L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 24 giugno 2020

cerchiamo di non farci rubare la nostra vita e approfittiamo della bella stagione per riprenderci ciò che ci appartiene di diritto

24 JUNE 2020



Natività di S. Giovanni Battista. Per la prima volta uso un santo per titolo. Quando scrissi che ci avrebbero rubato anche i santi, non scherzavo. Intanto hanno creato il modo di sostituire i santi del calendario gregoriano con le "giornate mondiali dell'ONU". Ogni giorno ce n'è una. E ora con la scusa del virus e del divieto di assembramento, hanno abolito le feste patronali.
In Italia per tradizione è consuetudine festeggiare il santo che ha il ruolo di patrono in una comunità. Una sorta di genius loci a cui affidare la protezione del territorio che risale alle notti dei tempi. Nella città patrocinata, la giornata dedicata al santo è celebrata come un giorno festivo. Il giorno festivo varia da comune a comune, in base al santo celebrato. Sappiamo, ad esempio, che S. Ambrogio è il protettore di Milano, S. Vittore, di Varese, S. Gennaro di Napoli, San Marco di Venezia, Sant'Antonio a Padova, eccetera. Non sono pochi comuni, borghi e villaggi piccoli, medi e grandi con San Giovanni quale santo patrono. Uno dei più importanti è Genova, ma non solo. E dato che numerose sono le chiese edificate in onore a questo santo che cade all'inizio dell'estate, le sue processioni e le sue cerimonie, i suoi riti sono strettamente collegati a sagre, a fuochi, canti, balli. Insomma c'è il sacro e c'è il profano e perfino l'esoterico che si incontrano, si intrecciano e si mescolano.
Intanto, un po' di storia (in pillole), avvincente come un romanzo. Perché nasce durante le Crociate ed è fatta di ceneri, vascelli e confraternite, la festa dedicata al Battista. Tutto comincia nel Medioevo, quando i genovesi, con baresi e veneziani, vanno alla ricerca delle reliquie di un altro santo: Nicola, in Asia Minore. Ma scavando sotto l’altare maggiore, trovarono sì ceneri: quelle di San Giovanni. Così, le trasportarono a Genova nel 1098 su tre vascelli, e da allora la devozione crebbe, nacque nel Duecento una confraternita e nel 1327 la Repubblica marinara proclamò San Giovanni patrono della città. I falò pagani molto in voga in quegli anni si ripeteranno ogni notte del 24 giugno, a mezzanotte.


Ho sempre guardato il mio piccolo villaggetto natio con sguardo affettuoso per S. Giovanni. La gente si incontra, va in chiesa, partecipa a una processione col santo che sfila per il paese. E siccome la statua pesa, le donne preparano un tavolo con una bella tovaglia di pizzo per far riposare i portatori che si fermano per dissetarsi un po'. Poi proseguono per altra tappa, facendo il percorso di ritorno fino alla chiesa da cui sono partiti, tra cantici e preghiere. In quest'occasione, il villaggio offre manifestazioni di folclore: sagra con fiera-mercato di artigianato ed enogastronomia, spettacoli di musica leggera e danza, mostra di pittura e una gara remiera pre-palio. Ma il momento più atteso è il rogo dei vecchi relitti di barche sulla darsena dove c'è lo scivolo delle barche. Il fuoco propiziatorio della stagione entrante brucia il vecchio legno per propiziare una buona pesca a quelli nuovi. Fuoco e acqua si incontrano tra le scintille e gli schiamazzi dei bambini, mentre una bancarella offre anguria e cocco fresco che disseta i partecipanti. Si stava seduti attorno ad un improvvisato Poeta del villaggio che chiamerò Angelo, il quale recitava poesiole in dialetto su com'era il paese prima che venisse antropizzato e aperto al turismo, coi suoi personaggi caratteristici, molti dei quali trapassati. Non di rado le sue poesie venivano messe in musica da un barbiere chitarrista che si faceva chiamare Piero il Tombeur (des femmes, si intende). Il Paese è pavesato e rischiarato da luminarie artistiche personalizzate balconcino per balconcino.
Questo, pur con mille varianti, fino a poche estati fa. Ma possiamo pure dire, fino allo scorso anno. Ora invece un provvidenziale (per loro) virus che tanto rassomiglia agli iconoclasti di cui ho parlato nel post "Iconoclastia, arma di esproprio", ci ha privati anche di questi innocenti festività, grazie a una chiesa cedevole e compiacente e ad un Papa in odore di apostasia. Niente processione, solo una cerimonia spoglia e distanziata con quella ridicola mascherina, niente fiera di villaggio né attrazioni, niente simpatici raduni, né poesie né fuochi né angurie.
Inoltre da pochi mesi il povero Angelo Poeta di Villaggio non è più tra i suoi cari. La sua famiglia ornerà ugualmente il poggiolo che guarda il mare tra gerani e surfinie, ma la tristezza è tanta. Perfino le lucciole gli insetti magici della mezza estate, sono vittime dei cambiamenti climatici per nulla casuali, e invece di intrecciare i loro voli luminosi in queste notti di solstizio, hanno anticipato il loro ciclo a maggio.

E' un periodo forse tra i più tormentati della nostra Storia. Ma cerchiamo di non farci rubare la nostra vita e approfittiamo della bella stagione per riprenderci ciò che ci appartiene di diritto. La serenità di queste placide notti d’estate nelle quali, complice il caldo, ciascuno può attardarsi con amici in conversazioni che si allungano a dismisura, senza preoccupazioni, finalmente lontani dalla tv, dai media, dal pc, immemori dello smartphone, delle chat, di WhatsApp e di altri ammennicoli, fa sì che si ricompongano quasi per incanto, atmosfere evocative che credevamo sopite. Magari con l’aiuto di qualche superstite coraggiosa lucciola, per chi ha la fortuna di vederla. Dopotutto, San Giovanni non fa inganni è un proverbio che si recita in tutti i dialetti della Penisola.

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