L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 1 giugno 2020

Favolacce - l'uomo ha perso l'anima

Favolacce da una periferia vicina

Che cosa succede quando degli insensibili adolescenti, figli di genitori egoisti e distratti, incontrano un autentico cattivo maestro?

Alvise Pozzi
1 giugno 2020

Favolacce è un film cinico e bugiardo, ma non per questo meno autentico. Fin dall’inizio la voce fuori campo, che ci accompagnerà in questa “discesa a Spinaceto”, ci mette in guardia dalla finzionalità della vicenda. Il diario, scritto in biro verde, che ha ritrovato nella spazzatura, ha parecchie pagine strappate. Il narratore ci avverte subito di aver arbitrariamente colmato la lacuna senza darci alcuna ulteriore informazione. Non ce n’è bisogno. 

La pellicola – vincitrice del premio per la migliore sceneggiatura all’ultima Berlinale – ribadisce con forza le tematiche della poetica dei fratelli D’Innocenzo: l’orrore quotidiano di esistenze svuotate d’ogni significato, vissute in alienanti periferie senza alcun punto di riferimento, dove il paesaggio stesso si decompone tra capannoni abbandonati, villette monofamiliari, centri commerciali e una sporca spiaggia. Impossibile non cogliere nella scelta di ambientare la vicenda proprio a Spinaceto – remota periferia a ovest di Roma – un’evidente citazione di Ecce Bombo in cui Moretti, durante la sua inquieta peregrinazione estiva a cavallo dell’immancabile Vespa, si spingeva proprio fino a questa lontana municipalità rendendola l’emblema stesso di ciò che è brutto, conformista e coatto; luogo-simbolo di tutto ciò da cui un giovane borghese vorrebbe scappare.

Ma i tempi sono cambiati e non c’è più alcun posto dove fuggire; nessun sogno da inseguire, nessun miraggio all’orizzonte. I ragazzi dei film degli D’Innocenzo vivono in una bolla di rassegnazione e apatia; osservano il mondo e i loro mediocri genitori come spettatori di un film che non li riguarda; un puro flusso d’immagini e parole ininfluenti e vacue come una nottata passata davanti a Netflix. L’incomunicabilità tra loro non risiede nella differenza anagrafica o nella mancanza di un linguaggio comune, ma proprio perché non rimane nulla da dire e non c’è più niente da fare. Servirebbe una bomba che distruggesse l’intero quartiere per ridestarli dal torpore; per far accadere qualcosa. Anche quando sono seduti vicini a tavola o perfino in ammollo nella stessa piscina, sono solo i corpi a essere fisicamente attigui e i due autori rimarcano questa condizione evitando accuratamente ogni soggettiva che potrebbe farci immedesimare; realizzando, quindi, un film interamente anestetizzato. 

Quanto infatti La terra dell’abbastanza – precedente opera prima – era uno sguardo vicino, interno, con l’obiettivo fastidiosamente attaccato ai volti quasi a volere scrutare dentro i cervelli, tra i reconditi pensieri dei due sbandati protagonisti; tanto Favolacce mantiene un punto di vista distaccato, estraniante. La macchina da presa è posta volutamente a una distanza eccessiva per delle scene di dialogo rendendolo a suo volta, biascicato e praticamente influente. Un esercizio di vano eloquio; niente più che puro (white) noise ripreso con dei campi lunghissimi che costringono ad avvertire la presenza della cinepresa, ricordandoci a tratti il primo cinema di Antognoni. Allo stesso modo in cui il narratore ci rivela immediatamente il carattere metatestuale della vicenda, così la regia vuole disvelarsi, diventando a tratti simile a quella di un documentario.

Nonostante le superficiali differenze, le due pellicole sono però assolutamente speculari: la prima incentrata su due giovani de borgata; la seconda su degli adolescenti eredi di quella classe media che non esiste più, dissolta durante il trentennio neoliberista. Livellata così ogni distanza tra i poveri autentici e questi nuovi, che dispongono apparentemente di ogni confort e bene posizionale tipico della media borghesia – la villetta con giardino, il suv, lo smartphone, la parabola, il megaschermo in salotto -, senza però possedere veramente nulla che non sia rateizzato o semplice imitazione di qualcosa che non si possono davvero permettere. L’enorme piscina di plastica, oggetto dell’invidia dei vicini, è il simbolico monumento di questo frustrato consumismo declassato. Allora, ai genitori egoisti, disoccupati e alieni a qualunque imperativo morale, non resta che consolarsi sfoggiando i risultati dei figli a scuola per godere un istante della luce riflessa delle loro impeccabili pagelle, mentre ci sorge il dubbio che frequentino una scuola malata, degna della società in cui vivono. 

Spinaceto diventa quindi lo specchio deforme dell’intera provincia italiana, frustrata e immiserita, popolata da adulti senza qualità, imprigionati in un eterno presente, che vorrebbero perfino plasmare i figli a loro immagine e somiglianza senza accorgersi di essere dei banalissimi mostri. Certe scene ricordano l’orrore connaturato alla contemporaneità tipico del primissimo Dylan Dog: la donna che fuma incinta e si prostituisce, il padre che tira su in continuazione con il naso e che picchia i figli, il culo flaccido che sbuca fuori dagli shorts inguinali, gli animali maltrattarti con indifferenza e sadismo.

Non stupisce allora che siano proprio i figli a non voler diventare come i propri genitori, senza che mai ciò prenda i contorni di una tragedia ma, piuttosto, quelli di una spaventosa soap opera. Un modo già sfruttato a suo tempo da David Lynch per indagare la torbida provincialità di Twin Peaks, al quale si aggiunge l’ambientazione prevalentemente notturna – in cui gli stessi luoghi diventano simbolici ed evocativi -, l’utilizzo di una fotografia satura quasi le immagini fossero delle pennellate su tela, la musica jazz e l’immancabile canzone strapaesana cantata a squarciagola da una voce stonata.

Eppure, nonostante le disparate influenze, il Cinema dei fratelli D’Innocenzo ha già una precisa identità che esplora il lato oscuro della gioventù moderna, quell’assenza di moralità che spesso sfocia in episodi di violenza e bullismo immotivati. Sembra quasi che ai due fratelli interessi mettere in scena proprio l’inconsapevolezza delle nuove generazioni che, perfino davanti alle conseguenze delle loro azioni, non riescono ad afferrarne la gravità; figli di ultimi uomini consumistici e disperati.

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