L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 21 giugno 2020

Il Canada da una parte, l'Australia dall'altra emettono atti palesi contro la Cina, se arrivano ritorsioni non possono poi piangere. Se è vera guerra, ad ogni azione corrisponde una reazione più o meno uguale

GUERRA FREDDA HI-TECH

Australia sotto attacco informatico da un Paese straniero. Ecco che cosa sappiamo
Il primo ministro australiano ha detto chiaramente che ci sono pochi dubbi sul fatto che dietro questo attacco sofisticato ci sia un grosso Stato straniero. Primo indiziato: la Cina

di Biagio Simonetta
Trump rinvia il G7 e vuole "allargarlo" contro la Cina

Australia sotto attacco. A darne notizia è stato il primo ministro Scott Morrison, che durante una conferenza stampa a Canberra ha spiegato come il governo e le istituzioni australiane siano presi di mira da sofisticati attacchi informatici che vanno avanti ormai da mesi, e che continuano a crescere. Il premier ha evitato di entrare nel dettaglio degli attacchi, ma ha affermato che questi hanno interessato il Paese a più livelli: «Governo, industria, organizzazioni politiche, istruzione, sanità, fornitori di servizi essenziali e operatori di altre infrastrutture critiche». Lo stesso primo ministro ha detto che ha deciso di comunicare questo violento cyber-attacco «per aumentare la consapevolezza dei cittadini, non per farli preoccupare». Morrison ha dichiarato di aver parlato della questione con il primo ministro britannico Boris Johnson giovedì, e di aver condiviso informazioni anche con altri Paesi amici.

I sospetti sulla Cina

Come riporta l'agenzia Reuters, il sospettato numero uno di questa azione - benché Morrison non lo abbia detto apertamente - pare essere la Cina. Il primo ministro australiano ha detto chiaramente che ci sono pochi dubbi sul fatto che dietro questo attacco sofisticato ci sia un grosso Stato straniero, «per la grandezza e la natura degli obiettivi e per le competenze usate». Ma non ha fatto riferimenti particolari, pur chiosando con un sibilino: «Non ci sono molti Stati in grado di fare cose di questo tipo».I dubbi su Pechino, però, sono scattati immediatamente. «C'è un alto grado di fiducia nel fatto che la Cina sia alla base degli attacchi», ha detto una fonte del governo australiano alla Reuters, chiedendo di rimanere nell'anonimato perché non autorizzata a parlare con i media. Inoltre, c'è un precedente molto importante: nel marzo 2019, un massiccio cyber attacco colpì il parlamento australiano e tre dei maggiori partiti politici del Paese. E in quel caso l'intelligence di Canberra, pur non esponendosi pubblicamente, accese i fari proprio sulla Cina, ritenendola sospettata numero uno. In quell'occasione da Pechino rigettarono ogni accusa. E anche stavolta sembra così.

La tensione Pechino-Canberra

Un attacco informatico da un Paese verso un altro, benché manchino prove certe su quanto accaduto, è da collocare all'interno delle nuove strategie geopolitiche (sicuramente non convenzionali). In tutto questo, è giusto segnalare che i rapporti fra Pechino e Canberra sono ai minimi storici. L'Australia, giova ricordarlo, fa parte del “The Five Eyes”, un'alleanza di intelligence anglofona che comprende anche Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, che prevede la condivisione di una grande quantità di dati derivati dallo spionaggio elettronico. E Canberra, negli ultimi mesi, ha chiesto a gran voce un'inchiesta internazionale sulla fonte e la diffusione del coronavirus, spalleggiando l'idea di Trump che il virus possa essere stato creato in un laboratorio di Wuhan.

La Cina, dal canto suo, ha recentemente imposto dazi doganali sull'orzo australiano, sospeso alcune importazioni di carne bovina e messo in guardia i suoi studenti e turisti dal recarsi nel Paese dei canguri, tirando in ballo fatti di razzismo.

Di che attacco si tratta

Dalle prime informazioni, sembra che l’attacco informatico riguardi un po' tutta l'infrastruttura di Rete del sistema australiano. Il ministro della Difesa, Linda Reynolds, ha detto che al momento non ci sono evidenze di violazioni personali su larga scala, ma ha invitato gli utenti ad aggiornare browser e client email alle versioni più recenti, e di utilizzare l'autenticazione a più fattori per ogni servizio online. È ancora presto per capire più dettagli sugli attacchi a largo raggio contro l'Australia, ma questa storia potrebbe raccontarci e insegnarci molto sulle nuove strategie di intelligence. E sulle loro ricadute.

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