L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 21 giugno 2020

i difetti hanno bisogno dei millenni per incrostarsi: sono epitomi di sopravvivenze antiche

Montanelli di statue ne merita due


Roma, 18 giugno 2020

Non dobbiamo dare troppo credito a questi tempi esagitati.
È pulviscolo generato da una più ampia frantumaglia di rovine.
Gli elementi irrilevanti che compongono il pulviscolo credono d'essere loro gli attori di un processo immane; e invece non rilevano che quale ultimo effetto, spettacolare e del tutto inessenziale. Essi sono la calcina che imbianca i cadaveri degli sconfitti dopo un assedio lungo e sanguinoso.
I volti dei morti, si dice, si assomigliano tutti poichè la Morte riunisce a sé, in un grembo comune, ogni uomo.
Ma non è così.
Si muore con fattezze diverse, alcuni nel terrore abietto, altri nella paciosa serenità, o con i grugni tirati, oppure distesi in una fiducia invincibile; ghignanti o pietosamente rassegnati, con un lampo obliquo nella mente o invasi da una verità che, finalmente, muove l'umido rimpianto. 
Molti presunti grandi uomini creparono male, prosciugati dalla sepsi d'una filosofia innaturale; au contraire, certi buontemponi del pensiero lasciarono questa valle di lacrime sicuri d'averla imbroccata, la verità, e trapassarono con un sincero guizzo felice.
Chi ha combattuto muore allo stesso modo, ma con una risolutezza insondabile dai più.
Guardiamo i volti degli sconfitti, di chi è a terra, i Galata morenti di un'epoca. La rovina della famiglia e delle genti cui erano avvinti in un sinolo inconsapevole quanto indissolubile, gordiano, li ha recati a disprezzare l'ultimo barbaro con l'estremo alito di vita. La fuliggine degli incendi, la polvere dei crolli, le farine dei templi atterrati e degli acquedotti tagliati ne bruttano superficialmente le linee indurite del volto. Sotto tali veli transeunti l'anima, però, riposa intatta. La vittoria gli arride, in segreto.

La vernice con cui si è sfregiata la statua di Montanelli, certo, appartiene ai vincitori in leasing del nostro tempo. La distruzione della terra più decisiva di sempre fu ordita nei secoli; che questi squallidi sgavazzatori se ne approprino i meriti fa parte di una recita ignominiosa.

Tutte queste masnade da poltrona, eccitate con due caramelle, non sono niente. Non vantano pensiero proprio, né carattere, né vitalità. Si è riusciti a distillare il nulla, quasi perfetto. Esse concionano all'ombra di un permissivismo totalitario che o non vedono o fanno finta di non vedere. In altri tempi li impiegherebbero come sguatteri o delatori. La loro rilevanza è men che zero. Esserini del futuro, manilopolabili, inconsistenti, eterei, teste impagliate, servi. Il loro numero è sovrastante, tanto da togliere il respiro; l'unica cosa di cui posso degnarli è l'ambizione del loro sterminio.
Questi senza patria scambiano vuote categorie per verità e se ne servono per attaccare i migliori nelle arene riservate al sacrificio degli ultimi esseri umani. Il loro nome è legione, davvero; una legione di cretini come, peraltro, s'era preconizzato non molto tempo fa. Il cretino 2.0 è massa; tale essere astorico sussiste, come tenia acefala, fra morbide e calde pappe intestinali, a vivere in un perfetto pastone amniotico, senza alto e basso, in quei non luoghi dove la logica e i primi principi della logica e dell'etica naturale più non valgono.

I loro maggiori araldi sono, al massimo, dei goliardi, o dei parodiatori dei migliori. Ridanciani, non prendono nulla sul serio scambiando tale ignavia per scetticismo socratico. Sono cretini, anch'essi, nè più né meno. Non parlo solo dei venduti; mi riferisco anche alla pletora di chi si fregia del simbolo della dissidenza: i Bauman, i Zizek, i Chomsky, gli Orlov, i Craig Roberts. Men che cretini sono i siti che rilanciano questo ciarpame politico che gira in tondo senza dire nulla: taccio su certe stupidaggini d'attualità in cui rimangono invischiati i nostri controinformatori, sempre più inadeguati e coglioni.

Tutta questa gente, dopo ottant'anni di pace, puzza di muffa, di fradicio; ottusi, stupidi come zucche, essi giudicano dall'infimo dei loro scranni: non sanno che i troni su cui s'acconciano a giudici sono coppe del cesso.

Sono i buoni. Ottanta anni di pace ci ha reso eserciti di freak altruisti e intolleranti. La bontà, da stambugi fetenti, giudica l'infinito.

In realtà essi non sono più neanche umani. Basta guardarli in faccia. La definizione dell'umano rifugge dai volti, dalle movenze, dal linguaggio. Un'esistenza qualunque nel 1941 vale decine di migliaia di loro, di questi impalpabili Morlock. Estromettere la Morte e il Male dalla vita li ha condotti a non saper più riconoscere il bene, la felicità e la malinconia ubertosa, ricca di frutti stillanti la vera conoscenza. Allo stesso modo essi ignorano la tragedia e il comico che sempre si nutrono della Morte e del Male. Ben lo sapeva il bizantino Totò, comico talmente profondo da ignorare volutamente la fama. E lo sapevano i Greci che alla triade di tragedie abbinavano una commedia; in hilaritate tristis in tristitia hilaris; e chi può: viva!

Basta compulsare su Wikipedia la biografia di Indro Montanelli per comprenderne la grandezza dell'esistenza. Lasciamo da parte le opere letterarie e giornalistiche. Parlo di opulenza, varietà, colore, fuoco. Già l'onomastica testimonia di un retaggio oggi inattingibile dai più. Lo zigzagare fulmineo del periodo fascista dice qualcosa? Qui siamo in presenza di un uomo, non di un'ideuzza morale. La presenza costante della Morte, come un'ancella, la scelta in cui si miscelano apparenti contraddizioni. A noi così sembrano, oggi, 2020, in pieno nichilismo. Ma allora? Allora si amava, si odiava. Le viscere accampavano pretese da soddisfare. Il passato, anche. La legge morale, l'amor proprio; l'amor di Patria, che da quello deriva. Si, ci si sentiva superiori, perché no? Mussolini non lo si giudicava perchè era buono o cattivo, ma perché aveva fegato e se quello era l'uomo giusto, viva Mussolini! Ma ciò non impediva di mandarlo al diavolo, di contattare "Giustizia e Libertà". Non vedete quanto trabocchi di umanità questa coppa rigurgitante, in tutti i suoi magnifici e tumultuosi scarti di andatura? Una parabola simile a quella del socialista Giorgio Bocca, uno degli ultimi a saper scrivere in italiano corrente: uno che fu fascista, partigiano e sparò a un prigioniero tedesco perché stava rallentando la marcia. Fu cattivo? Più cattivo del poliziotto Chauvin, un nome da avanspettacolo per fessi? Oppure era solo lui, un Italiano che rispondeva agli ammonimenti del proprio sangue?
Montanelli, ma dove sei? Mussolini, la schiavetta negra, il terrorismo, le bordate anticomuniste, gli amori, le tenebre della depressione, la guerra, le ferite, l'antiberlusconismo, l'ingannevole resa di fronte ai difetti degli Italiani che, invece, amava perché i difetti hanno bisogno dei millenni per incrostarsi: sono epitomi di sopravvivenze antiche. Non vedete che qui è solo un uomo, un Italiano profondo? Possibile vi sfugga che abbeverarsi all'ingiustizia e alla crudeltà è corredo della grandezza di un'anima?

Certo, a Silvia Ballestra tutto ciò sfugge. È solo un esempio, per carità. A questa ennesima artista che, fuori del proprio quartiere, è artisticamente sconosciuta, ma le cui stitiche intemerate fanno grancassa poiché collegate agli altoparlanti polcor, fa orrore l'ampiezza della vita. Ella si alza e apre l'armadio della bontà, sempre più angusto e ridicolo, un armadietto che ha costruito l'Ikea del potere; e giudica. La significanza di questo dissenso, però, è pari a nulla come sono nulli tutti questi abusivi della vita e dell'Italia.

Lo stesso può dirsi per le stupidaggini allucinate che si susseguono in questi giorni apocalittici, di un'apocalisse grottesca, da scarafaggi.
Gli insorti varano una enclave anarchica a Seattle. Da veri buoni invitano i poveri, i derelitti. Dopo qualche ora hanno perso il controllo della baracconata. Mandateci cibo! Soprattutto cibo vegano! Fantastico, no? Cibo vegano! Evidentemente non ci sono i poveri di una volta, questi sono perfetti coglioni proprio come i loro presunti benefattori. Siamo dalle parti di Viridiana che invita i poveri per soddisfare l'astratta libidine dell'altruismo e si ritrova una banda di scellerati che, dopo averle devastato la bella dimora riducendola a un sozzo postribolo, cercano, giustamente, di violentarla. La stupidità anela segretamente il contrappasso.

Uno dei capi della rivolta è una negra coi capelli a casco, alla Harlem Globetrotter. E trova persino credito. La pagliacciata, ne convengo, ha il merito, almeno, di rendere plastica la piccineria dell'Occidente. Dicono i destroidi, con l'anello al naso: è una marxista! Replicano i supporter, col naso da cui pende un anello ancor più pesante: è una marxista! La socialista ebrea Anna Kuliscioff e il reduce socialista Benito Mussolini, intanto, si rivoltano nella tomba. E, per dirla con Marx, quello americano, mi toccherà rimboccargli la lapide.

A far da padroni, però, nel festival di Sanremo degli esserini o dei cretini 2.0 sono i sedicenti controinformatori. Come si possa uscire dall'incubo con questi tizi è davvero un mistero. Qui si staziona ancora nei pressi della profonda dialettica destra-sinistra, Marx-capitalismo; un'attitudine indegna pure dei tifosi più sciocchi, ma tenace; nonostante le cantonate micidiali che i controcosi continuano a prendere (Foa e Savona, Salvini e Putin) e che nascondono, quando nessuno vede, sotto il tappetino della dimenticanza, alla chetichella, come Peter Griffin quando combina un guaio. A leggere cosa scrivevano questi tontoloni cinque o dieci anni fa c'è da rotolarsi dal ridere. Ma si sa, la speranza è l'ultima a morire. Spes ultima dea: peccato che la si riponga in otri pieni di merda.

Servono uomini metafisici. Possibile che non se ne trovi uno manco a guardare nelle catacombe? Gente che la faccia finita con queste moine e ricominci a vivere. Servono uomini da guerra, quelli che invocava Kurtz nell'Apocalisse qui e ora: uomini che amano e mozzano braccia, padri e madri di famiglia, normali, che possiedono innato "il coraggio di fare questo"; poiché hanno cor-aggio cioè un cuore col relativo "senso morale". E serve gente, poi, che dica un pieno sì alla vita, ma non generico, strafottente, ma un sì come è sempre stato affermato il sì, in consonanza devota col ciò che fummo. Essere fascisti, liberali, nazisti, feudali, sciovinisti, omofobi ... Tutto questo pattume che ci sbattono in faccia vale zero. Non esistono fascisti, non esiste il fascismo, il nazismo, il liberale o l'ateo, ma esseri umani, di carne e sangue, che ripetono le movenze eterne dell'animo necessarie alla vita. Gesti, atti, furori la cui iscrizione è celata in noi. Cancellare la recita che ci ha elevati a guida dell'Occidente non può che farci inginocchiare di fronte al nulla. Perchè l'Arcinemico è il nulla, asettico, distanziato, amorale.

Le legioni dell'Arcinemico, manovrate a piacimento, fatue e deliranti, tanto più fanatiche quanto più ottuse, dilagano: son manfrine, però. È la sorgente che si deve disseccare.

La statua di Montanelli non è certo la memoria dedicata a un giornalista. Forse lo era. Oggi pare la concrezione di qualcosa di così italiano e umano da risultate terrorizzante nella sua piena incomprensibilità. 
A Cristian Raimo l'intera parabola della vita di Montanelli deve sembrare il monolite di 2001. 
D'altra parte, la coda beffarda della fisiognomica si insinua tra le pieghe del discorso. Confrontate i volti dei due, poi fatemi sapere.
They had faces then. Then. E corpi, voglie, decisioni. Leggiamo sommariamente la lista dei reduci passati per Coltano: Dario Fo, Enrico Ameri, Giovanni Prodi, Walter Chiari, Raimondo Vianello. Magari, a compulsarla, si comprende molto della riappacificazione voluta da Togliatti e dei silenzi del PCI che, nonostante tutto, sentiva d'essere parte d'una storia trimillenaria. Del pari si comprende come la danza degli opposti il PCI volle condurla, almeno nei primi anni, sullo scontro, duro. 
Poi i soldati morirono e vennero i figli della pace.

A proposito: ha detto qualcosa, su tale vicenda simbolica, il noto goliarda di "Cuore"? L'ipersindacalizzato benestante della carta stampata? Perché, se ricordo bene, e, credetemi, ricordo bene, indirizzava missive allo stesso Montanelli come fosse recluso nelle catacombe molussiche manifestandogli simpatia e corrispondenza d'amorosi sensi intellettuali. Erano fratelli della notte, a quel tempo; il buio tempo d'una tetra dittatura. Si era in pieno berlusconismo, infatti. E ora? Sfumato Berlusconi? Ha detto qualcosa del caro vecchio citoyen Montaneau? Solo una curiosità.

Tutte queste considerazioni possono far sospettare che sia un partigiano di Montanelli. Non è così. Troppo facile.

L'infida pace ha tutto ridotto a poltiglia, sin alle parodie sessantottine. Oggi siamo all'ennesima parodia di parodia. Non solo i gesti sono scomparsi, ma i volti. Non esistono più cipigli, sguardi, accensioni. Solo puerili arroganze, sterili querimonie di castrati.

Certe volte mi sveglio nel cuore della notte e mi tocca dire: "I can't breathe". Per ripigliarmi mi tocca scaricare jpeg di pornografia nostalgica. Una eccola qui: è titolata Tre Veneri sul Tevere.

Marisa Allasio, Alessandra Panaro, Lorella De Luca

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