'ndranghetisti da parte di un certo tipo di magistratura. Collusa, Corrotta, Venduta?

Coronavirus, scarcerato il boss della 'ndrangheta Filippone: è a rischio per l'epidemia


Il referente calabrese per la Trattativa Stato-mafia, a processo con Graviano per l'omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo, sarà ai domiciliari senza braccialetto elettronico

di ALESSIA CANDITO
10 aprile 2020

Ai domiciliari e senza neanche braccialetto elettronico. A causa dell’emergenza Covid19, anche il mammasantissima calabrese Rocco Santo Filippone potrà uscire di cella e continuare la carcerazione preventiva a casa della nuora, nel torinese. Troppo anziano e già affetto da diverse patologie, per il boss calabrese – ha stabilito la Corte d’Assise di Reggio Calabria, dopo aver per due volte respinto l’istanza dei legali - restare in carcere con l’epidemia in corso è un rischio troppo alto, sebbene in cella singola e in regime di socialità ridotta come per tutti i detenuti della sezione di alta sicurezza. Per questo potrà lasciare il carcere di Torino e raggiungere sotto scorta la casa della nuora.

Si tratta del primo capoclan relazionato alla stagione delle stragi a strappare i domiciliari per l’emergenza coronavirus. Considerato uomo della ‘ndrangheta delegato ai rapporti con i clan siciliani negli anni della Trattativa Stato-mafia, il boss è attualmente a processo di fronte alla Corte d’Assise di Reggio Calabria insieme a Giuseppe Graviano, entrambi accusati di essere i mandanti degli attentati del '93-'94 contro i carabinieri, costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo. Con quella scia di sangue, afferma il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, la 'ndrangheta ha firmato la propria partecipazione alla stagione degli attentati continentali.

Un’accusa che si è tradotta in una lunga serie di contestazioni, che la stessa Corte d’Assise ricorda: “associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio tentato e consumato, aggravati dalla finalità di agevolare le attività delle organizzazioni di tipo mafioso denominate Cosa Nostra e 'ndrangheta che intendevano costringere lo Stato italiano tra gli ulteriori scopi in corso di compiuta individuazione a rendere men rigorose sia la legislazione che più ingenerale le misure antimafia”. E sono gli stessi giudici a sottolineare che “le esigenze cautelari da ritenersi di eccezionale rilevanza, desumibili dalla gravità delle contestazioni” sono “tuttora sussistenti”.

Ma ci sarebbero disposizioni nazionali interne molto stringenti per i detenuti anziani, anche accusati di mafia. E Filippone è ultrasettantenne – si legge nel provvedimento – è "affetto da pregressa cardiopatia ischemica, fibrillazione atriale in TAO, ipertensione arteriosa, IPB, sindrome ipertonica-ipocinetica, diabete mellito di tipo 2 non ben compensato" quindi andrà ai domiciliari "in via temporanea e non oltre il termine della emergenza sanitaria".

Tuttavia non potrà tornare, come da lui auspicato, a casa del figlio Pasquale, nel suo feudo di Melicucco. Dovrà accontentarsi di scontare i domiciliari a Rivoli, a casa della moglie dell’altro figlio, Angelo, attualmente in carcere e in teoria destinato a rimanerci fino al luglio 2022. Altre soluzioni, sembra dire la Corte nel provvedimento, al momento non ce ne sono perché il boss non può essere trasferito “presso luogo di cura o di assistenza alla luce della emergenza sanitaria in corso e delle normative regionali fortemente limitative a nuovi ricoveri presso strutture pubbliche e cliniche private”.

Filippone non è il primo elemento di vertice delle mafie a strappare i domiciliari a causa dell’emergenza in corso. Fra i calabresi, il primo è stato il boss Vincenzino Iannazzo, condannato in appello a 14 anni e mezzo e in attesa di sentenza definitiva, ma per la Corte d’appello di Catanzaro, statisticamente “a rischio” in caso di contagio da Covid19.

Anche in considerazione dell’epidemia in corso, è passato dal carcere ai domiciliari anche Nino Creazzo, arrestato nel febbraio scorso con l’accusa di associazione mafiosa nell’inchiesta che ha travolto il fratello Domenico, arrestato per scambio elettorale politico mafioso poco dopo essere stato eletto in Consiglio regionale.

Stessa sorte anche per diversi boss siciliani come Maurizio Crinò, 49 anni, espressione del clan di Misilmeri, imputato nel medesimo processo di Settimo Mineo, il boss di Pagliarelli che ha presieduto la nuova cupola di Cosa Nostra e oggi – anche lui –sollecita una scarcerazione “causa Covid19”.

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