L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 31 maggio 2020

Senza soldi la domanda salta. In Italia assumere a decine di centinaia di giovani nella Pubblica Amministrazione a tempo indeterminato è l'investimento più sicuro e certo per far ripartire l'economia



29 MAGGIO 2020

Con il passaggio della pandemia di coronavirus in Europa, i Paesi del Vecchio continente si sono dovuti mobilitare al fine di salvaguardare non soltanto la salute dei propri cittadini ma anche la tenuta del sistema economico europeo, messo questa volta di fronte ad una sfida mai affrontata prima. Ma non è soltanto la tenuta dei bilanci pubblici dei Paesi e della salute delle aziende a preoccupare sia il sistema bancario sia gli organi di vigilanza europei: anche le stesse famiglie sono state messe davanti a una prova davvero ardua da superare, considerando l’elevata percentuale di indebitamento medio della popolazione europea. E in questo caso, persino quelle nazioni storicamente più stabili e famose come “falchi” del rigore – come l’Olanda e l’Austria – si trovano davanti a delle gravi turbolenze a causa della tenuta delle finanze familiari dei propri popoli, col rischio di pesanti ripercussioni sulla loro stessa economia.

Trema anche il sistema bancario

Per ripartire dall’ultima crisi di grandi dimensioni – successiva alla scoppio della bolla dei Debiti sovrani – la popolazione europea ha accresciuto il proprio livello medio di indebitamento: sia per quanto riguarda i nuclei familiari sia per quanto riguarda l’attività d’impresa. Parzialmente grazie alle misure messe in campo per facilitare la ripresa economica, proprio questa mossa rischia però di rivelarsi fatale nella situazione che si sta affrontando in questi mesi, con occhio particolare soprattutto sulla seconda metà dell’anno, quando i risparmi saranno in buona parte erosi.

Con la perdita di posti di lavoro, chiusura delle attività e indecisione riguardo allo stato di salute futuro dell’economia europea e del commercio, la percentuale di indebitamenti destinata a passare a sofferenze bancarie sarà molto elevata. E come evidenziato dalla testata giornalistica francese Le Monde relativamente al sistema francese, tale situazione rischia già di verificarsi nel corso della prossima estate, quando la crisi economica entrerà nella sua fase più acuta.

In questa situazione, dunque, sarà lo stesso sistema bancario a vedersi colpito di riflesso dalla pandemia di coronavirus. A causa delle perdite dovute alla mancata restituzione dei debiti e dei bassi tassi di interesse che non sarebbero sufficienti a coprire i buchi lasciati dagli insolventi, soprattutto per quanto riguarda gli istituti di credito di minori dimensioni ciò potrebbe rivelarsi fatale: aprendo la strada ad una nuova stagione di fusioni e di perdite dei capitali da parte dei risparmiatori. E in questo scenario, le possibilità di interventi centrali da parte dell’Unione europea sarebbero limitate dai già imponenti piani d’azione messi in atto in questa prima fase dell’anno.

Un’Europa priva di domanda interna?

Come sottolineato in molteplici situazioni, una delle speranze delle economie colpite dal coronavirus in un periodo in cui i commerci internazionali sono per definizione limitati risiede nell’impulso dato dalla domanda interna. Non è casuale, infatti, la decisione italiana e di quasi tutti i paesi dell’Europa di elargire liquidità direttamente alle famiglie, con l’intento di non fermare la circolazione interna di capitali. Tuttavia, un tale sistema di iniezione di liquidità non è sopportabile per le casse erariali sul lungo periodo, rischiando anzi di divenire addirittura dannoso se protratto nel tempo. Ma senza la ripresa dell’occupazione e senza entrate nelle famiglie europee sufficienti per far fronte all’indebitamento ed alle spese di prima necessità, anche la domanda proveniente dal mercato interno è destinata a crollare a picco, generalizzandosi a tutti i settori merceologici.

Senza domanda interna, però, le stesse industrie produttive verrebbero messe in crisi, rallentando l’aumento della domanda di lavoro e generando un circolo vizioso in grado di rigettare l’Europa in recessione anche oltre i tempi di ripresa sino ad adesso stimati. E questo scenario, considerando le mosse degli avversari internazionali e prendendo ad esempio il settore turistico, rischia di diventare drammatico per la totalità dell’Unione europea, allungando oltremodo i tempi per l’effettiva ripartenza.

A rischiare, però, non sono più soltanto i più fragili Paesi dell’Europa meridionale, già alle prese con un alto indebitamento pubblico: tutta l’Eurozona infatti soffre di un debito privato medio elevato, con particolare evidenza in Paesi come Francia ed Olanda. E in questa situazione, dunque, ci sarebbe da domandarsi se il premier olandese Mark Rutte sia intenzionato ad usare lo stesso rigore con cui è stata trattata l’Italia anche con qui cittadini che, presto o tardi, saranno chiamati nuovamente a porre una croce sul suo nominativo.


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