L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 23 giugno 2020

Assumere almeno un milione di giovani in pianta stabile nella Pubblica Amministrazione (medici, infermieri, insegnanti, operai, poliziotti, impiegati, pompieri, tecnici, dirigenti) è un'investimento strutturalmente strategico ma questo governo fermo ideologicamente ad elemosinare in Euroimbecilandia non lo farà

Oltre l’assistenzialismo nienteIl governo non ha ancora trovato una soluzione per evitare la “bomba” disoccupazione d’autunno
23 giugno 2020

Partito democratico e Italia Viva puntano a un mix di incentivi alle assunzioni e deroga sullo stop alle causali sui contratti a termine. Catalfo difende il decreto dignità, ma nel Movimento Cinque Stelle non tutti sono d’accordo ed è scontro con la vecchia guardia

(Foto: Conferenza stampa di Villa Pamphilj)

Conclusi gli Stati Generali dell’Economia, la ricetta su come affrontare la “bomba” occupazionale che da tante parti si prospetta in autunno ancora non si vede. O meglio, nel governo le ricette in campo sono diverse. Tante quanti sono i partiti di maggioranza. E anche su questo fronte bisognerà trattare tra le diverse anime della maggioranza, mentre settembre e il suo autunno caldo sono alle porte.

I numeri che arrivano, dall’Istat all’Inps, sono tutt’altro che rassicuranti. Il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione hanno arginato per il momento l’emorragia dei posti di lavoro, ma intanto a risentirne sono i lavoratori con contratti a termine, i somministrati e gli stagionali. Con 400mila posti in meno tra marzo e aprile, secondo l’Istat. Oltre 160mila solo a marzo secondo i dati Inps. E se la disoccupazione crolla, si impenna l’inattività, soprattutto tra i giovani. Lo ha fatto notare pure il governatore di Bankitalia Ignazio Visco. «È calato il livello di partecipazione al mercato del lavoro», ha detto.

Oltre ai buoni propositi comuni sul salario minimo e la riforma degli ammortizzatori sociali emerse da Villa Pamphilj, le posizioni nella maggioranza però restano distanti.

Dal governo lo sanno che non basterà vietare i licenziamenti, se poi le imprese non rinnovano i contratti e non assumono. Ma l’accordo ancora non si trova.

Dal fronte del Partito democratico e Italia Viva, la combinazione che sta emergendo prevede due strategie. Da un lato la spinta alle assunzioni a tempo indeterminato con un meccanismo di incentivi contributivi a tempo, accompagnato dal vincolo del non licenziamento dei neoassunti. Dall’altro, la semplificazione dei contratti a termine, prolungando la deroga al decreto dignità con lo stop alle causali sui rinnovi oltre i 12 mesi fino a fine anno, quindi di ulteriori quattro mesi rispetto alla data del 30 agosto indicata nel decreto rilancio.

Una combinazione di incentivi ai contratti stabili più maggiore flessibilità, che ricorda i tempi del Jobs Act, visto con il fuoco negli occhi dai Cinque Stelle. O almeno dalla vecchia guardia. Il decreto dignità, voluto nel 2018 come primo provvedimento da Luigi Di Maio, puntava proprio a “correggere” la riforma renziana. La ministra del Lavoro Nunzia Catalfo ha detto che sulla deroga al decreto dignità «non si andrà oltre» fine agosto.

Ma non tutti nel Movimento sono d’accordo e sarebbe addirittura in corso uno scontro nello stesso partito, con una parte dei Cinque Stelle che – di fronte alla crisi – reclama un cambiamento di rotta rispetto al decreto dignità e punta all’approvazione degli emendamenti presentati al decreto rilancio. «Chiediamo al Movimento stelle un atto di buon senso in un momento così critico per l’occupazione», dice Walter Rizzetto, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Lavoro. Il primo passo importante, dice, sarebbe «l’approvazione degli emendamenti al dl rilancio presentati anche da FdI, che consentirebbero il rinnovo/proroga dei contratti di lavoro a tempo determinato anche in assenza delle causali nonché l’eliminazione del contributo addizionale dovuto dalle imprese».

Nel frattempo, resta aperta anche la questione della cassa integrazione. Tutti sono d’accordo sulla necessità di riformarla nell’ottica di una semplificazione. Meno d’accordo, invece, su come usarla di qui in avanti.

Finora il governo, tra decreto Cura Italia e rilancio, l’ha concessa per 18 settimane, intervenendo da ultimo con il decreto “tappabuchi” che permette di anticipare già da ora le ultime quattro settimane previste senza aspettare settembre. Ma il vero dilemma è cosa fare di qui in poi. I Cinque Stelle, come d’altronde hanno chiesto i sindacati, vorrebbero prolungare fino a fine anno sia la cassa sia il blocco dei licenziamenti (in vigore fino al 17 agosto), magari usando i 20 miliardi del fondo europeo Sure chiesti dall’Italia.

«Il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione Covid non potranno durare in eterno», ripete Gualtieri. Un prolungamento potrebbe esserci. Meglio usare i fondi, è questo il ragionamento del Partito democratico, per gli incentivi che dovrebbero spingere invece le assunzioni, come possibile effetto contrario al pericolo di una ondata di licenziamenti. Anche perché, dicono, la coperta è corta, e l’estensione della cassa fino a dicembre potrebbe costare circa 36 miliardi. Ben più dei fondi europei.

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