L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 maggio 2020

La raffica dei provvedimenti dà la dimensione di quanto estesa e profonda sia l’offensiva degli Stati Uniti contro la Cina. E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni

Cina, Iran, Israele, Nord Stream 2: l’America è davvero contro tutti
Carta di Laura Canali.

28/05/202

La rassegna geopolitica del 28 maggio.
a cura di Federico Petroni

QUATTRO MOSSE CONTRO LA CINA

Nel giro di poche ore, gli Stati Uniti hanno sparato quattro cartucce contro la Cina. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha sospeso la certificazione dell’autonomia di Hong Kong in conseguenza dell’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale che rafforza il controllo di Pechino sulla regione speciale. Il presidente Donald Trump si è offerto per mediare la disputa di confine Cina-India. La Camera dei rappresentanti ha approvato un disegno di legge per sanzionare i funzionari cinesi responsabili dei campi di detenzione del Xinjiang. Infine, una corte canadese ha riconosciuto la possibilità di estradare negli Usa una delle leader di Huawei detenuta dal 2018.

Perché conta: Nessuna di queste notizie è una novità. Ma la raffica dà la dimensione di quanto estesa e profonda sia l’offensiva degli Stati Uniti contro la Cina. Al punto di abbandonare la certificazione sull’autonomia di Hong Kong, strumento mantenuto in piedi finora per garantire un trattamento economico e finanziario separato alla regione speciale allo scopo strategico di preservarne la differenza da Pechino. Ora che quell’autonomia semplicemente non c’è più – la legge cinese autorizza per esempio a stanziare servizi d’intelligence – Washington passa all’attacco. Opporsi alla Cina a Hong Kong serve a non creare un precedente per Taiwan, che difatti reagisce alla vicenda considerando manovre speculari a quelle americane e invitando i cittadini del Porto Profumato a emigrare. Le preoccupazioni di Taipei sono a livelli altissimi: la stampa denuncia l’invio di ben due portaerei cinesi nello Stretto nelle imminenti esercitazioni che si pensa simuleranno l’invasione dell’isola. L’opzione non è in agenda. Ma il surriscaldarsi della tensione Usa-Cina si scaricherà direttamente su Formosa.


CINA-RUSSIA

Ad aprile, nelle importazioni petrolifere della Cina la Russia ha superato l’Arabia Saudita, con quest’ultima scivolata addirittura in terza posizione dietro l’Iraq. I cinesi hanno incrementato del 18% l’acquisto di oro nero russo.

Perché conta: Questa notizia è direttamente collegata alle precedenti. L’aumento della pressione degli Usa spinge la Repubblica Popolare a curare attentamente le poche alleanze di cui dispone. A cominciare da quella strategicamente più importante, nonché fondamentale: quella con la Russia. Pechino ha perfettamente colto che Washington sta sfruttando l’epidemia per mandare segnali a Mosca. A dire il vero a farlo sono i politici alla Casa Bianca, non le burocrazie federali, per nulla disposte a mollare di un millimetro la pressione antirussa. Ma la Repubblica Popolare si cautela comunque. Anzi, in assenza di una convinta apertura da parte degli Stati Uniti alla Russia, quest’ultima sarà costretta a gravitare sempre più verso la Cina in conseguenza del coronavirus, che in patria sta colpendo durissimo e mettendo a seria prova la tenuta dell’economia. Se l’ostilità americana continuerà imperterrita, i russi approfondiranno la dipendenza materiale dalla Repubblica Popolare. Potrebbero essere costretti a svendere ambiti pezzi dell’industria bellica, ad accettare condizioni sgradite in investimenti infrastrutturali, a indirizzare l’innovazione tecnologia esclusivamente verso oriente.


NORD STREAM 2

Due senatori degli Stati Uniti stanno considerando nuove sanzioni contro Nord Stream 2 nel caso in cui la Russia riesca a completare il gasdotto verso la Germania.

Perché conta: Dimostra platealmente la viscerale opposizione alla Russia di cui sopra. Washington intende impedire a tutti i costi l’inaugurazione di un’infrastruttura nella quale riconosce la tendenza di Berlino a intendersi con Mosca. Grazie al lobbying polacco-ucraino, gli Usa hanno imposto al consorzio di adeguarsi alla normativa antimonopolistica dell’Ue e a dicembre hanno varato sanzioni che hanno dal giorno alla notte bloccato i cantieri. I russi hanno risposto schierando una loro nave posatubi che ha recentemente rimesso in moto i lavori, ormai intorno al 95%. Dunque il Congresso inizia ad attrezzarsi. Segno che non sono solo gli apparati federali a stelle e strisce a non voler concedere nulla al Cremlino, ma pure l’istituzione che controlla le spese centrali. Peraltro l’iniziativa è bipartisan, essendo promossa da un senatore repubblicano e da una senatrice democratica. E possiede anche una dimensione antitedesca, non esplicita ma volta a impedire alla Germania di acquisire maggiore centralità in Europa.


USA-IRAN

L’amministrazione Trump ha sospeso le esenzioni dal regime sanzionatorio che permettevano ad aziende europee, russe e cinesi di lavorare negli impianti nucleari dell’Iran.

Perché conta: Le esenzioni erano ritenute utili anche dalle figure sospettose delle attività atomiche iraniane, al fine appunto di tenere un occhio puntato su di esse. La decisione della Casa Bianca è stata criticata sostenendo che ora Teheran sarà ulteriormente incentivata a produrre materiale fissile in proprio. Ma i sostenitori di questa misura ritengono che la Repubblica Islamica sia talmente con le spalle al muro dal punto di vista economico da non potersi permettere di compensare tale perdita. È dunque un ulteriore segno della determinazione americana di condurre gli iraniani sull’orlo del collasso, nella convinzione di poterli spingere al tavolo dei negoziati in una posizione disperata. Comunicando peraltro ad alleati e avversari di non tollerare alcuna interferenza nel dossier persiano.


USA-ISRAELE

Secondo la stampa israeliana, il governo di Gerusalemme si è infuriato alla richiesta di Washington di costituire una squadra congiunta per mappare i confini orientali dello Stato ebraico una volta che questo avrà annesso parte dei Territori occupati.

Perché conta: Gli Stati Uniti si mettono contro pure un alleato, anche uno strettissimo come Israele. Non desiderano dare carta bianca a Gerusalemme e ai suoi piani più sfrenati. Sfrenati nel senso letterale del termine: gli americani vorrebbero mettere un limite all’espansionismo dello Stato ebraico, nel timore di assistere a una recrudescenza delle tensioni regionali, non tanto da parte degli Stati arabi – piuttosto condiscendenti verso l’espansionismo ai danni dei “fratelli” palestinesi – quanto da parte dell’Iran e potenzialmente della Turchia. Persino un piano simpatetico come quello dell’amministrazione Trump non coincide specularmente con gli interessi geopolitici della fazione guidata da Netanyahu. A dimostrazione di ciò, gli americani chiedono con insistenza che Israele riduca i legami, in particolare tecnologici, con la Cina. Qualche segno c’è stato, ma finora non nella misura desiderata da Washington.


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