L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 3 maggio 2020

Stanno commettendo un crimine contro l'umanità! Ci tocca mangiare il Nemico per tornare dall'aldilà

Fughe nella prigione


Roma, 28 aprile 2020

Fughe nella prigione è un librino di Curzio Malaparte, pubblicato nel 1936, dopo la condanna al confino per attività antifasciste (Malaparte fu espulso dal PNF nel 1933, dopo una prima, entusiastica, adesione). Eccovi la prefazione all’edizione del 1954. Vi chiedo di assaporare qualche eco remota. Non giudichiamo, culliamoci un pochino. C’è più umanità e vita (ampiezza di vita) in queste righe che in un tomo di mille pagine di Baricco. E poi troviamo il riferimento a una dolente consonanza con Cesare Pavese. Pavese, da comunista, assaggiò, infatti, la cella di Regina Coeli e il confino, più duro di quello di Malaparte, dopo una delazione di Aldo Segre, alias Pitigrilli:
“Essere stato in prigione o al confino, è per molti, in Italia, e non solo in Italia, un volgare pretesto a ogni sorta di speculazioni politiche. Per me è soltanto un'esperienza umana, che ha egualmente giovato all'uomo e allo scrittore. Ne avrei tratto senza dubbio anche qualche vantaggio di ordine pratico, se mi fossi imbrancato anch'io in questo o in quel partito politico, e avessi gridato sui tetti, come han fatto tanti altri, che io pure sono un martire della libertà. Non mi pento oggi, e non mi pentirò mai, di non aver commesso un simile errore di gusto.
Ho conosciuto un solo scrittore, in Italia, che della prigione e del confino non abbia fatto materia di speculazione politica: Cesare Pavese. E lo stimo, lo rispetto, lo amo anche per questo. Un mese prima della sua morte, ai primi di Luglio del 1950, lo incontrai a Roma, in Via Sistina. Ero con la povera Jana, che già meditava il suicidio. (Jana si ammazzò otto giorni dopo). Cesare Pavese mi disse: ‘Peccato che lei, oggi, non sia con noi’. Gli risposi che ero con loro quando si trattava di andare in prigione e al confino, non ora che si trattava soltanto di vincere i premi letterari. E proprio in quel momento mi ricordai, ma era troppo tardi, che egli aveva vinto, in quei giorni, un premio letterario, e, com'egli diceva, un 'premio mondano'. Sorrise timidamente, come per scusarsi, poi mi disse: ‘Io non sono di quelli, i quali pensano che valga soltanto la loro prigione, quella degli altri no. La mia vale quanto la sua’.
Ora Pavese è morto. Si è ammazzato. L'ossessione propria del carcere, è il suicidio: il solo modo di evadere. Basta leggere tutte, o alcune, o anche poche, delle sue pagine, per capire che Pavese non era riuscito a liberarsi dall'ossessione della prigione. Nel suo diario postumo, (Il mestiere di vivere), ha lasciato scritto: ‘Andare al confino è niente; tornare di là è atroce’. Non era mai riuscito, in fondo, a ‘tornare di là’. Dopo tanti, dolorosi tentativi di fuga attraverso l'intelligenza, la cultura, la poesia, è finalmente riuscito a fuggir di prigione attraverso la morte. (Ha detto di no a quel che pensavo quando anch'io tentavo di ‘tornare di là’: che soltanto i criminali, e i bruti, tentano la fuga segando le sbarre delle inferriate, o tagliandosi le vene dei polsi. Anche i disperati, avrei dovuto aggiungere). Attraverso la morte, questa vera libertà, la sola per cui valga morire. E penso oggi che la sua morte abbia valore per tutti, non per lui solo.
Vorrei dedicare alla sua memoria il racconto di questi miei tentativi di fuga, di queste mie fughe in prigione”.
Queste poche righe ci involano a qualche aerea considerazione. 

Tornare di là. Non si può tornare di là, impunemente. Di là, verso i territori una volta comuni: ciò è impossibile. In ogni tempo si circondarono di accortezze i viaggi “oltre la misura”. I limiti erano santificati o, che è lo stesso, circondati da demoni. Chi si avventurava in questi territori, negli inferi, al di là delle Colonne d’Ercole, al centro del labirinto di Asterione, verso la Cappella Perigliosa, era tenuto al segreto: ben lo sapevano i mystēs, gli iniziati che vegliavano nella notte. Un reduce da questi lidi è il personaggio della Discesa nel Maelstrom di Poe, canuto e indifferente al pericolo estremo, “fatto altro”.
Ricordo - avvenne circa un secolo fa - quando sostenni, a un minuscolo simposio sulle nuove tecnologie (si era in una biblioteca), che la realtà è sempre tale e non la si può ingannare ricorrendo alle scappatoie del virtuale. L'esistenza virtuale che viviamo da due mesi a questa parte entrerà nel nostro codice genetico impartendo ordini subliminali nell'immediato futuro.
Un’esperienza non è mai innocente e segna la pelle e il cuore; per questo molte porte nella tradizione sono sbarrate, le soglie irte di ammonimenti e nelle mura biancheggiano i teschi.
A maggior scandalo, poiché il sottoscritto è spesso preso da raptus dell’autodistruzione, vomitai una metafora verdognola sull’uditorio esterrefatto e disgustato (ammetto che in me vive, riposto, un certo narcisismo da épater le bourgeois; ne fan fede, peraltro, le giovanili frequentazioni punk).
Riadatto per l’occasione quelle parole un po’ spicce e agitate: “Supponiamo che, in un futuro imprecisato, le carceri vengano abolite, per tutti. Droga, prostituzione, gioco d’azzardo e il vasto fenomeno dei reati corruttivi sono legalizzati; il denaro virtuale permette lo scioglimento progressivo delle organizzazioni mafiose e camorriste nell’economia digitale. Gli omicidi vanno in calando poiché ci si è orientati verso una società statica in cui vige un’umanità che si accontenta di poco, poiché ha poco da desiderare e quel poco, del tutto materiale, gli è elargito dallo Stato. L'economia non esiste. Ladri, rapinatori e truffatori sono, conseguentemente, fattispecie psicologiche in estinzione. Rimangono i criminali psichiatrici: stupratori, assassini e pedofili seriali, questi in aumento. I Nuovi Tempi hanno deciso che una repressione meccanica (id est: togliere la libertà fisica per un certo numero di anni) sia una soluzione superata poiché, anche per questi soggetti, vale il tentativo di riabilitazione civile. Al contempo si decide che anche la cura in appositi centri psichiatrici o la disattivazione chimica degli impulsi siano rimedi primitivi da lasciarsi alle spalle. Ci si dirige, quindi, per tali soggetti, verso la soddisfazione delle loro pulsioni tramite la realtà virtuale. Si potrà cioè squartare o stuprare o sodomizzare un’ottenne solo in quello stambugio fantastico, sempre più definito e veritiero, della realtà virtuale, creduta inoffensiva. Più umano dell’umano, più reale del reale, dicevano alla Tyrell Corporation. Sfogare gli istinti della dissoluzione in un empito fittizio ritenuto, quindi, senza conseguenze nel quotidiano. Salvaguardare i diritti della persona, anche di tali persone: non è questo il progresso che ci si ripete da decenni? E però una nuova ideuzza coglierà i legislatori. Perché non favorire, onde ridurre gli antichi reati a zero, tali camere di contenzione anche per tutti gli altri? D’altra parte non stiamo già avviandoci in questo senso anche se non ce ne rendiamo conto? Il mondo del ludico-digitale e dello spettacolo ha da tempo organizzato gli appositi sfogatoi per gli istinti sadici e criminali che albergano in noi: attizzandoli e poi soddisfacendoli virtualmente: in maniera che si crede innocua. L’horror, a esempio, si è svuotato da tempo delle figure simboliche che lo ispiravano: il Golem, il vampiro, il Doppio per precipitare in una serie bruta di scannamenti. Il videogioco, peraltro, lungi dall’essere costruttivo, è ormai puramente distruttivo: si uccide, e si uccide senza conseguenze. Nessuna polizia verrà a cercarci se facciamo saltare la testa al vicino di casa e diamo fuoco a un barbone; i nostri atti sono innocenti e se paghiamo con la vita possiamo resuscitare a piacimento col loading. Ma l'esperienza, una volta fatta, dirige il corpo futuro. Ma questo è solo l’antipasto. La desocializzazione prossima ventura si baserà unicamente sul virtuale. La sfera psicologica dell’individuo consisterà in falsi ricordi di false esperienze. In pochi decenni l’essere umano accederà alla piena devoluzione. Il suo mondo sarà sempre meno personale (ovvero astratto dalla comunità: famiglia, corporazione, scuola, Patria) e sempre più seriale consistendo in una teoria di reazioni emotive di riferimento preconfezionate e profondamente aliene alla reale pienezza umana. Una pienzza che, peraltro, si sarà dimenticata perché a questo serve la recisione col passato. Il solo leggere di un banale atto di collera o di passione ci risulterà urtante poiché sommamente incomprensibile. Soddisfare virtualmente ogni impulso, da quello comune a quello più belluino, ci risucchierà, poi, in un ambiente preistorico e vegetativo; in una pozza dissolutoria dove è perduto il nord magnetico e l’ago rotea forsennato a indicare il Nulla. Prevedo, quindi, poiché ci ripetono che siamo in tempi progressisti, un progressivo slittamento nell’indifferenza etica e morale. Criminali e gente comune si daranno la mano in tale limbo d’innocenza virtuale. Per far ciò dovremo evolvere in un panottico in cui ci sorveglieremo a vicenda sulla base dell’anomia avvertita falsamente come libertà. Abbiamo liberato l’uomo? Abbiamo scatenato la Bestia, vorrei dire. La storia della civiltà è la storia delle catene che ci consentivano la libertà. Catene meravigliose: arte, giurisprudenza, disciplina, scienza, consuetudine. Dissolvere i tabù, tagliare i lacci che lasciavano la Bestia sul fondo ci farà ghermire dai mostri come Echidna e le Sirene, o Grendel: coloro che ci riporteranno proprio a quell’abisso limaccioso. Rimpiango le impiccagioni in piazza”.
In quegli anni ero già pazzo. Ma cosa mai avrò voluto dire?

Tornare di là/2. Lo ripeto: non si torna mai innocenti dall’esilio. La prigione impostaci con la finta pandemia ha ferito l’intimo, specie dei più giovani e degli sprovveduti, spaventati come donnette dalle bare, dalle sculacciate televisive, dai gendarmi scatenati sulle strade, dalla moria edificante degli eroi. Vari pioli verso il Nuovo Mondo sono stati scalati. Si tornerà indietro, ma la vista goduta ci accompagnerà per sempre. Sconfitti, ammansiti, pronti a confondere l’anormale per l’ordinario.

Popoli fatali. I Greci, comunque li si voglia giudicare, ci hanno dato la logica, l’euritmia, la luminosità. A quale prezzo? Una guerra contro i mostri. Ogni loro dio emerge nella chiara definizione solare dopo una lotta strenua e incerta con notturne Gorgoni ed Erinni, le Scilla, le Arpie, le Sfingi. Apollo, Teseo, Ulisse, Perseo, Ercole, antenati di Beowulf e Parsifal, sono costretti ciclicamente a salvare sé stessi e la civiltà. A volte la fondano. Dagli abissi tornano diversi, spesso indossando le spoglie del Nemico sconfitto. Più ambigui e perciò più saggi, inavvicinabili ai più, si circondano di pari cui sussurrano dell’altro mondo. Sono re, avviano dinastie; quindi, col tempo, le loro reliquie santificano i limiti da non oltrepassare. Essi simboleggiano il progresso, inteso come ferita periodica alla tradizione, da cauterizzare prontamente. Una tale ferita fu Dioniso, che prima stravolse il panorama greco, poi ne fu riassorbito. Ciò che non uccide, fortifica: a patto di averlo già ucciso il Nemico, ovviamente. Anzi, dirò di più: a patto di mangiarlo il Nemico e abbigliarsi con le collane dei suoi denti e delle sue unghie. 

Prede. Heliopolis, oggi sobborgo de Il Cairo, fu preda dei Romani imperiali. Caligola, sette anni dopo la morte di Cristo, ordinò di recare uno dei suoi obelischi a Roma, presso il circo di Nerone, dove oggi sorge il Vaticano. Roma mutò, in due millenni, ma le orde mai riuscirono a svellere questo omphalos di pietra. Attorno alla sua immutabilità crebbe e si stravolse la Città Universale, di cui costituisce il centro delle assi cartesiane. Possiamo ammirarlo, inavvertito come le estreme cose essenziali, al centro della piazza di San Pietro. Beda sbaglia riferirsi al Colosseo nella sua famigerata profezia:

Finché starà il Colosseo, starà anche Roma;
quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma;
quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo.

E a questo gnomone che indica lo svolgersi dell'eternità che occorre guardare. Non si pensi a una fine sanguinosa. Il sangue e la guerra sono aboliti. Si pensi a un trasloco, a un ammodernamento, piuttosto, nel nome di una qualche libertà inventata di sana pianta. Sic transit. 

Tornare di là/3. Torneremo di là, dalla reclusione fatale, a qui, a piccole dosi, definitivamente mutati. In tale breve periodo di follia il contagio si è diffuso sottopelle: si può vivere senza scuole, senza negozi, senza università, senza cultura, senza vacanze, senza affetti familiari o carnali, senza lavoro? Sì, è possibile. La Terra rifiorisce, i delfini si fan vedere a Ostia. Abbiamo gustato, in un’abbacinante allucinazione, tanto più efficace poiché inaspettata, il futuro. Entrato nel sangue più non ci abbandonerà: si può fare, we can change, podemos, yes we can.

Distanziamento sociale. Il distanziamento serve a evitare le vociferazioni, lo spargersi del risentimento. Gli esseri umani sono circuiti in serie; tagliare i fili tra di loro equivale a spegnerli individualmente o, meglio, a impedire l’accensione di una consapevolezza.

Al supermercato. Bastano cinque minuti in fila al supermercato per covare la sedizione. Un commerciante vuole manifestare il 4 maggio al Quirinale, cascasse il mondo: ho già le autorizzazioni! Un altro, infermiere presso uno dei più grandi ospedali di Roma, rilancia la tesi dell'inganno: due anni fa ci furono, in effetti, tante polmoniti, morirono molti anziani, quest’anno poco e niente. Un altro, incredibile, getta le ombre sulle bare del Covid: tutti vengono registrati come morti di Covid perché incassare un contagiato costa più del doppio: si incassa più del doppio incassando tali mortacci. E così via. Un profluvio di chiacchiere e insolenze. Intanto, proprio allo sbocco del centro commerciale, l’equipaggio di cinque auto della polizia municipale posiziona strategicamente alcuni birilli arancioni, restringendo la carreggiata, le auto a cuneo sulla sinistra. L’imbuto, debitamente ordito, inghiottirà qualche migliaia di euro fra poco.

Dawn of the dead. Gli zombi si accalcano al supermercato: aveva ragione Romero nel 1979? E i suoi recenti epigoni di successo? L’Impero Americano è al collasso, come si auspica da appena trent’anni? La scomparsa degli Stati Uniti non è propedeutica alla nostra libertà, ma agli Stati Uniti Universali. E se Trump non volesse altro che prolungare gli Stati Uniti d’America contro gli Stati Uniti Universali? La guerra fra Antica e Nuova Massoneria, uso questi termini faciloni, è talmente evidente che si riverbera persino negli ambienti giudiziari italiani. Ormai si combatte fra gang; credere che tali sparatorie si accendano a nostro favore o a nostro sfavore è ridicolo.

Lezioni. Le lezioni online: chiacchierate allegrotte tra professori e allievi. Nel frattempo la retta sul piano cartesiano va e viene, a piacimento, con sommo disappunto di Cartesio.

Il respiro dei nostri padri. Li abbiamo amati e odiati, non come figli e nipoti, ma come individui gettati nel postmoderno. Si invidiava la facilità con cui vivevano, con pochi impacci e molte convinzioni. Poi, fattosi flebile il loro respiro, siamo stati dilaniati fra opposti sentimenti di fastidio e paura e amore. Il fastidio nel sobbarcarci questi relitti pieni di problemi, spesso queruli e arroganti come solo i vecchi sanno essere; e, quindi, la paura: non abbandonateci, resistete ancora un poco con noi perché questo mondo è troppo complicato da affrontare! E poi, una volta spenti, li si è amati. La vita ci rapisce tumultuosa, indecifrabile; quando cala il silenzio, però, le voci lontane si fanno presenti, basta il sentimento fallace d’un suono per gettarci nella nostalgia d’un paradiso che abbiamo perduto.

Piano Marshall. Un piano Marshall pare pronto: sussidi, diarie, redditi di sudditanza. In cambio daremo via l’intero tessuto produttivo che, come si è visto, è possibile fermare come e quando si vuole. Senza ricorrere all’esercito: bastano due pizzardoni agli incroci. Dieci anni di questo massaggio e dell’Italia resteranno macerie. Un popolo di vacanzieri in affitto presso alberghetti a una stella. Ci si domanda, a ragione: ma come si fa a mandare avanti la baracca? Si ricorre a mezzucci, a furberie per cogliere qualche tallero statale oppure si succhia il nettare del passato. Finito quello ci sarà il piano Marshall 2, magari preceduto dalla patrimoniale per eccellenza: l’imposta sulle successioni. Ti diamo ottocento euro al mese e, perciò, vivrai; quelli che dovresti ereditare li darai, con le buone o le cattive, a noi: case, terre, auto, azioni, conti correnti; non li hai meritati tu, li hanno meritati altri, oggi non più con noi.
Recidere col passato per avere un futuro da cubicolo. Qualche pezzo del patriziato potrà, certo, permettersi il passaggio di questo Rubicone, il più fatale. Gli altri, i sommersi, si adatteranno, come hanno dimostrato in questi mesi. Ci si adatta a tutto.

Profezia. La profezia della sconfitta non sta nel numero soverchiante dei nemici o nella potenza delle loro macchine d’assalto. Sta nell’atteggiamento che vedo fiorire fra il miccume. La maggior parte dà la colpa a Conte e al governo, come se questo fosse un accidente capitato all’Italia a causa di qualche traditore. Ma il governo, questo governo, fungibile, e che si getterà alle ortiche come una mascherina monouso dopo aver assolto il compito, era nei patti, come spiegai a suo tempo.
Le intemerate trippazzute del Salvinatore della Patria, coi piedi nella sabbia, a tale governo miravano. La sinistra e la nuova sinistra hanno sempre eseguito il lavoro sporco come, trent’anni fa, auspicava Gianni Agnelli. Compito della destra è di mantenerlo allargando le mani in una supposta impotenza (e che ci possiamo fare, mica è colpa nostra!) tentando di mascherarlo col ricorso a spettacolari atti populistici (togliamo l’imposta sulla prima casa! Tanto poi la rimettono i nostri sindaci ...). Spettacolari quanto inessenziali al cambiamento. Intanto, però, il popolicchio si placa, un po’ deluso in verità; la sinistra riprende fiato e rincorsa ...
La storia del MES, su cui tanto si conciona, è tutta qui.

Perché l'Italia? Questa domanda può rivolgerla solo chi non ha compreso cosa sia l'Italia. Che un Italiano non sappia cos'è il suolo su cui cammina ... già questo è un indizio di sconfitta. Ci hanno insegnato a disprezzarci. L'Occidente pensa e prega grazie all'Italia. L'Italia è l'orizzonte degli eventi dell'occidens che inghiotte il passato come l'oscurità del black hole la luce; per poi ridonarlo al mondo. Se oggi si è ridotta a espressione geografica rimane colpa di chi, incidentalmente, la abita. D'altra parte i Greci degenerarono in greculi, gli Italiani posso ben farlo in italianuzzi. Che questi impartiscano lezioni dal basso della loro piccineria è, dall'alto della storia, materia quasi tragica.

Solitudini. Mattarella che sale una scalinata deserta il 25 aprile (una volta XXV Aprile), Bergoglio che avanza nella vacuità della piazza Vaticana ove una volta sorgevano i circhi romani di cui sopravvive l'obelisco. I poteri costituzionali e spirituali sono consegnati nella resa. Il messaggio è chiaro: avete via libera, le porte Scee sono spalancate.

Nessun commento:

Posta un commento