L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 29 maggio 2020

Fratellanza Musulmana - cenni storici

I Fratelli Musulmani: Storia, pensiero e leader dalla fondazione ad oggi

PAOLO GONZAGA 27 maggio 2020


I FRATELLI MUSULMANI. HASSAN AL BANNA, IL FONDATORE

Il movimento dei Fratelli Musulmani fu fondato nel marzo 1928 ad Ismaliyya, una cittadina a nordest del Cairo, da un giovane insegnante, Hassan al Banna, assieme ad altri sei giovani conquistati dal suo carisma[1]. Il movimento rapidamente arrivò ad espandersi e dopo sei anni a Ismaliyya spostò la propria sede al Cairo. Per il fondatore della Confraternita dei Fratelli Musulmani, la condizione di debolezza della Umma derivava dalla dimenticanza e dall’inosservanza dei propri riferimenti islamici, pertanto era necessario lavorare sul popolo. Il suo lavoro di predicazione si concentrò quindi ben presto sulle masse, Hassan al Banna andava a predicare nelle caffetterie, attirandosi le ire dei più tradizionalisti.
Hassan Al Banna

Profondamente influenzato dai riformisti salafiti[2] che lo avevano preceduto, Al Afghani, Muhammad Abduh, Rashid Rida, fu tra i primi nel mondo islamico moderno a credere nell’importanza di formare un’opinione pubblica. Infatti sin dai tempi dei suoi studi al Cairo durante il primo ventennio del Novecento, rimase fortemente impressionato dalla penetrazione culturale dell’Occidente, specialmente tra i più giovani. Al Banna basava la sua visione sulle letture delle opere di Mohammad ‘Abduh e ancor più intensamente del suo discepolo siriano Rashid Rida, condividendo profondamente le convinzioni espresse da questi pensatori, che predicavano il ritorno alla forma pura e originaria dell’Islam come antidoto alla decadenza morale, sociale, economica dei paesi islamici. Sulla scia dei pensatori razionalisti salafiti, Al Banna nonostante ritenesse sostanzialmente che la decadenza in cui versavano i popoli islamici fosse dovuta all’abbandono della fede e alla colonizzazione occidentale subita, ammirava le invenzioni e il progresso tecnologico dell’Occidente.

Quindi incoraggiava la popolazione ad “islamizzare la modernità”, ritornando a vivere secondo i principi dell’Islam, rifiutando sì l’imperialismo culturale occidentale, ma appropriandosi dell’inventiva tecnologica. Pertanto i Fratelli Musulmani si caratterizzavano come un gruppo di islamizzazione dal basso, i cui membri dovevano quindi agire su due piani: il piano della formazione personale ed il piano dell’educazione popolare e dell’attività pubblica, con lo scopo di risvegliare le coscienze, di incoraggiare la partecipazione e far sorgere una maturità politica, così da creare un’opinione pubblica capace di autodeterminarsi.

Gamal Abdel Nasser

L’educazione doveva essere spirituale ed intellettuale al tempo stesso, infatti Al Banna ripeteva incessantemente che il progetto dell’Islam è prima di tutto una questione di cuore e di apprendimento. Per al Banna lo Stato islamico doveva venire solo dopo un’islamizzazione di massa, solo dopo che il popolo aveva aderito con il cuore e con lo spirito ad una vera e completa fede islamica. Bisognava cambiare l’uomo prima di cambiare la struttura ed è quello che affermava al Banna quando diceva: «Noi vogliamo l’uomo musulmano, poi la famiglia musulmana, poi la società musulmana, poi il governo musulmano ed infine la nazione musulmana (la Umma)».

Tale slancio umano che coinvolgeva diversi aspetti della vita doveva essere accompagnato, sul piano costituzionale e legislativo da una progressiva riforma delle istituzioni e delle norme. Per al Banna la realizzazione di una struttura statale fedele ai principi islamici con l’obiettivo di applicarli concretamente ed in modo corretto diventò, nel corso della sua opera, una necessità. Il raggiungimento del potere politico corrispondeva ad una tappa della radicale riforma delle società musulmane. Al Banna ricordava come per l’Islam fosse lecito il concetto di delega a persone competenti tramite elezioni e a proposito in una sua opera scrisse che «l’attuale organizzazione parlamentare, grazie alle diverse vie studiate dagli specialisti delle legislazione costituzionale e dei modi di attuare il suffragio» permetteva di creare dei «consigli di ahl al hal wal ‘aqd» Quelli che legano e sciolgono [3] (in termini islamici coloro che detenevano il potere politico nel senso più generale).
Hassan Al Bann con i suoi seguaci

Per al Banna l’applicazione di una legislazione fondata sui principi islamici, in costante movimento attraverso l’applicazione dell’ijtihad, lo sforzo di attualizzazione dei precetti e dell’etica islamica avrebbe dovuto progressivamente ricoprire tutte le sfere dell’attività umana dal diritto costituzionale al diritto civile al diritto penale ecc. tenendo conto della situazione sociale del momento. Al Banna insisteva su alcuni punti fondamentali: la necessità di liberare le terre musulmane dall’occupazione inglese; il ritorno agli insegnamenti dell’Islam a livello sociale, legislativo e politico, ovvero in termini pratici, lottare contro la povertà, la disoccupazione, l’analfabetismo, la corruzione, l’arricchimento illecito e la revisione della legislazione, secondo un programma suddiviso in fasi, il cui scopo finale fosse l’applicazione degli insegnamenti islamici sul piano sociale e politico, per giungere gradualmente all’obiettivo di far nascere un nuovo califfato islamico, caratterizzato dal ricorso dinamico ai principi dell’Islam.

Nel 1945, venne rivisto e completato lo statuto dei Fratelli musulmani, che delineò un programma di massima, particolarmente significativo l’articolo 2 :

“I Fratelli musulmani sono un’organizzazione islamica comunitaria che lavora per applicare gli obiettivi per i quali l’Islam puro è stato rivelato. Tra gli obiettivi:

1) Spiegare in modo preciso l’invito del Santo Corano nella sua dimensione originale e globale, presentandolo in una maniera adatta al momento, in modo tale da allontanare le menzogne e le oscurità.

2) Unire i cuori e gli esseri umani sulla base dei principi coranici rinnovandone le influenze positive e cercando di avvicinare i diversi punti di vista delle varie tendenze Islamiche .

3) Sviluppare, proteggere e liberare le risorse nazionali e lavorare per elevare il livello di vita.

4) Realizzare la giustizia e la protezione sociale per ciascun cittadino. Servire il popolo con solidarietà, lottare contro l’ignoranza, le malattie, la povertà e la miseria e incoraggiare il lavoro di beneficenza.

5) Liberare la valle del Nilo, tutti i paesi arabi e poi la patria Islamica con tutte le sue regioni, da qualsiasi presenza straniera, aiutando le minoranze musulmane in ogni luogo del mondo. Difendere fermamente l’idea dell’unione araba ed impegnarsi nella realizzazione dell’unità Islamica.

6) Creare un governo giusto che applichi concretamente le regole e gli insegnamenti dell’Islam sorvegliandone l’applicazione all’interno e proteggendoli dall’esterno.

7) Rafforzare seriamente la solidarietà internazionale sulla base dei principi più elevati che proteggono la libertà e i diritti, partecipando, com’è dovere che facciano le organizzazioni Islamiche , alla diffusione della pace e della civiltà umana sulla base di principi nuovi che associano la fede ed i beni materiali”.[4]

Le modalità d’azione che caratterizzarono l’impegno politico dei Fratelli musulmani dal 1928 erano estremamente moderne. L’accurata organizzazione, le “sezioni” nei quartieri e nelle città, i loro comitati, le petizioni, le campagne di stampa, la pubblicazione di opuscoli, i viaggi di propaganda, le dimostrazioni di massa e così via erano la manifestazione della crescita di una politica di massa opposta al tradizionalismo religioso, come il loro attivismo politico rappresentò una frattura con la gestione della politica tipica dei notabili che dominavano la vita politica egiziana. Ancora più importante, questi metodi moderni di propaganda politica venivano applicati negli ambiti tradizionali delle moschee, dei villaggi di provincia e dei quartieri popolari delle città, dove la politica era considerata un privilegio esclusivo delle elite. Così, sfidando l’esclusivismo politico delle elite, il movimento dei Fratelli Musulmani avvicinò alla politica le classi popolari tradizionaliste e politicamente inconsapevoli, e quindi allargarono le basi della partecipazione politica.[5]
L’omicidio di Sadat

Da questo punto di vista i Fratelli musulmani possono essere definiti uno dei primi partiti di massa della storia egiziana e mondiale, infatti già nel 1948. molte sezioni erano presenti in altri paesi musulmani, soprattutto in Siria, Sudan, Libano e Palestina[6]. E proprio per la causa palestinese Hassan al Banna creò un apparato segreto armato della Fratellanza, “al tanzim al khass” (lett. “l’ organizzazione speciale”). Al Banna infatti aveva inviato dei volontari in Palestina già dal 1936 e fu tra coloro (come anche tutti i governi arabi) che rifiutarono la spartizione proposta dagli inglesi. Era un periodo di lotte per l’indipendenza nazionale mentre l’Inghilterra reprimeva chi le si opponeva. Lo studioso americano Richard Mitchell, che ha scritto uno dei testi più completi sulla storia dei Fratelli musulmani, sostiene che l’Organizzazione Speciale emerse tra il tardo 1942 ed il 1943 e molti altri studiosi concordano. A loro volta membri del gruppo a cui successivamente fu chiesto dell’Organizzazione furono molto più vaghi, indicando un periodo che andava tra il 1930 ed il 1947.

Una tale vaghezza confermò l’impressione della maggioranza degli studiosi, che in realtà moltissimi proseliti ne ignorassero l’esistenza, e che essa – presente all’interno della struttura dei Fratelli Musulmani sin dalla loro fondazione – fosse uno dei tanti segnali rivelatori della loro natura militaresca ed eversiva. In realtà la vera storia del tanzim khass è narrata nell’unico testo autorizzato dalla Fratellanza, redatto da uno dei fondatori, Mahmud al Sabbagh, dal titolo Haqiqat al tanzim al khass[7] con prefazione di quella che in seguito diventerà Guida Suprema, Mustafa Mashur, e per ordine di Hassan al Banna[8]. Nel 1944 Hassan al Banna si presentò alle elezioni candidandosi ad Ismaliyya, dove vinse il primo turno ma venne sconfitto al secondo, sembra grazie a dei brogli in favore del candidato sostenuto dagli inglesi. Nel 1945 il primo ministro egiziano ‘Ali Maher, alleato degli inglesi, venne assassinato in un crescente clima di tensione e gli seguì an-Nuqrashi che continuò la politica filo-inglese.

Sostenitori dei Fratelli Musulmani in Giordania

Nel febbraio 1946 una enorme manifestazione popolare con una vasta partecipazione degli studenti dei Fratelli musulmani reclamò l’indipendenza spingendo an-Nuqrashi alle dimissioni. Gli seguì Isma’il Sidqi Pasha. Fu quello un anno di lotte di massa, vennero intavolati dei negoziati che si rivelarono infruttuosi mentre al Banna annunciava nei suoi articoli la determinazione del movimento ad ottenere l’indipendenza, anche attraverso una sollevazione popolare. In un clima teso, fatto di arresti e manifestazioni, il 29 novembre del 1947 arrivò l’annuncio della decisione del Consiglio di sicurezza dell’ONU riguardo la divisione della Palestina, con l’appoggio di USA e URSS. Scoppiò una mobilitazione popolare ed in questo clima i Fratelli Musulmani inviarono dei volontari nell’area per appoggiare la resistenza.

Quando scoppiò la guerra del 1948 i membri dell’Organizzazione speciale rappresentavano già una forte milizia che si distinse nei combattimenti. Temendone il peso gli inglesi pretesero, tramite il rappresentante dell’ambasciata inglese al Cairo, lo scioglimento della Fratellanza. Così Al Nuqrashi sciolse ufficialmente l’organizzazione l’8 dicembre 1948, con il motivo che questi stavano tramando per ottenere il potere. In uno dei suoi ultimi testi, Qadiyyatuna (La nostra questione), Al Banna parlò delle cause che secondo lui ne spiegavano la decisione, ossia le pressioni straniere, francesi, americane e inglesi su al Nuqrashi, dopo che queste potenze si erano riunite il 6 dicembre del 1948, poiché l’esigenza di liberazione e popolarità della Fratellanza rappresentavano un pericolo ed un nemico da abbattere.

Tutti i beni dei Fratelli, le loro imprese, il loro denaro vennero sequestrati, le sezioni chiuse, proibite le attività e le pubblicazioni. Ma come ritorsione il 28 dicembre al Nuqrashi venne assassinato da un membro dell’Organizzazione speciale. Sembra che l’ideologo non ne sapesse nulla e che l’apparato segreto fosse ormai sfuggito al suo controllo. Ibrahim ‘Abd al Hadi che successe a al Nuqrashi, continuò nella repressione. Uno dopo l’altro tutti i membri più influenti dei Fratelli vennero arrestati e il fondatore stesso fu posto sotto stretta osservazione. Poco dopo, il 12 febbraio 1949 un iscritto ai Giovani musulmani, affermando di avere informazioni per lui da parte del primo ministro ‘Abd al Hadi gli diede appuntamento presso la sede dell’associazione al centro del Cairo.

Al Banna andò all’appuntamento che si rivelò un agguato. Nel ritornare a casa insieme ad un suo aiutante, due uomini si avvicinarono al taxi su cui viaggiavano e spararono. Il leader riuscì a scendere dall’auto e inseguì per qualche metro i suoi aggressori, poi tornò indietro per prestare soccorso al compagno e insieme si recarono all’ospedale. Al Banna non fu curato, la sua grave emorraggia si aggravò e lui morì il giorno stesso.

Probabilmente in un’ altra organizzazione l’assassinio di un leader così carismatico avrebbe segnato un colpo troppo grosso, ma già due anni dopo i Fratelli Musulmani avevano un nuovo leader.

L’ERA DI NASSER: LA GRANDE REPRESSIONE E SAYYD QUTB.

Nel 1951, con la Fratellanza ufficialmente proibita, venne eletto il successore di Hassan al Banna. Il nuovo leader si chiamava Hassan Isma’il al Hudaybi. Egli era una personalità probabilmente esterna al gruppo,un rispettato giudice. Il 23 luglio del 1952 avvenne il colpo di Stato degli “Ufficiali liberi”, guidati da Muhammad Naguib. La Fratellanza supportò la rivoluzione ma non giocò un ruolo cruciale. Membri degli Ufficiali liberi, inclusi Jamal ‘Abd al Nasser, che ne divenne il leader poco dopo, e Anwar Sadat, destinato a succedergli dopo la morte di questi, ebbero relazioni con i Fratelli musulmani sin dagli anni Quaranta. Numerosi appartenenti alla Fratellanza avevano combattuto assieme a membri degli Ufficiali liberi in Palestina. La nuova Guida dei Fratelli musulmani stessa, Hasan al Hudaybi riteneva di poter collaborare con i capi di quella che aveva definito come una “Rivoluzione benedetta” (Thawra Mubaraka), influenzandone l’agire politico.

La Fratellanza aveva garantito così un appoggio alla Rivoluzione, principalmente aiutando a mantenere l’ordine, proteggendo stranieri e minoranze religiose ed incoraggiando pubblico supporto al colpo armato.[9] Si può dire che i Fratelli musulmani ebbero un ruolo decisamente importante per la riuscita della Rivoluzione degli Ufficiali liberi: senza l’appoggio delle masse popolari alla Fratellanza la Rivoluzione non sarebbe probabilmente mai riuscita. Dopo la Rivoluzione le relazioni tra Fratellanza e la giunta furono perciò cordiali grazie al ruolo svolto dai Fratelli per la riuscita del piano rivoluzionario, che, come già abbiamo detto, aveva necessitato di una complicità popolare che solo i Fratelli musulmani potevano garantire. Una nota curiosa rispetto a quello che accadrà pochi anni dopo era la particolare vicinanza di Sayyd Qutb agli ambienti degli Ufficiali liberi. Sayyd Qutb, era a quei tempi un letterato conosciuto in ambienti islamici principalmente per aver scritto un libro di enorme successo tra i giovani, La Giustizia sociale nell’Islam.

Sayyd Qutb

Dopo questa pubblicazione ci fu l’avvicinamento e la sua entrata nei Fratelli musulmani, e come vedremo, egli sarà considerato a buon motivo uno dei più influenti pensatori dell’islam politico. Nel 1954 alcuni membri dell’ Organizzazione speciale furono accusati, di aver tentato di uccidere il neo-presidente Jamal Abd el Nasser, sebbene i Fratelli abbiano sempre sostenuto che l’attentato fosse finto e una scusa usata da Nasser stesso per liberarsi di loro. Dopo questo incidente, sei membri dei Fratelli musulmani furono uccisi come rappresaglia il 9 Dicembre, la Guida Suprema al Hudaybi e altri sei importanti dirigenti furono condannati all’ergastolo, mentre migliaia di militanti e di semplici simpatizzanti venivano incarcerati. Il movimento era a pezzi. Durante gli anni del governo di Nasser molti membri della Fratellanza furono tenuti a lungo in prigione. Alcuni di loro morirono per le sevizie, inclusi ventuno Fratelli che vennero assassinati nelle loro celle nel giugno 1957.

Alcuni riuscirono a fuggire in varie parti d’Egitto e soprattutto all’estero. Fra i membri più noti, il letterato Sayyd Qutb, terribilmente torturato e incredulo di fronte a tale cieca e selvaggia violenza contro dei pii musulmani, risentì spiritualmente per l’efferatezza delle torture e arrivò a domandarsi se i suoi aguzzini potessero davvero considerarsi musulmani, a causa della loro ferocia contro i prigionieri, che erano tutti dei musulmani devoti e che perciò non potevano meritarsi quelle umiliazioni e quell’orrore. Il suo ultimo libro, interamente scritto in carcere, Segnali sulla strada (Ma’alim fi al tariq), fu pubblicato e ristampato innumerevoli volte e divenne un testo che ispirò poi i gruppi più estremi.

Per Qutb il mondo era entrato in una fase simile a quella che aveva vissuto il Profeta Muhammad (pbsl) prima del Messaggio, la fase della Jahiliyya (barbarie, arrogante ostilità verso Dio). Secondo l’intellettuale era necessaria un’avanguardia di fedeli che si adoperasse per restaurare la Ummah e ripristinasse la sovranità di Dio soltanto (Hakimiyya Allah). Con questo libro intendeva lasciare dei “segnali sulla strada” alla nuova generazione di militanti.

Essi, di fronte ad uno stato totalitario ed infedele, avrebbero dovuto secondo Qutb combattere il Jihad, il cui aspetto militare avrebbe superato il tradizionale concetto di “auto-difesa” che veniva dato a questo termine, in favore di una lotta che mirava a restituire a Dio il potere che gli spettava. Questi nuovi concetti di “jahiliyya”, “hakimiyya”, “jihad” rivoluzionario portato avanti da un’avanguardia (tali’ah) erano totalmente nuovi per i Fratelli musulmani e provocarono un ampio dibattito.

Nel 1965 il governo annunciò di avere scoperto un complotto rivoluzionario organizzato dalla Fratellanza ed arrestò 18.000 persone, di cui 38 furono uccise mentre erano in custodia cautelare. Qutb fu impiccato nell’agosto del 1966. Dopo la sua morte, le sue idee furono alla base del pensiero dei vari gruppi islamisti che chiunque non compisse il jihad contro dei governanti che non applicavano la legge di Dio e chiunque governasse con leggi non provenienti esclusivamente dalla tradizione religiosa non fosse più degno di essere chiamato musulmano e diventasse anzi un apostata da uccidere.

Tutti questi gruppi si misero quindi in contrasto con la leadership della Fratellanza che continuava a mantenere, nonostante le durissime circostanze, un approccio riformista, mentre dai gruppi fuoriusciti inizierà a farsi largo l’ideologia salafita-jihadista. Nella fattispecie la Fratellanza, come d’altronde tutti i musulmani, tranne i movimenti takfiristi, considerava bastasse la pronuncia della professione di fede islamica a far sì che una persona fosse musulmana e aveva la profonda convinzione che sebbene ci fossero musulmani che compivano dei peccati, anche gravi, questo non era sufficiente per “scomunicare” (takfir) qualcuno, poiché gli uomini non possono giudicare la fede di altri uomini, essendo questo un diritto che spetta solo ad Allah[10].

Questa differenza di visioni si palesò poi con il famoso scritto della Guida al Hudaybi Do’wa la Qud’a (Predicatori, non giudici) in cui si criticavano le tesi di Sayyd Qutb e soprattutto il concetto del takfir (lett. anatema di esclusione dall’Islam e dalla comunità dei fedeli). Si ribadiva la linea tradizionale, legalista, della Fratellanza, sconfessando il ribellismo rivoluzionario di molti futuri jihadisti che uscirono dal movimento. I Fratelli continueranno a rivendicarne l’eredità religiosa e ad invocare a mo’ di giustificazione “cattive interpretazioni” del suo pensiero.

L’AVVENTO DI SADAT E LA RINASCITA DELLA FRATELLANZA

Con la morte di Nasser e l’avvento di Anwar Sadat cambiarono molte cose. Sadat era un conservatore e pensò di usare i militanti islamisti contro la crescente sinistra comunista e nasseriana, specialmente nelle università, dove i comunisti erano praticamente egemoni. E gli Stati Uniti non furono estranei a questa politica. Nel 1971 i campi di concentramento vennero chiusi, i militanti islamisti liberati gradualmente, sebbene l’organizzazione dei Fratelli musulmani fosse ancora illegale. Gli ultimi ad uscire dalle prigioni furono coloro che beneficiarono dell’amnistia generale del 1975. Dopo la morte di Hassan al Hudaybi nel 1973, la Guida Suprema divenne ‘Umar Tilmisani.

Al Tilmisani fu un grande organizzatore e un leader molto importante perché riuscì a ricostruire la Fratellanza dopo gli anni della “mihna”, la tribolazione, come veniva definita l’epoca nasseriana, e rivestì un ruolo centrale nella storia dei Fratelli Musulmani. Alla luce della dura repressione degli anni passati, la nuova Guida Suprema Al Tilmisani, adottò una strategia di riconoscimento del sistema politico egiziano. Ciò implicava il netto rifiuto della violenza come arma politica e un rinnovato sforzo dedicato all’islamizzazione della società, con una maggiore attenzione verso il dialogo con le forze politiche e sociali presenti sul territorio egiziano.

Anwar Sadat e Hosni Mubarak

In questo periodo la principale rivendicazione dei Fratelli Musulmani fu l’applicazione della shari’ah, a cui il governo rispose iniziando una lenta revisione di tutta la legge egiziana per determinare come armonizzarla al meglio con la legge islamica. Durante gli anni Settanta la Fratellanza non riuscì ad incidere significativamente sulla politica egiziana, comparvero inoltre altri gruppi islamici molto più radicali, che seguivano soprattutto il pensiero di Qutb secondo una lettura jihadista dell’attività politica. Tuttavia dal punto di vista del suo ricompattamento e poi della sua evoluzione vi furono segnali positivi e molto importanti per il futuro dei Fratelli.

Infatti la Fratellanza soprattutto dalla metà degli anni Settanta riuscì a conquistare un pubblico più ampio dopo la tremenda repressione nasseriana, attraendo buona parte della classe media. Inoltre l’atteggiamento di rifiuto degli accordi con Israele rese ancor più popolare la formazione tra gli studenti e tra i giovani, riuscendo a tenerne molti lontano dall’ideologia salafita violenta dei gruppi islamisti radicali. Infatti la leadership dei Fratelli musulmani condannò violentemente l’ideologia, la prassi violenta e gli attacchi terroristici di queste formazioni radicali, come Al Jihad, e Al Jama’a al islamiyya che uccisero Sadat nel 1981.

IL CONFRONTO CON MUBARAK

Possiamo riassumere la relazione tra la Fratellanza e Mubarak all’incirca in tre fasi. La prima fase, viene chiamata dagli studiosi la fase del disinteresse e della tolleranza, ed è stato tutto il periodo tra il 1981 ed il 1988 circa. Dopo l’uccisione di Sadat era interesse dello Stato smorzare le tensioni che avevano accompagnato e seguito l’assassinio, tentando una riconciliazione nazionale tramite l’interazione tra le maggiori forze politiche del paese, che desse così piena legittimità al potere del nuovo presidente. Questa politica permise ai Fratelli una buona libertà di movimento e di espressione, pur non riuscendo comunque ad arrivare ad essere legittimati anche ufficialmente come partito politico.

La nuova generazione, entrata nei Fratelli musulmani durante gli anni Settanta, diede prova di essere molto attiva e socialmente ben inserita, così che la Fratellanza si ritrovò a vincere progressivamente in numerose elezioni dei vari sindacati professionali conquistando vasti settori della media borghesia. Durante gli anni Ottanta conquistarono 5 sindacati sui 22 presenti in Egitto e significativamente i sindacati che finirono sotto il controllo dei Fratelli erano quelli maggiormente attivi (perché indipendenti e non controllati direttamente dal governo, come invece i sindacati operai), quali il sindacato dei medici, degli ingegneri, degli scienziati, degli avvocati e dei farmacisti.

Riuscirono poi a mantenerne l’egemonia perché lavorarono molto contro la corruzione e gli sprechi, mentre dal 1988 il sindacato dei medici lanciò un’iniziativa destinata a fare scuola per tutti i sindacati: lanciò un’assicurazione complementare estesa a tutti i membri della famiglia che aveva validità anche una volta che l’iscritto non era più professionalmente attivo.

Hosni Mubarak

Tale progetto si estese subito al sindacato degli ingegneri e agli altri. I Fratelli andavano così a sopperire alle mancanze dello Stato e della pessima sanità statale egiziana. Altrettanto bene andava il lavoro a livello studentesco e universitario, incluse le organizzazioni degli insegnanti. I Fratelli, che ben conoscevano le difficoltà che doveva affrontare lo studente egiziano medio, organizzavano nei campus servizi di assistenza, quali gruppi di sostegno allo studio, vendita di manuali universitari a prezzo ridotto, fotocopie gratuite, lezioni private gratuite. Il lavoro sociale dell’associazione portava numerosi consensi specialmente nelle classi medie e popolari. Inoltre la Fratellanza riuscì, nonostante la proibizione formale, a partecipare sotto forme diverse, a varie elezioni.

Nel 1984 i Fratelli si allearono con il nuovo Wafd, che si voleva erede dello storico partito egiziano e che aveva i suoi riferimenti ideologici in un liberalismo conservatore inserito in una cornice democratica, mentre i Fratelli continuavano ad aspirare alla shari’ah come sistema economico, politico, sociale, culturale e militare. Conquistarono 8 seggi. Nel 1987 formarono un’alleanza elettorale assieme al Hizb al ‘Amal (Partito del Lavoro) e Hizb al Ahrar (Partito dei Liberali) sotto lo slogan “L’Islam è la soluzione” che ne comprovò il forte appoggio popolare. Il risultato, nonostante i perenni brogli e violenze che caratterizzano le elezioni in Egitto, fu ottimo: 38 seggi. I Fratelli musulmani rappresentavano la prima forza di opposizione. La seconda fase nelle relazioni tra il regime di Mubarak e la Fratellanza può essere invece descritta come quella della cautela e dei primi scontri.

Si registrò un crescente sospetto da parte governativa, che assistendo alla continua ascesa dei Fratelli Musulmani nelle elezioni dei sindacati e nelle associazioni di categoria, tentò di bloccarli cancellandone temporaneamente alcune. Il governo temeva fortemente il contropotere rappresentato dalla Fratellanza, che con la sua rete di cliniche, associazioni di volontariato, di mutua assistenza, il suo controllo delle associazioni professionali, la popolarità nelle moschee ecc. agiva quasi come uno Stato all’interno dello Stato. Questo è un elemento che caratterizza l’intera storia della Fratellanza: l’attitudine a formare un contro-potere che coinvolgeva il popolo dal basso e lo mobilitava dopo averne conquistato il cuore.

Una lunga islamizzazione dal basso fu l’azione politica e la strategia che contraddistinse il movimento durante tutta la sua storia, senza mai cadere nella scorciatoia del colpo di forza, dell’azione armata. Al contrario, sebbene la reale adesione dei Fratelli ai principi della democrazia sia ancora un dubbio che non è stato completamente chiarito, l’attitudine pacifica e il rifiuto della violenza sono caratteristiche che trovano concordi tutti gli studiosi della storia del movimento islamico in Egitto. Sin dal 1990 iniziò a manifestarsi il nervosismo governativo e nel 1993 ebbe inizio la terza fase che può essere chiamata quella dello scontro, perdurata fino alla cacciata di Mubarak a seguito della Rivoluzione del 25 Gennaio.

Piazza Tahrir

Con la montante violenza dei gruppi islamisti da una parte ed il successo di popolarità dei Fratelli Musulmani, il governo di Mubarak cominciò a sentirsi in pericolo a causa del “risveglio islamico” e non volle fare grosse differenze tra chi lo sfidava sul piano politico, sociale e parlamentare come la Fratellanza ed i gruppi violenti che puntavano ad impadronirsi del potere con la forza (ricordiamo che la “al Jama’a al Islamiya proseguì e intensificò i suoi attacchi durante tutti gli anni ’90 fino al 1997 con la famosa strage di Luxor). Soprattutto i lusinghieri risultati elettorali dei Fratelli Musulmani nelle elezioni sindacali allertarono il regime che mise in atto una strategia di repressione preventiva.

Questa strategia implicava numerose campagne di arresti di membri del gruppo, per raggiungere due risultati: il primo era quello di logorare il movimento portandone i militanti di fronte ad una corte penale o militare e mandandone i leader in prigione. Il secondo risultato che si proponeva questa repressione era quello di privarli dell’agibilità politica, specialmente durante le campagne elettorali, limitandone la libertà di movimento e di azione. Inoltre veniva mandato un chiaro messaggio alla leadership, e cioè che il movimento non sarebbe mai stato posto nella condizione di avere piena legittimità. La formula accusatoria usata contro gli esponenti era sempre la stessa «formazione di un’organizzazione segreta che vuole sovvertire il sistema» o a volte «preparazione di manifestazioni che portano disturbo alla quiete pubblica» o «possesso di volantini che incitano alla sovversione».

Il culmine della repressione giunse dopo le elezioni parlamentari del 2005, quando i Fratelli musulmani riuscirono, anche grazie ad un contesto internazionale che aveva posto molta attenzione all’effettiva regolarità del processo elettorale (e nonostante ciò numerosissimi brogli furono denunciati), a raggiungere il numero record di 88 seggi all’Assemblea del Popolo (una sorta di Camera dei deputati).

Pur non essendosi presentati ovunque, in una specie di patto di “desistenza” con il governo, diventarono con il 20% dei seggi, il primo gruppo parlamentare in assoluto dopo il Partito-Stato di Mubarak, il Partito nazional democratico. Tale dimostrazione di supporto popolare spaventò molto il regime che poco dopo, scemata l’attenzione internazionale, si lanciò in una campagna di feroce repressione, incarcerando numerosi leader, specialmente della cosiddetta seconda generazione, la più moderna e riformista, pragmatica e politicizzata, considerata come il maggiore pericolo per la dinamicità, l’apertura mentale e la capacità di creare consenso, di tessere relazioni internazionali e di parlare con chiunque (anche con l’amministrazione Usa).

LA RIVOLUZIONE DEL 25 GENNAIO 2011, IL GOVERNO MORSI E L’ATTUALITA’

Successivamente le cosiddette Primavere arabe hanno portato la Fratellanza al governo sia in Egitto, la sede madre, che in Tunisia dove la sezione locale dei Fratelli, guidata dal carismatico leader Rashid Ghannoushi ha dato prova di grande pragmatismo e capacità politiche. L’esperienza di governo della Confraternita egiziana fu invece molto difficile e deficitaria, con una classe dirigente conservatrice inesperta in politica che aveva appena espulso la componente più riformista e che faticava a dare lo spazio adeguato alla propria gioventù. I Fratelli infatti esitarono a partecipare ai moti popolari in forma ufficiale, preferendo lasciare che i propri giovani agissero come preferivano, con il risultato che moltissimi giovani si ritrovarono in piazza con i loro coetanei laici creando un’alleanza inedita.

La posizione dei Fratelli sulla “rivoluzione” risulterà quindi ambivalente, provocando ben presto attriti con le aree laiche e anche con molti dei propri giovani che intendevano la politica in modo più dinamico e “democratico” rispetto alle rigide gerarchie che avevano sempre contraddistinto la Fratellanza. Ciò portò alla scissione del gruppo più attivo in piazza che uscì dai Fratelli per poi unirsi agli altri espulsi dalla Confraternita dell’ala più riformista.

Dopo un anno di transizione e alleanza con il Consiglio Militare Morsi è divenuto Presidente nelle prime elezioni democratiche del paese nel 2012, ma l’esperienza di governo si rivelò un boomerang, complice uno “Stato profondo” che pilotò la transizione all’esperienza democratica e la propria inesperienza, la Fratellanza si alienò le simpatie di una gran parte degli egiziani e l’Egitto tornò saldamente in mano militare dopo appena due anni di “rivoluzione”.


Ora Al Sisi governa con il pugno di ferro e i Fratelli versano in condizioni di estrema difficoltà. La classe dirigente della Fratellanza aveva scommesso sulla breve durata del colpo di Stato e ha perciò mantenuto la linea dura del non riconoscimento della legittimità delle nuove autorità,che si sono rivelate oltretutto così violente nella repressione da rendere impossibile qualsiasi forma di dialogo e non-belligeranza.

Il problema forse maggiore che si trovano a fronteggiare i Fratelli Musulmani con la nuova durissima repressione è la perdita di autorità della vecchia leadership, per la stragrande maggioranza incarcerata ed isolata in rigidissime condizioni di prigionia, mentre la leadership in libertà all’estero sconta la mancanza di una personalità che goda di autorevolezza, il che ha fatto sì che prendesse il sopravvento una base che usa toni sempre più radicali, indisposta a scendere ad alcun compromesso dopo il sangue versato dai loro confratelli durante questi anni di repressione, dopo le innumerevoli manifestazioni disperse a suon di proiettili, dopo i quotidiani arresti e sparizioni forzate.

La struttura stessa della Fratellanza è stata costretta a prendere atto delle mutate circostanze: sono avvenute delle elezioni interne nel Febbraio 2014, di cui per motivi di sicurezza non è stato reso pubblico l’esito, è stato formato un comitato per dirigere la crisi, ed è stato costituito un ufficio amministrativo per gestire gli affari dei Fratelli Musulmani all’estero sotto la presidenza di Ahmed Abdel-Rahman, un leader di mezza età, proveniente dalla base. Dai comunicati rilasciati successivamente si evince che, mentre il Murshid, la Guida Suprema, è rimasto il qutbista Badi’e – in prigione e con più condanne all’ergastolo e alla pena di morte – molte posizioni nella Maktab al Irshad, l’Ufficio di Presidenza, e nelle nuove strutture direttive sono oggi occupate da giovani, rappresentanti della nuova generazione di Raba’a, diventata una sorta di Kerbala sunnita nel nuovo immaginario islamista egiziano.

Abdel Fattah Al Sisi

Il violentissimo sgombero di Piazza Raba’a al Adawiyya, costato quasi un migliaio di morti e innumerevoli feriti, è rimasto un punto di non ritorno. Se oggi i giovani dei Fratelli arrivano a mettere in discussione la leadership sui mezzi da usare contro uno “Stato oppressore”, teorizzando una lotta armata “light”, fatta di bombe e omicidi mirati, è proprio perché la retorica del “martirio di Raba’a” è divenuta predominante tra i giovani, che riscoprono il jihad contro l’ “oppressore ingiusto” – tipico della retorica jihadista – e non sognano più una rivoluzione laica e pacifica, ma islamica e armata. La vecchia leadership si è dapprima mostrata esitante di fronte alle posizioni di questi giovani, un po’ per mancanza di mezzi, un po’ perché si trovava contestata da una base che bocciava la loro direzione sotto ogni punto di vista.

Oggi inoltre, sotto la repressione, l’organizzazione non è più il vertice piramidale tradizionale, ma si è trasformata in una sorta di struttura a “rete”. Molti giovani imputano alla leadership storica la pessima situazione attuale, eredità dei fallimenti di Morsi, e rivendicano cambiamenti radicali.

Hanno inoltre allargato fortemente il loro raggio di azione alleandosi con circoli salafiti-movimentisti che non si sentono vincolati dai legami di obbedienza ai leader dell’organizzazione. Inoltre la questione della violenza è dirimente, i giovani che subiscono la repressione in Egitto non credono che il pacifismo sia la tattica adeguata, e reclamano libertà di azione. La vecchia guardia della Fratellanza, dopo un’iniziale esitazione e tentativi di trattativa ha espulso l’ala radicale che si era formata in Egitto, dando vita alla più clamorosa scissione della storia della Fratellanza.

Il Massacro di Rabaa al Adawiya

Per qualche anno, fino ad oggi i Fratelli si sono divisi in due: una parte, la cosiddetta “vecchia guardia” formata dalla leadership riparata all’estero che hanno mantenuto forte il principio del pacifismo della lotta, seppure di fronte ad un dittatore spietato e i giovani e meno giovani di alcuni nuclei egiziani della Confraternita che reclamavano posizioni di potere e una radicale inversione di tendenza riguardo all’uso della violenza.

Nella lotta tra la due parti pare aver vinto la vecchia guardia che disponendo di fondi e contatti con le diplomazie internazionali è quasi riuscita a soffocare la ribellione interna, anche grazie al fatto che il regime di Al Sisi ha eliminato fisicamente le personalità più autorevoli dell’ala radicale.

I FRATELLI MUSULMANI OGGI: TRA ORGANIZZAZIONE E PENSIERO

La repressione nel passato ha dato vita alle idee più radicali, fu proprio con Nasser, abbiamo visto, che Sayyd Qutb redasse i suoi scritti radicali, e la dittatura soffocante di Al Sisi potrebbe far nascere in futuro nuove tendenze ancora più pericolose, mentre nel frattempo ha bloccato ogni evoluzione intellettuale, proprio negli anni in cui alcune branche nazionali dei Fratelli Musulmani stanno invece facendo grandi passi verso una modernizzazione della loro organizzazione e ideologia. Un esempio è la formazione tunisina che si rifà ai Fratelli Musulmani, “Al Nahda”, guidata da Rashid Ghannushi e sheykh Moro, che ha compiuto enormi evoluzioni dal punto di vista ideologico.

Ghannushi ha cambiato la natura dei Fratelli Musulmani in Tunisia. Il movimento in Tunisia fu caratterizzato da continue evoluzioni in senso democratico, soprattutto grazie alla lungimiranza e capacità politiche del suo leader. Quello che negli anni ’70 si chiamava “Azione Islamica” ben presto divenne “Movimento di tendenza islamica” che sin dagli anni ’80 invocava democrazia e diritti, sebbene con forti riferimenti islamici, fino alla fondazione di “Al Nahda” nel 1989 e infine tramite le ultime trasformazioni, con l’abbandono del campo della “dawa” e delle moschee, “Al Nahda” è diventata un partito civile democratico i cui punti di riferimento sono i valori di civiltà moderne musulmane. Ghannushi ha descritto “Al Nahda” come un “partito democratico nazionale dedito alla riforma che sulla base di un riferimento nazionale attinge ai valori dell’Islam.”

Rashid Ghannushi

Dopo la Primavera araba, Ghannushi era rientrato in Tunisia dal suo esilio francese e “Al Nahda” subito si rivelò il primo partito del paese, andando al governo come i loro colleghi islamisti egiziani. Appena vinte le elezioni Ghannushi ha dichiarato: “Ennahda riconosce il sistema multipartitico, la libertà d’espressione, la dignità umana, la libertà individuale e le libere elezioni democratiche. Naturalmente tutto ciò in una cornice in cui non si ritiene necessaria la separazione tra religione e politica”. Durante il suo governo durato dal 2011 al 2013 “Al Nahda” incassò critiche da più fronti da quanti l’accusarono di affrontare l’estremismo domestico con lassismo, sino alle roventi polemiche dopo alcuni assassini politici di esponenti di sinistra oppositori di “Al Nahda”.

Quindi Ghannushi riuscì a evitare il destino dei suoi confratelli egiziani ritirandosi al governo dopo la sconfitta elettorale del 2014, permettendo quindi l’indizione di regolari elezioni al contrario di quanto temuto da molti. Infatti Ghannushi, dopo il rifiuto della violenza proclamato sin dal 1988, nel congresso del 2017 ha stupito molti con la sua ultima evoluzione ideologica. Ora Ghannushi e “Al Nahda” non si considerano più una formazione dell’”islam politico”, i loro legami con la casa madre egiziana sono ormai molto affievoliti, mentre il movimento islamico tunisino si è conquistato una propria autonomia e un ruolo ormai di “leadership intellettuale” nell’area della Fratellanza globale.

La decisione ha portato “Al Nahda” quindi a diventare un partito democratico dedito alla riforma della società e in quest’ottica deve essere re-interpretata anche la shari’ah intesa come riferimento del movimento, il cui obiettivo non è secondo Ghannushi la creazione di uno “Stato islamico”, ma il raggiungimento della giustizia sociale. Infatti nel Congresso del maggio 2017, anche se molti delegati del Congresso si sono opposti alla fasl (“separazione”, tra dimensione politica e dimensione religiosa e di servizi sociali), hanno approvato il termine takhassus (“specializzazione”) secondo il quale all’interno del Movimento, chi è specialista di politica, si occupa di questa e non di religione e viceversa[11]. Quindi i leader “Al Nahda” non predicano più nelle moschee o non rivestono posizioni di leadership in associazioni religiose e viceversa.

Abdullah Benkirane

Una posizione molto simile la tiene da lungo tempo la Fratellanza marocchina, la cui “Islah wa Tawhid”, la formazione legata ai Fratelli e concentrata sull’aspetto della da’wa e su quello spirituale, successivamente ha scelto che chi si era specializzato in politica si unisse ad un partito, “’Adala wa Tanmiyya” (Giustizia e Sviluppo), che oggi governa il Marocco con il suo Primo Ministro, sotto l’autorità della monarchia, che viene riconosciuta dal partito islamista. Da “Islah wa Tawhid”, quindi dalla Fratellanza marocchina, proviene quindi sia il Primo Ministro marocchino, Saad Eddine El Othmani che è seguito allo storico leader Benkirane alla guida del governo marocchino.

Sempre da “Islah wa Tawhid” proviene il nuovo leader della “Lega Mondiale degli Ulema”, sheykh Al-Rayssuni che ha sostituito il noto e ormai anziano sheykh Al Qaradawi e che si sta caratterizzando sin da subito per le posizioni razionali e per un approccio critico che cerca una riforma dell’Islam in senso moderno, focalizzandosi soprattutto sugli obiettivi superiori della religione islamica, obiettivi comuni a quelli delle altre religioni monoteiste e non solo: la tutela della libertà di fede e di pratica religiosa, dell’anima e della vita, dell’intelletto umano, della sua progenie, dei suoi beni, della sua dignità e integrità fisica e spirituale, della solidarietà tra i popoli, dei diritti umani, dei diritti dei popoli e tanti altri.

L’approccio “mediano” della Fratellanza, in particolare gli insegnamenti di Hassan al Banna, hanno influenzato molto la nascita dell’Islam europeo e della sue organizzazioni. E’ grazie a elementi originariamente dei Fratelli Musulmani, spesso rimasti legati alla Confraternita solo in termini di pensiero e non organizzativi, che sono nate le realtà organizzate dell’Islam in Occidente e in Europa, come la francese Uoif, l’italiana Ucoii, l’inglese Mab, le americane Isna, Cair, e poi la Fioe, la Federazione Islamica organizzazioni islamiche d’Europa.

Youssef al Qaradawi

Nel 1997 fu fondato a Londra il Consiglio Europeo per le Fatwa e le Ricerche, presieduto da sheykh al Qaradawi, andando a fornire anche un ente islamico e sharaitico per le esigenze dei musulmani in Europa. Il Consiglio Europeo per le Fatwa e le Ricerche si caratterizza per le sue posizioni pragmatiche, ha permesso a certe condizioni l’acquisto di case ai musulmani in Europa, fino ad ora non permesso – a causa degli interessi – ai musulmani dai sapienti dei paesi d’origine che ignoravano molte delle necessità, tra cui spesso quella di un’abitazione di proprietà, per chi emigra in Europa anche ai fini della residenza, oltre e soprattutto, a quelle delle seconde, terze, quarte generazioni. Il Consiglio Europeo ha anche permesso ai musulmani d’Europa di vivere in modo più adatto alla società il mese di Ramadan, avvalendosi del calcolo astronomico per delimitarne data di inizio e fine, e permettendo così finalmente ai musulmani europei di programmare le proprie agende e di approntare gli spazi per i riti collettivi di fine Ramadan.

E sempre dall’alveo della Fratellanza sono emersi alcuni dei pensatori e sapienti più impegnati per un Islam europeo, a partire da Tariq Ramadan che così tanto ha fatto per sottolineare e fornire un quadro concettuale e di riferimento per il concetto stesso di Islam europeo, dove vengono fatti risaltare i valori più puri islamici, scevri da incrostazioni popolari, tradizionali, etniche, e messi in dialettica con i valori di uguaglianza,libertà e fraternità della migliore Europa. Al tempo stesso la riscoperta dell’eredità islamica in Europa, con la sua Andalusia e successivamente l’Impero Ottomano che giunse a lambirla, è un altro mattone nel muro della memoria europea, il cui Rinascimento fu fortemente influenzato dalla tollerante e acculturata civiltà islamica andalusa.

[1]Questi erano: Hafez Abd el Hamid, di professione falegname; Ahmad al Husari, parrucchiere; Fu’ad Ibrahim, stiratore di vestiti; Abd ar-Rahman Hassab Allah, autista; Ismail Iz, che si occupava dei raccolti; e Zaki al Maghribi, riparatore di biciclette. A proposito del nome “Fratelli musulmani”, uno di essi disse: «Come ci chiamiamo? Per essere ufficialmente riconosciuti, saremo un’associazione o un club, una confraternita o un sindacato?» – «Niente di tutto questo», rispose Al Banna e continuò «lasciamo da parte le apparenze e le cose ufficiali. Che il principio e la priorità della nostra unione siano il pensiero, la morale e l’azione. Siamo Fratelli al servizio dell’Islam, perciò siamo i Fratelli Musulmani». Hassan al Banna,Mudhakkirat ad-da’wa wa ad-da’iya (Memorie della predicazione e del predicatore), Cairo 1990, p. 83
[2] Denominazione che richiama alla purezza dei primi seguaci dell’Islam e che non ha più nulla a che vedere con il significato attribuito attualmente alla parola “salafiti”
[3] Hassan al Banna, Risalat Mushkilatuna fi daw’i an-nidham al IslamiinMajmua’at ar-rasa’il, p. 328, citato da Tariq Ramadan,op.cit., p. 337.
[4]Hassan al Banna citato da Tariq Ramadan,op.cit., pp.314-315.
[5]B.Lia, The society of the Muslim Brothers in Egypt. The Rise of an Islamic Mass Movement, Ithaca Press, Reading 1988, pp.282-283, citato in M. Campanini e K.Mezran, Arcipelago Islam. Tradizione, riforma e militanza in età contemporanea, Gius.Laterza &Figli Spa,2007, p. 46.
[6]Tariq Ramadan, Il Riformismo islamico., pp. 218-219.
[7]Mahmud al Sabbagh, Haqiqat al tanzim al khass wa dawurhu di da’wat al Ikhwan al Muslimiin (La verità sull’organizzazione speciale e il suo ruolo nella predicazione dei Fratelli Musulmani), Dar al I’tisam, Il Cairo 1986.
[8] Nel sito web ikhwanwiki creato dai Fratelli nel 2011, viene riportato: ha fondato i gruppi dell’Organizzazione speciale a Port Said commissionata dalla Guida Generale http://www.ikhwanwiki.com/index.php?title=%D8%A7%D9%84%D9%86%D8%B8%D8%A7%D9%85_%D8%A7%D9%84%D8%AE%D8%A7%D8%B5 (ultimo accesso novembre 2017)
[9] R. Mitchell, The Society of the Muslim Brothers, Oxford University Press 1969, pp. 96-104.
[10] L’elemento del “takfir”, traducibile più o meno come anatema di scomunica diventerà centrale nella narrazione jihadista.
[11] La”specializzazione” è da sempre una caratteristica che attraversa il percorso nella Fratellanza in tutto il mondo ed ogni militante può scegliere il tipo di attività in cui si specializza, che può variare “da’wa”, a “media” a “programmazione”, a “politica” ecc. Con questo passaggio in “Al Nahda” confluiranno i militanti che si specializzeranno in “politica” ),

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