L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 12 aprile 2020

“Un vicolo cieco per l’Italia” questo è il risultato dell'Eurogruppo e Gualtieri ride come un euroimbecille

Vi spiego che cosa non ha ottenuto Gualtieri all’Eurogruppo

12 aprile 2020


L’esito dell’Eurogruppo analizzato da Giuseppe Liturri

Giovedì notte si è finalmente sollevato il velo su cosa possa effettivamente fare la UE per aiutare i Paesi più in difficoltà nell’affrontare l’impatto della crisi economica da COVID 19 ed è venuto alla luce ciò che stiamo puntualmente illustrando da diverse settimane.

Nella UE c’è poco o nessuno spazio per voli pindarici al di fuori dei Trattati e ciascuno Stato deve fare prima di tutto affidamento sulle proprie risorse nazionali. Ove volesse accedere a risorse che comportano la condivisione di responsabilità di bilancio, il beneficiario dovrebbe sottoporsi al controllo scrupoloso di BEI o MES o SURE, a seconda che il prestito sia a favore, rispettivamente di imprese o Stati.

Nei giorni scorsi avevamo anticipato la linea su cui era attestato il ministro Roberto Gualtieri: uso del MES senza condizioni e solo all’interno di un pacchetto che prevedesse un rilevante impegno dei nostri partner all’emissione di strumenti di debito comune per il finanziamento di un fondo per la ripresa (ERF).

La bontà del risultato della trattativa sarebbe stata misurata dall’assenza delle condizioni che regolano i prestiti emessi dal MES e dall’uso di termini che avessero fatto intravedere consistenti passi in avanti nel processo di costituzione di un fondo europeo per la ripresa (ERF).

Ebbene, il risultato è drammaticamente deludente e, purtroppo per Gualtieri ed il nostro Paese, la linea del Piave non ha tenuto. La lettura dei 23 punti del comunicato finale del Presidente Mario Centeno somiglia ad una Via Crucis per il nostro ministro.

I punti da 4 a 11 sono la fiera delle ovvietà. Fa davvero specie leggere, tra i risultati elencati da Centeno, misure espansive dei bilanci dei singoli Stati pari al 3% del PIL della UE. Perché è immediato notare che l’Italia, al momento, è ferma, ai miseri 25 miliardi (1,4% del PIL) del Decreto Legge n. 18 di marzo e “la poderosa potenza di fuoco” di millemila miliardi del Decreto Legge n. 23 di aprile stenta ancora a materializzarsi perché il governo ha esaurito tutte le risorse per il decreto 18 e non ha ancora presentato la relazione al Parlamento ex Legge 243 del 2012, da votarsi a maggioranza assoluta, per essere autorizzato al nuovo scostamento di bilancio. Quel 3% è come il pollo di Trilussa.

Stupisce come sia ancora possibile portare, tra i risultati positivi dell’azione della UE, l’attivazione della clausola che consente ampia flessibilità di bilancio o la temporanea attenuazione dei vincoli per gli aiuti di Stato. Sarebbe come chiedere ad un carcerato di gioire per averlo liberato dai ceppi durante l’ora d’aria.

L’azione della BCE, sotto diversi fronti, viene correttamente descritta come una leva decisiva nello stabilizzare il mercato dei titoli pubblici e la liquidità del sistema. Centeno purtroppo non precisa che proprio giovedì sono state pubblicate le minute della riunione della BCE in cui sono state decise quelle misure e da esse emerge un profondo contrasto tra i governatori delle banche centrali partecipanti. In quella riunione ha fatto capolino la proposta che gli Stati in difficoltà nel fronteggiare il fabbisogno finanziario della crisi, chiedano l’attivazione degli acquisti illimitati da parte della BCE (OMT). Con un ulteriore importante dettaglio: condizione necessaria, ma non sufficiente, perché ciò accada è richiedere l’intervento del MES. Ecco perché il MES è sul tavolo.

Anche l’intervento della BEI va messo nella giusta luce. Si tratta di un fondo di “soli” 25 miliardi che potrebbe generare prestiti della BEI per 75/100 miliardi che, assieme al cofinanziamento di altre banche, potrebbero generare finanziamenti per 200 miliardi. Ma questi finanziamenti “mobilitati” sono mere ipotesi che dipendono dall’effettiva volontà di altre banche di affiancarsi alla BEI come co-finanziatore. I soldi veri sono quelli spesi, non quelli “mobilitati”.

Il punto 16 sul MES cade come una lama sulle ambizioni di Gualtieri. Viene prevista l’attivazione di una linea di credito prudenziale (ECCL), a cui tutti i Paesi membri potranno accedere secondo condizioni contrattuali uniformi e l’unica condizione per l’accesso è costituita dall’impegno a finanziare costi connessi direttamente o indirettamente all’assistenza sanitaria per il COVID 19. “Si applicano le norme del Trattato del MES” recita il comunicato e, dopo la crisi, tornerà applicabile il consueto quadro di sorveglianza macroeconomica ed il connesso impegno a migliorare la situazione finanziaria.

L’unica condizionalità che salta è quindi quella per l’accesso ai fondi, in sostanza si dovrebbe evitare l’analisi di sostenibilità del debito dello Stato ma, per il resto, il Trattato del MES è pienamente effettivo. Ma vi è di più: qualora uno Stato intenda farvi ricorso per spese diverse da quelle sanitarie, dovrebbe sottostare a tutte le condizioni previste. Non so se ci sono altre parole per definire una disfatta.

Ma, se possibile, ancora peggiore è il risultato ottenuto per l’ERF. Centeno nel commento specifica che ci sono divergenze nette sull’emissione di strumenti di debito comune e, al punto 19, specifica che “hanno concordato di lavorare” a un fondo per la ripresa, temporaneo e mirato, collegato a fondi del bilancio UE. Rinviano ai leader la determinazione di tutti i dettagli su entità e fonti di finanziamento anche attraverso “strumenti innovativi”, sempre coerenti con i Trattati. Ed è proprio quest’ultimo inciso lo sbarramento finale che impedisce ogni volo di fantasia. Infatti, gli Eurobond con condivisione totale del rischio sono vietati dall’articolo 125 del TFUE, e gli unici possibili sono quelli già emessi da MES, BEI o che potrebbe emettere il SURE.

Che si tratti di un percorso molto accidentato, lo ha anche confermato il presidente del Consiglio Charles Michel, nel convocare i leader europei per il prossimo 23 aprile. Scrivere solo “esplorare la costituzione di un fondo” significa che sono in altissimo mare. Ecco il poco che ha ottenuto Gualtieri.

E non si capisce perché Conte abbia fatto degli Eurobond una bandiera, palesemente vietata dai Trattati, e non perori la causa più sensata, avallata da economisti di mezzo mondo: l’acquisto del debito da parte della BCE.

“Un vicolo cieco per l’Italia” è stato il tranciante commento dell’economista Paul De Grauwe e, documenti alla mano, le prove sono abbastanza evidenti.

(versione integrata e aggiornata rispetto all’articolo pubblicato su La Verità)

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