L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 26 maggio 2020

Prima se non eri euroimbecille non potevi andare al governo ora si chiede un'altra intrinseca qualità: la SCEMPIAGGINE

HOMEPOLITICA25 MAGGIO 2020 18:09

La Movida e i guardiani civici della burocrazia Contheinista
Mentre l’indignazione di giornata si scatena sui giovani al bar, il governo risponde con la milizia paramilitare dell’antispritz. È la soluzione finale, lo scaricabarile definitivo: i cittadini se la vedano tra di loro

25 MAGGIO 2020 18:09

I navigli di Milano
Foto: Mairo Cinquetti/NurPhoto via Getty Images

Comincio con un’ammissione: non ho idea di quale Fase sia quella in cui mi ritrovo oggi a scrivere. Se è ancora la 2, la 2 girone B, la 3 meno meno: da qualche tempo ho perso contatto – e per la verità interesse – con la realtà numerica con cui la burocrazia di Governo etichetta le nostre esistenze, ma insomma poco importa. Quel che importa è il clima generale del Paese – si sarebbe detto una volta – e il clima generale non è un gran clima. Se è normale che ci siano tentennamenti e qualche incomprensione in un momento così inedito e delicato come questo della transizione al ritorno alla vita, non è normale che lo Stato si palesi tra i cittadini in un turbine polifonico impossibile da decifrare. Il paragone è azzardato, lo so, ma questa situazione ricorda l’acqua di coltura del proliferare delle mafie. Si diceva che la mafia è forte dove lo Stato è debole, e in termini di salute istituzionale oggi lo Stato è debolissimo e il “pericolo mafioso” è rappresentato da due spinte complementari e solo apparentemente opposte: anarchia e giustizialismo fai-da-te.

Da un lato abbiamo una serie di vuoti normativi per cui è diventato impossibile distinguere i comportamenti leciti da quelli illeciti, di più, anche solo i comportamenti virtuosi da quelli a rischio. Ne abbiamo avuto un esempio di scuola in queste ore: si decide di riaprire i bar. La gente che fa? Va al bar. Scandalo movida. E se è vero che la qualità infima dei media italiani alla costante ricerca del titolo e dell’indignazione di giornata non solo non aiuta ma crea ad arte lo stato d’emergenza, un ceto politico serio non si dovrebbe far dettare l’agenda dai giornalisti. Invece insegue, e lo fa per ragione sociale dal momento che è composto in larga parte da marionette eterodirette da una società di marketing che detta le politiche assecondando gli umori e la pancia del Paese. Signori: non c’è nessuna movida, nessuno scandalo e soprattutto nessuna volontà degli italiani di infischiarsene delle regole. Lo hanno dimostrato con due mesi di clausura appena terminati. Nessuno vuole richiudersi in casa e condannare il Paese allo sfascio. Però perché vengano rispettate bisogna che le regole innanzitutto esistano. E qui non ci sono. Se non basta il generico “distanziamento sociale” e l’utilizzo delle mascherine, ditelo. Se invece è sufficiente, basta polemiche. 500 persone sui Navigli non sono una nuova Woodstock. Le Langhe non sono i quartieri spagnoli, ha senso che valgano le stesse regole? Servono fantasia e idee, non allarmismi perlopiù ingiustificati in grado di generare un clima assurdo di caccia al bevitore di spritz.

E invece il Governo che cosa fa? Se ne esce con una delle idee più idiote della storia repubblicana: l’istituzione dei cosiddetti “assistenti civici”, questo corpo non professionista di cittadini occhiuti, che se ne dovrebbero andare in giro, primi tra pari, a dispensare le buone norme di comportamento. Un po’ come i basiji della rivoluzione khomeinista, questa milizia paramilitare dell’antispritz, presumibilmente armata di centimetro e scudo, si avventurerebbe nelle piazze italiche rischiando il linciaggio in nome di una serie di norme vaghe e inconcludenti. 60mila dilettanti allo sbaraglio che in pratica giudicherebbero sommariamente se stessi, senza alcuna preparazione né autorità reale, una sorta di ausiliari della sosta senza nemmeno la certezza delle strisce gialle e blu ad agevolarne il compito. Un’idea semplicemente folle. Ma d’altra parte è la politica di questo Governo di azzeccagarbugli: lo scaricabarile continuo fino al barile finale, che, incredibile ma vero, scopriamo essere il cittadino stesso. Che giudichi il passante, il pensionato, lo studente: sovvertendo ogni ordine e idea di organizzazione statale, la burocrazia contheinista rivela la sua vera anima: se la vedano tra di loro. Non finirà bene.

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