L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 31 maggio 2020

Saremo tutti notevolmente più poveri, ma soprattutto, i poveri perderanno sia in termini reali sia in percentuale molto più dei benestanti


MONDO
Da dove nasce il disagio sociale. Il pensiero di Ocone

di Corrado Ocone
31 maggio 2020




Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista. 

Metto in fila due eventi verificatisi negli ultimi due giorni, sideralmente lontani sia per ruolo e autorevolezza dei protagonisti sia per i luoghi in cui si sono svolti: il primo, l’altro ieri, nel solennissimo Salone dei Partecipanti della Banca d’Italia; il secondo, ieri, in molte piazze italiane.

Il primo, era uno degli eventi istituzionali e ufficiali più importanti d’Italia: l’appuntamento annuale con la lettura da parte del Governatore delle Considerazioni finali; l’altro, una serie di manifestazioni di protesta coordinate e al limite, e forse, oltre la legalità (a Milano i partecipanti hanno creato assembramento e si sono tolti le mascherine): quelle di un movimento che si è definito dei “gilet arancioni”, che ha come leader un eccentrico ex generale dei Carabinieri, già sottosegretario alle Finanze e protagonista in passato di varie e controverse vicende di storia patria: Antonio Pappalardo.

Avvenimenti diversissimi. Eppure, c’è un filo rosso sotteso che li lega, a mio avviso, e che fa sì che essi non vadano presi sotto gamba: nel primo caso, rubricando a retorica istituzionale certe severe parole di Ignazio Visco; nel secondo, fermandosi sugli aspetti pittoreschi e improbabili (“no ai vaccini”, ritorno alla “lira italica”) delle rivendicazioni “arancioni”.

Queste ultime infatti esprimono un disagio sociale, dovuto in parte alla “leggerezza” con cui le libertà individuali sono state, e continuano ad essere, sacrificate sull’altare di una sicurezza sanitaria non sempre ben argomentata, ma in parte e soprattutto, anche se non ancora a un livello del tutto esplicito, all’incipiente arretramento economico e sociale del Paese. Su cui, in maniera tanto più efficace perché sobria, ha richiamato l’attenzione il Governatore snocciolando una serie di cifre su ciò che ci aspetta da qui a fine anno da far tremare le vene ai polsi.

Inutile indorarci la pillola: saremo tutti notevolmente più poveri, ma soprattutto, e qui sta la forza del discorso del governatore, i poveri perderanno sia in termini reali sia in percentuale molto più dei benestanti. Non è un gioco a somma zero.

Anche la leggerezza con cui viene affrontato da questo governo il problema dell’istruzione non tiene conto di questo “fattore sociale”: non si possono decantare le virtù (fra l’altro molto discutibili) della “didattica a distanza” quando i più poveri non hanno spesso nemmeno una connessione a casa né hanno un ambiente familiare consono a surrogare l’attività di supporto compiuta a scuola dagli insegnanti.

Il pericolo serio è che certi atteggiamenti e comportamenti della classe politica e dirigente al potere, ad esempio la sfrontatezza con cui si è proceduto alla spartizione lottizzatoria delle nomine in piena crisi sanitaria, o le promesse di sussidi non arrivati, tollerati dopo tutto in tempi “normali”, ora possano creare una rabbia inconsulta e sfociare in violente manifestazioni di piazza contro l’autorità costituita tali da mettere in serio pericolo la coesione sociale e quindi la tenuta democratica dello Stato.

La speranza è l’ultima a morire, è il messaggio trasmesso senza retorica dal Governatore. Ma, noi possiamo aggiungere, per mancanza di fiducia e credibilità non è questa classe politica che se ne può far carico. Nonostante che nemmeno questa volta manchino gli italiani di buona volontà.


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