L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 27 maggio 2020

Dobbiamo lavorare, avere una strategia per conservarci la nostra unica casa, la Terra

Il rapporto uomo-natura ne “la principessa mononoke” di Miyazaki



Nel celebre “La principessa Mononoke”, il regista Hayao Miyazaki affronta uno dei temi più importanti dell’epoca contemporanea, svelandone le contraddizioni e la meravigliosa dialettica: il rapporto tra l’uomo e la natura, tra lo spirito tecnologico e lo spirito ecologico.
In quanto convinto ecologista si tratta di uno dei temi più cari a Miyazaki, affrontato in molti altri suoi film, ma ne “La principessa Mononoke” esso viene trattato in maniera estremamente matura, profonda e soprattutto tragica.

Il rapporto tra l’uomo e la natura costituisce uno dei più importanti oggetti di riflessione nel pensiero occidentale, ma anche in quello giapponese. La parola shintō (神道), che sta ad indicare la religione tradizionale giapponese, è composta dagli ideogrammi 神 (shin, che si può leggere anche Kami) e 道 (tō, che significa via, sentiero): lo shintō è la “via dei Kami”, ma chi sono i Kami?
Il termine Kami non ha una traduzione precisa in italiano, perché sta ad indicare le divinità, ma anche gli spiriti della natura, i numi e le presenze spirituali.

È nel Giappone dei Kami che è ambientato l’anime in questione, nello specifico nel periodo Muromachi (1336 d.C – 1573 d.C.). Nel periodo Muromachi avvenne un profondo mutamento nel rapporto tra i giapponesi e la natura: in quel periodo la produzione del ferro vide un aumento considerevole, accompagnato da numerose deforestazioni e dalla consapevolezza che la natura poteva essere dominata attraverso la tecnica, trasformandosi così da dimora degli spiriti a risorsa per l’evoluzione della civiltà.
Nell’anime abbiamo dunque da un lato un Giappone ricco di foreste incontaminate, dove pullulano Kami, spiriti Kodama e bestie selvagge, presieduto dal potente Dio Cervo, manifestazione stessa della natura che dona e toglie la vita. Dall’altro invece abbiamo un Giappone sulla via della modernità e della tecnologia, dove sorge l’imponente Città del ferro. Nel mezzo di questo scontro dialettico si pone il villaggio dei misteriosi Emishi, di cui parlerò successivamente.

In rappresentanza di questi tre mondi e della loro dialettica vi sono la selvaggia San, la prometeica Eboshi, e Ashitaka, il principe degli Emishi, autentico eroe tragico dell’anime.

San è una ragazza cresciuta nella foresta insieme ai lupi e non è consapevole di essere umana. Possiede un cuore puro e incontaminato come la natura selvaggia, è portatrice di un’antica saggezza che le permette di parlare con gli animali e darebbe la vita per preservare la sua amata foresta. San è tuttavia fortemente antisociale, disprezza completamente gli umani e non esita a ucciderli, spinta com’è dal suo odio verso l’uomo e la tecnologia.
San è chiamata “Principessa Mononoke” dagli abitanti delle città, ma che cosa significa “Mononoke”? Il termine Mononoke viene spesso tradotto con “essere misterioso” e indica un insieme di spiriti malefici. Essi sono spiriti che procurano dolore e sofferenza, spesso perché hanno subito loro stessi dei torti e dei soprusi: un Mononoke dunque è uno spirito della vendetta.
San/Monoke rappresenta quindi la vendetta della natura contro la devastazione operata dall’uomo, contro la deforestazione e la cementificazione del mondo: è il primitivo grido di guerra degli spiriti della natura contro la tecnica umana.

Contrapposta a San è Eboshi, la signora della Città del ferro. Anche lei, come San, non è un personaggio inquadrabile nella dicotomia bene/male.
Eboshi è una personalità prometeica, per certi versi molto arrogante, che non nutre alcun rispetto verso la tradizione, le divinità, gli spiriti e la natura, tanto che vuole uccidere il Dio Cervo per disboscare la foresta costruirci delle miniere.
Eboshi però è anche una donna che si prende molto cura del suo popolo da cui è amata e rispettata, che ha liberato le donne dagli schiavisti e ha accolto e curato i lebbrosi, dando loro la dignità e la libertà. Eboshi ha persino ribaltato la tradizione che vuole le donne inferiori agli uomini, insegnando loro a combattere, a lavorare per la comunità e a “rispondere a tono” ai mariti arroganti.

Eboshi è espressione non solo del Giappone che si avvia verso la modernità, ma anche della tecnica e del desiderio prometeico dell’uomo di sottomettere la natura al suo volere, della hybris umana che rompe con l’ordine costituito. Questa rottura getta certamente l’uomo in una posizione difficile, ma è anche quella che permette all’uomo di acquisire la sua umanità e di distinguersi dalle bestie feroci che popolano le foreste, che permette il progresso scientifico e sociale, portando così l’umanità a orizzonti di emancipazione sempre più ampi.

Questa dialettica e il suo superamento vengono rappresentati da Ashitaka, il principe-guerriero degli Emishi. Gli Emishi sono un antico popolo oggi estinto, le cui origini sono ancora ignote (alcuni ritengono che siano in qualche modo imparentati con gli Ainu dell’isola di Hokkaido, altri escludono questa possibilità), che si pensa praticassero una religione sciamanica. Sono dunque rappresentati nell’anime come un popolo che vive in profonda armonia con la natura, rispettando i suoi cicli e i suoi ritmi, senza tuttavia rinunciare alla propria dimensione umana.

Ashitaka, pur sentendo lui stesso un fortissimo legame con la natura, a differenza di San non rinnega la sua natura umana: il suo popolo non abita infatti nelle selvagge foreste e nemmeno nelle imponenti città moderne, bensì nei piccoli villaggi, dove umanità e natura vivono in armonia. È dunque la dimensione del villaggio, della piccola comunità, dove la natura non viene vista come una nemica ma come una “coinquilina”, che si manifesta la dialettica tra l’uomo e la natura.
Ashitaka non è un eroe classico, ma un eroe fortemente tragico e malinconico, in quanto colpito da una maledizione mortale: una maledizione che si è attirato uccidendo un demone-cinghiale, reso demoniaco dal dolore di un proiettile di ferro, che stava per distruggere il suo villaggio. Ashitaka porta su di sé la maledizione della rottura dell’armonia tra l’uomo e la natura, la maledizione che portiamo tutti noi: è proprio per cercare di porre fine a questa maledizione che Ashitaka intraprende il suo viaggio.

E’ a partire da questa tragica consapevolezza dello iato tra noi e la natura che Miyazaki vuole farci riflettere. Quando ci rendiamo conto di questa profonda dualità, quando non sappiamo che cosa fare, allora è in quel che bisogna iniziare a riflettere sul rapporto tra uomo e natura.
Dobbiamo renderci conto che anche noi portiamo la maledizione di Ashitaka, non possiamo fare finta di esserne immuni e ricercare le soluzioni semplicistiche nel tecno-scientismo o nel naturismo ingenuo.
In questi giorni stiamo assistendo a uno degli aspetti più spaventosi di questo conflitto: la nostra società, fondata sulla certezza di aver finalmente dominato la natura, si trova a dover affrontare la sua potenza devastante. Problemi come il riscaldamento globale e l’inquinamento, fino a poco tempo fa deliberatamente ignorati, ci ricordano ancora una volta che con la natura ci dobbiamo convivere e di conseguenza dobbiamo rispettarla maggiormente.

La rottura tra uomo e natura è ancora lontana dall’esaurirsi, ma la consapevolezza della stessa ci fornisce un’importante chiave di lettura e di azione nel mondo contemporaneo: non possiamo più guardare alla natura come a un qualcosa da sottomettere e piegare al nostro volere. Dobbiamo imparare a conviverci, a rispettare i suoi ritmi e i suoi limiti, a utilizzare la nostra tecnologia non soltanto per soddisfare i nostri bisogni immediati, ma anche per preservare l’ambiente in cui viviamo. Soltanto interiorizzando questa ferita, possiamo intraprendere il percorso per sanarla, costruendo così una società a misura d’uomo e a misura di natura.

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