L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 3 maggio 2020

Una certezza il covid-19 non spazzerà via le 120 e oltre basi statunitensi dal territorio italiano, la nostra difesa è difesa degli interessi statunitensi

F-35, Leonardo e Fincantieri. Chi attacca la difesa? L’analisi di Gaiani

3 maggio 2020


L’industria della difesa in Italia, il ruolo di Leonardo e Fincantieri, i grilli del Movimento 5 Stelle. L’approfondimento di Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa

Nella messe di analisi sulle conseguenze del coronavirus spiccano le valutazioni di analisti e osservatori circa gli effetti della pandemia sui conflitti e in molti valutano che il timore del contagio abbia interrotto le guerre in corso mentre l’autorevole Foreign Affairs si chiede se il virus promuoverà la pace nel mondo.

Più che immaginare una pace diffusa, l’ipotesi avanzata è che la condizione di debolezza economica e sociale delle potenze scaturita dall’epidemia possa rendere la classe politica, soprattutto in Occidente, meno incline a privilegiare gli interessi oltre confine è più disposta a risolvere le controversie con negoziati invece che utilizzando politiche muscolari.

L’idea che il virus abbia fermato i conflitti resta però una vana speranza, come si evince prendendo in esame anche solo le guerre più sanguinose e note.

In Siria lo stop ai combattenti nella provincia nord occidentale di Idlib è in vigore dal 5 marzo in base alla tregua sancita dagli accordi tra russi e turchi, non a causa del virus.

Anzi, gli Emirati Arabi Uniti sono pronti a pagare 3 miliardi di dollari a Damasco per indurre Assad a riprendere l’offensiva a Idlib contro le milizie jihadiste sostenute dalla Turchia. Assad non intende entrare in collisione con la Russia, suo grande protettore, ma in queste valutazioni politiche e strategiche il Covid-19 non c’entra nulla.

In Afghanistan i talebani hanno respinto l’offerta di un cessate il fuoco durante il Ramadan avanzata dal presidente Ashraf Ghani. “Mentre la vita di migliaia di prigionieri è messa in pericolo dal coronavirus, chiedere un cessate il fuoco non è né razionale né convincente”, ha affermato Suhail Shaheen, uno dei portavoce degli insorti, accusando il governo di “ostacolare il processo di pace”.

La tensione è alta da settimane tra Kabul e i ribelli, con i talebani che continuano l’offensiva contro le forze afghane in tutto il paese pretendendo la liberazione di tutti i loro compagni prigionieri, prevista dal processo di pace avviato con l’accordo tra USA e Talebani in Qatar. A Kabul quindi il virus è solo un ulteriore pretesto che consente agli insorti di chiedere la scarcerazione di terroristi e miliziani.

Nello Yemen il cessate il fuoco dichiarato dai governativi (appoggiati dall’Arabia Saudita) proprio per far fronte all’epidemia non solo non è stato riconosciuto nè rispettato dai ribelli Houthi ma dopo la dichiarazione d’indipendenza dei secessionisti meridionali che controllano Aden (sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti) la guerra rischia di registrare una recrudescenza trasformandosi in un “tutti contro tutti”.

In Libia il conflitto a noi più vicino imperversa con una violenza senza precedenti. Il governo di Tripoli, spalleggiato da turchi e milizie siriane arruolate da Ankara, è al contrattacco su tutti i fronti: ha riconquistato l’ovest della Tripolitania e punta ora a riprendersi i territori a sud di Tripoli.

Insomma, il virus non porta pace, né ci sono indizi che possa ridurre la conflittualità globale. Anzi, considerando che il crollo delle economie mondiali che si prefigura vedrà aumentare la povertà è facile ipotizzare una escalation della lotta per le risorse. Questa significa maggiore rischio di conflitti tra Stati ma anche di insurrezioni, secessioni, rivolte etniche e disordini popolari.

Quello che invece sembra essere certo e ineluttabile è che la necessità di dedicare risorse finanziarie al rilancio dell’economia e della produttività, oltre che ad assistere i ceti più colpiti dalla crisi determinata dal coronavirus, indurrà molti paesi a ridurre molte spese previste nei bilanci degli Stati, incluse quelle militari.

Il primo esempio ufficiale giunge dalla Corea del Sud che ha annunciato tagli al bilancio della difesa per il 2020 dovuti alle conseguenze economiche del Covid-19.

Seul prevede un calo del PIL limitato 1,48% mentre i consumi privati sono crollati del 6,4%, l’export si è contratto del 2% e l’import del 4,1% ma il governo ha stanziato un fondo costituito con risorse prelevate dai diversi ministeri tra i quali 738 milioni di dollari americani tagliati alla Difesa, per il 79% relativi all’acquisto di armi ed equipaggiamenti mentre per il 21% alle spese di gestione e mantenimento.

Il taglio ammonta all’1,75% del bilancio per la difesa del 2020 che era stato aumentato quest’anno del 7,4% rispetto al 2019 raggiungendo i 42 miliardi di dollari USA.

Il Ministero della Difesa nazionale della Corea del Sud (MND) ha minimizzato l’entità dei tagli, affermando che l’impatto di Covid-19 aveva già provocato una riduzione delle attività militari e ritardi nei programmi di acquisizione di armamenti, navi da guerra, elicotteri, caccia F-35 e i nuovi KFX prodotti localmente.

Provvedimenti simili a quelli assunti da Seul, ma molto più consistenti in termini percentuali e di importi, riguarderanno con ogni probabilità molti altri Stati colpiti ben più pesantemente della Corea del Sud dal Covid-19 in termini economici e di crollo del PIL.

Le stime del Fondo monetario internazionale prevedono quest’anno in Europa riduzioni del Pil tra il -7,5% e il -12% e la società di consulenza Avascent, specializzata nel settore Aerospazio e Difesa, ha stimato tagli complessivi ai budget della Difesa europei compresi tra i 21 e i 56 miliardi di euro.

Di fatto si tratterrebbe di tagli tra 2 e 5 volte maggiori di quelli che si registrarono agli stanziamenti militari europei in seguito alla crisi finanziaria del 2008 e non è difficile immaginare che le decurtazioni maggiori si registreranno nei paesi più colpiti dall’epidemia, Italia in testa.

Tagliare le spese militari, specie quelle legate all’acquisto di nuovi mezzi, equipaggiamenti e armamenti o di manutenzioni delle dotazioni già in servizio potrebbe rivelarsi un boomerang soprattutto per quegli Stati che hanno un’importante industria del settore Aerospazio e Difesa, come è il caso dell’Italia e delle maggiori potenze economiche.

Tagliare le commesse delle forze armate significa quindi compromettere migliaia di posti di lavoro che richiederebbero interventi pubblici quali cassa integrazione o indennità di disoccupazione con costi certo superiori ai fondi recuperati tagliando risorse alle forze armate.

La recente richiesta di 50 senatori di M5S di sospendere per un anno il programma F-35 per destinare un miliardo alla Sanità rappresenta un ulteriore esempio di come speculazioni ideologiche puntino a far leva sull’impatto del virus per conseguire l’obiettivo di sempre: demolire l’industria della Difesa e le capacità militari nazionali.

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