L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 18 giugno 2020

Il 5 agosto i tedeschi chiariranno i dubbi che hanno, Euroimbecilandia così come è diventata e si sta trasformando è ancora conveniente per loro?


18 GIUGNO 2020

Comincia a delinearsi in tutta la sua grandezza la portata della sentenza di Karlsruhe del 5 maggio scorso con cui la Corte costituzionale tedesca ha giudicato parzialmente in disaccordo con la Legge fondamentale (la Costituzione) del Paese il programma di quantitative easing della Bce e chiesto a quest’ultima di giustificare, entro agosto, i motivi che non lo porterebbero a violare la proporzionalità nell’acquisto dei titoli.

Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, ha risposto a Frank Schaeffler, deputato del Partito liberaldemocratico (Fdp), formazione piccola ma estremamente inserita nelle dinamiche del potere europeo, che gli aveva domandato le conseguenze della sentenza. Nella lettera di Weidmann a Schaeffler, visionata da Die Welt, il banchiere, falco tra i falchi d’Europa, è cristallino e inequivocabile: rispetterà il dettame costituzionale, che in caso di mancato convincimento della Corte costituzionale impone alla Bundesbank di ritirarsi dall’acquisto sul mercato secondario dei titoli comprati dalla Bce. La quale, col Pandemic Emergence Purchase Programm, ha rotto il capital key e i vincoli di proporzionalità tra Paesi nell’acquisto di titoli nel contesto di un piano da oltre 1.000 miliardi di euro per il 2020.

Weidmann si dice “fiducioso che le istituzioni interessatesiano in grado di trovare una soluzione in grado di tenere conto sia delle esigenze della Corte costituzionale federale sia dell’indipendenza della politica monetaria” ma aggiunge che a suo parere va rispettato il principio della superiorità del diritto costituzionale interno su quello comunitario. Weidmann dunque interiorizza la lezione del regista delle sentenze “sovraniste” della Corte costituzionale, Andreas Voßkuhle, presidente uscente del sommo tribunale tedesco, che ha contestato la validità in terra tedesca della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea con cui il Qe è stato definito lecito. La Bundesbank, spiega nella lettera, non è la filiale tedesca della Bce, ma un’istituzione di diritto tedesco. Dunque, “si applica il principio secondo cui, in base alla giurisprudenza della Corte di Karlsruhe, la Banca federale tedesca non può essere parte di misure adottate da organi dell’Unione europea che […] toccano l’identità costituzionale” della Germania.

Angela Merkel e il suo governo lavoravano da oltre un mese per disinnescare la mina della sentenza di Karlsruhe, giostrandosi tra costituzione del Recovery Fund, apertura a un parziale superamento dell’austerità e dialoghi a tutto campo, ma il leader della politica monetaria del Paese rimane legato a un’ala sostanzialmente scettica dell’idea di un’Europa solidale e capace di finanziare acquisti di titoli e programmi di ripresa che, a suo dire, favorirebbero principalmente le economie del Sud. Questo senza pensare che il Qe di Mario Draghi, in realtà, ha visto come principale vincitore proprio la Germania, capace di sfruttare l’euro svalutato per rilanciare il suo enorme surplus commerciale.

L’ala più rigorista immagina che, un giorno o l’altro, Berlino dovrà “staccare la spina” a questa Europa alle sue condizioni: e il depotenziamento della Bce va proprio in questa direzione, in quanto ridurrebbe l’influenza della politica monetaria ritenuta fuori dal controllo della Germania.

A ciò si aggiunge l’oggettiva impossibilità per Weidmann di calpestare la Legge fondamentale tedesca limitandosi a ignorare la sentenza di Karlsruhe. ” La Repubblica federale tedesca, priva di un proprio “mito fondativo” (come da noi lo è stata la Resistenza), ha trovato nella Legge Fondamentale e nei princìpi in essa sanciti il proprio mito ideale”, fa notare Pandora: il mito ideale del compromesso tra liberali, social-democratici e cristiano sociali capaci di ricostruire le basi di una nuova Germania correggendo la Costituzione di Weimanr con una ben più dettagliata definizione dei principi, un rafforzamento dell’esecutivo e l’introduzione di un forte scrutinio costituzionale attraverso gli ampi poteri dati alla Corte di Karlsruhe. Impensabile che in nome del Qe si rompa questo patto fondante della Bundesrepublik.

Il sovranismo costituzionale tende dunque a saldarsi con il mito del rigore: e se la Bce non saprà giustificare la deviazione dalla proporzionalità avviata negli ultimi mesi Weidmann non potrà che dar seguito a quanto dichiarato nella lettera al deputato liberale. Dalla sede della Bundesbank all’Eurotower di Francoforte si trasmettono forti scosse sismiche: l’ennesima dura prova che potrebbe indebolire quelle creature incompiute e imperfette che sono l’Unione europea e l’euro.

Nessun commento:

Posta un commento