L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 15 maggio 2020

La burla del secolo - La Fed la stamperia di moneta per eccellenza inonda il "Libero Mercato" di dollari, poi emette obbligazioni (treasuries) che assorbono la liquidità immessa e la speculazione delle banche/fondi e altro si ingrassa sugli interessi. Ora ci vuole l'alibi per mandare gli interessi di emissione in negativo e per dare agio alla speculazione di ingrassarsi un'altro poco. Dei disoccupati non interessa a nessuno, solo il loro voto una tantum ogni tot anni

SPY FINANZA/ Per salvare Wall Street la Fed ha bisogno di farla crollare

Pubblicazione: 15.05.2020 - Mauro Bottarelli

La Fed ha smentito l’ipotesi di portare i tassi in negativo. In realtà ha solo bisogno di un tonfo di Wall Street per dare vita a questa mossa

Jerome Powell, Presidente della Fed (Lapresse)

Mettiamo un attimo le questioni in prospettiva, tanto per non perdere la bussola generale su cosa stia accadendo in questo momento in un mondo anestetizzato dalla paura del Covid-19 e dalle conseguenze del lockdown. E facciamolo con questo bel grafico iniziale, il quale ci mostra a quale livello di dipendenza dalle Banche centrali sia arrivato il mercato finanziario. Potrei quasi chiudere qui l’articolo, in realtà, perché quando a governare il cosiddetto sistema ci sono dinamiche simili, appare quasi ridicolo perdersi a polemizzare sul Decreto Rilancio o su come uscire dall’impasse. La regola generale, quasi un imperativo categorico, è una sola: si stampa. Ma, state certi, il peggio (a livello di monetarismo impazzito) deve ancora venire.


Mercoledì Wall Street ha patito una brusca frenata nella sua corsa post-minimi di marzo. Dai quali, per capirci, solo il Nasdaq è cresciuto del 40%. Come mai, finalmente una presa d’atto della realtà macro, alla luce di 36,5 milioni di americani disoccupati in otto settimane, i quali difficilmente staranno mordendo il freno in attesa che riaprano gli Apple Store? No, perché nel corso di una conference call organizzata dal Peterson Institute, Jerome Powell ha detto chiaro e tondo che la Fed non sta pensando a tassi negativi, smentendo di fatto il segreto di Pulcinella che circola da settimane e i futures che prezzano questa ipotesi già per il prossimo novembre. Panico. Il problema è che, tanto per cambiare, si tratta dell’ennesimo bluff. La Fed non intende escludere l’ipotesi folle di tassi sotto zero per scelta, ma per necessità. Nel senso che necessita di un altro crash di mercato stile febbraio-marzo per giustificare un tale varco del Rubicone.

E attenzione, non manca molto. Perché in tanti, troppi per parlare di casualità, stanno già facendo calcoli al riguardo. Ad esempio, l’ultimo studio di Deutsche Bank, la quale ritiene che, nonostante la liquidità già immessa nel sistema e che in soli due mesi ha fatto aumentare lo stato patrimoniale della Federal Reserve di 2,6 triliardi di dollari, la politica monetaria non sia ancora sufficientemente espansiva. Follia su follia di un sistema mangia-liquidità. Stando alla banca tedesca, il cosiddetto tasso neutrale è ora sceso a -1%, ragione che giustificherebbe quindi la discesa in negativo. Ma, se proprio ora la Fed non se la sente, una politica accomodante “classica” di Qe necessiterebbe quindi del corrispettivo in acquisti di altri 100 punti base di taglio per pareggiare le necessità. E visto che la stessa Fed ha fissato l’equivalenza empirica di 100 miliardi di espansione pari a 3 punti base di taglio, oggi servirebbe un ulteriore aumento di bilancio pari a 3,3 triliardi di dollari. Insomma, più di quanto fatto finora.

E signori, già ragionare così è da folli, non fosse altro perché si offre ufficialmente al Qe lo status di intervento “ordinario” rispetto alla straordinarietà dei tassi negativi. Tant’è, ormai il livello è questo. E attenzione, perché il problema dell’ulteriore espansione dello stato patrimoniale va risolto in tempi brevi, poiché al netto di quanto già iniettato, questo grafico ci mostra come il mercato stia patendo fin da ora un’altra scarsità di liquidità in dollari.


Già, la dinamica cui stiamo assistendo ricorda – per ora in sedicesimi – quella che lo scorso 17 settembre portò all’esplosione del problema sul mercato Repo e che costrinse proprio la Fed a tornare direttamente in campo, dopo un decennio di panchina. Mercoledì, mentre Jerome Powell negava l’ipotesi di tassi negativi, il general collateral era sotto zero. Cosa ha portato a questa nuova tensione sul mercato del finanziamento, stante il diluvio di liquidità immessa nel sistema negli ultimi due mesi e mezzo? Un altrettanto alluvionale drenaggio di liquidità stessa all’orizzonte. Sapete, in ossequio alla necessità di finanziare un deficit ormai completamente fuori controllo, quanti Treasury planeranno sul mercato come tanti Messerschmitt tedeschi nella Seconda guerra mondiale da qui al 15 giugno prossimo, drenando appunto liquidità? Un controvalore pari a 992 miliardi di dollari, come mostra il grafico.


Per capirci, da qui a un mese il mercato dovrà fare a meno di circa 1 triliardo di liquidità. Non a caso, una voce sensibile alla questione come il General Collateral della catena di controparte già oggi comincia a strepitare allarme, scendendo in negativo. In parole povere, il mercato deve far saltar fuori entro un mese quella cifra per pagare i Treasuries e non privare i soggetti operanti dei dollari a costo zero di cui necessitano per giocare alla roulette di Wall Street. E qual è l’unica fonte di liquidità in un mondo dove tutto si basa sulla stamperia globale a costo zero? La Fed, of course.

Ed ecco il vero nodo. Se davvero Jerome Powell vuole salvare il minimo sindacale di faccia e tenere duro prima di cedere alla mossa estrema dei tassi in negativo, deve per forza aumentare il volume di fuoco del Qe. Ma questo porta con sé una conseguenza molto pericolosa, soprattutto in anno di elezioni presidenziali: aumentare ancora significa non poter più tornare indietro, quindi scordarsi ogni possibile orizzonte temporale a medio termine per operare anche un briciolo di tapering. Il bilancio della Fed, però, dove andrà a finire, se espansioni di questa magnitudo diventano ciclicamente la norma e a intervalli sempre più brevi e ravvicinati?

C’è un’unica via di fuga che garantisca un minimo di respiro, prima di decidere se andare o meno in negativo: un crollo del mercato. Esattamente come quello che creò nuovi minimi a metà marzo e garantì alla Federal Reserve mano libera di sfoderare il più grande bazooka espansivo mai messo in campo dal crollo Lehman in poi. Insomma, siamo al paradosso che per tutelare Wall Street, la Fed ha bisogno di farla crollare. Un’altra volta. E con il Nasdaq a +40% in meno di due mesi, quale pensate che sarà il principale candidato per il ruolo di detonatore prima e accelerante poi? Ma soprattutto, se questo grafico ci mostra come il sentiment dei consumatori Usa rispetto alla performance del mercato azionario attesa da qui a un anno – tracciato dalla Fed di New York – oggi sia al massimo storico (per la prima volta sopra quota 50%), a vostro modo di vedere chi resterà ancora una volta con il cerino in mano, dopo essersi indebitato sui debiti pregressi pur di comprare azioni?


Avanti siore e siori, la giostra gira, salite prima che si fermi… I gestori del luna park, nel frattempo, sono già seduti a bordo pista con il pop-corn in mano, desiderosi di non perdersi la scena.

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