L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 26 giugno 2020

Il jihadismo è una coacervo mafioso in cui molti stati hanno interessi concreti immediati e strategici. Per questo è una lotta tra bande armate, ognuno cerca di mantenere ed estendere il proprio potere

SPECIALE AFRICA – lo studio di ICSA sul jihadismo in Africa ai tempi del Covid-19

25 giugno 2020 


I temi della ricerca: africanizzazione della jihad e impatto del Covid-19 – La Fondazione ICSA ha realizzato, in questa fase di emergenza globale Covid-19, una analisi circa l’evoluzione del terrorismo jihadista nel Nord Africa e nel Sahel.

Lo studio è stato curato da Carlo De Stefano ed Elettra Santori. Gli autori dei contributi sono Carlo De Stefano ed Elettra Santori (Introduzione), Andrea Sperini (Sahel e West Africa), Andrea Beccaro (Libia), Giuseppe Dentice (Egitto), Elettra Santori (Tunisia e Algeria), Giancarlo Capaldo (L’islam nero), Carlo De Stefano (Somalia), Giampaolo Ganzer (Le missioni italiane all’estero). Le tabelle contenute negli Allegati (I principali gruppi terroristici in Africa e Attentati terroristici in Africa) sono a cura di Andrea Sperini.


Lo studio ha rilevato, in generale, un consolidato e crescente intreccio tra dinamiche criminali e sigle terroristiche in quest’area, parallelamente ad una progressiva africanizzazione della jihad e di iniziale spostamento del baricentro del terrorismo islamista nella regione saheliana e del West Africa, con un significativo inasprimento della competizione tra formazioni filo-qaediste e gruppi affiliati ad Islamic State.

Il dispiegarsi delle attività terroristiche jihadiste si sta intersecando con gli effetti della pandemia globale sul continente africano, ed è ipotizzabile che i governi africani in questa fase possano dirottare le risorse dalla lotta al terrorismo al settore sanitario. La ridotta capacità degli stati colpiti dal Covid-19 di fronteggiare l’emergenza sanitaria potrebbe inoltre rappresentare per il welfare jihadista una ulteriore leva di consenso in un tessuto sociale che già sperimenta ampiamente condizioni insicurezza e di povertà estreme.

L’analisi, come conseguenze della pandemia in corso, ritiene inoltre plausibili, nel breve e medio periodo, alcuni cambiamenti delle rotte e delle modalità di conduzione del narcotraffico da parte dei jihadisti, mentre, dal lato dei consumatori occidentali, si registrano già significative modifiche degli stili di consumo e delle modalità di acquisto degli stupefacenti.

Pragmatismo del jihadismo africano: sovrapposizione tra integralismo islamico, terrorismo e criminalità organizzata

Droga, petrolio, tabacco, opere d’arte, migranti: non c’è contrabbando o traffico illecito in cui il terrorismo jihadista, in Africa come altrove, non faccia la sua comparsa come player e portatore di interessi.


Che si tratti di imporre una “tassa di transito” ai trafficanti di uomini che conducono le carovane di migranti verso le coste dell’Africa mediterranea, di riscuotere il pagamento di un servizio di “scorta” ai carichi illeciti di droga e tabacchi attraverso il west Africa e il Sahel, o, ancora, di contrabbandare il petrolio libico e le antichità saccheggiate dai teatri di guerra, i jihadisti fanno ormai parte integrante del gioco economico illegale.

Il jihadismo africano si caratterizza per un marcato pragmatismo, che si determina nella completa sovrapposizione tra l’integralismo islamico, il terrorismo, la criminalità organizzata di stampo mafioso, il narcotraffico e il traffico di esseri umani. Più che minacciare direttamente l’Occidente nei confini del suo territorio, la jihad africana preferisce insidiare e parassitare le nostre economie a latere, attraverso il contrabbando e i traffici illegali sul suolo africano. Pur richiamandosi a reti terroristiche internazionali, queste formazioni hanno soprattutto carattere di insorgenze, sono radicate nel loro territorio e in esso trovano ragion d’essere e di profitto.

La matrice localistica del jihadismo in Africa

La dimensione del jihadismo africano è essenzialmente localistica. Anche gli attentati terroristici prendono spesso di mira le forze militari e di polizia locale, più che obiettivi internazionali, una scelta logistica e “funzionale”, tesa anche al reperimento di armi e munizionamento da impiegare contro il vero nemico, sempre più identificato nel competitor jihadista, nell’ambito di una conflittualità tra gruppi filo-qaedisti e filo-Isis sempre più marcata.

Meno ideologia, più affarismo

Paradigmatico, in questa chiave interpretativa, è il caso di al-Qaeda nel Maghreb Islamico, che, grazie al sapiente esercizio del potere economico derivante dalla gestione di traffici illeciti e criminali, è riuscita a configurarsi in Africa occidentale anche come sistema sociale. Il consenso ottenuto a livello locale, non solo mediante l’iniziale esercizio della violenza, ma anche attraverso un approccio inclusivo alla gestione dei traffici criminali, ha innescato un processo di autolegittimazione nel territorio di riferimento che fa leva su un modello sociale meno vessatorio sul piano delle prescrizioni religiose imposto da Aqim alle popolazioni soggette alla sua influenza. Si potrebbe ipotizzare che in alcuni casi, man mano che la jihad si allontana geograficamente dal suo epicentro ideologico religioso – il Medio Oriente – si fa sempre più affaristica e meno ideologicamente oppressiva. Non manca però una narrativa antiamericana, visibile ad esempio nel terrorismo somalo, con al-Shabaab fortemente determinata a contrastare sia il governo somalo che gli alleati statunitensi.

Competizione tra filo-qaedisti e affiliati a Islamic State nel Nord Africa e nel Sahel

Attualmente nel Sahel si assiste ad un inasprimento della competizione tra formazioni filo-qaediste e gruppi affiliati ad Islamic State. Lo scenario attuale vede ancora al-Qaeda nel Maghreb Islamico-Aqim in posizione dominante, di supremazia nel controllo dei traffici illeciti che transitano da Mauritania, Niger e Burkina Faso verso il Fezzan. In Guinea Bissau nel settembre 2019 è stato sequestrato un carico di quasi 2 tonnellate di cocaina purissima riconducibile al network criminale di Aqim; un chiaro indicatore di come i traffici illeciti che vedono la strumentale alleanza tra terrorismo e crimine transnazionale siano in netto aumento.

L’ascesa dei jihadisti del Sahel: l’uccisione di Droukdel

Tuttavia, la recente eliminazione del leader di Aqim Abdelmalek Droukdel, algerino, ucciso in Mali dalle forze speciali francesi lo scorso 3 giugno 2020, potrebbe cambiare gli equilibri nell’area in favore di un’altra sigla jihadista sempre più in ascesa: Jama’at Nasr al-Islam wal Muslim-JNIM, federazione di gruppi jihadisti filo-qaedisti guidata dal carismatico Iyad ag Ghaly.


Secondo alcuni analisti, la recente conflittualità nel Sahel tra gruppi filo-Isis e gruppi qaedisti aveva costretto Droukdel a uscire dal suo rifugio algerino e a raggiungere il Mali per cercare di negoziare un compromesso tra le fazioni in lotta.

La sua uccisione lascia un vuoto di potere che potrebbe essere presto colmato con una figura di leader jihadista meno legata alla vecchia guardia algerina e più radicata nel Sahel, confermando la tendenza all’africanizzazione della jihad. La regione del Sahel-West Africa nel 2019 ha registrato un impressionante incremento delle vittime legate al terrorismo, oltre 4.000.

Una lettura particolare deve essere dedicata al Burkina Faso, divenuto un ulteriore terreno di confronto/scontro tra i gruppi jihadisti in competizione, Aqim e Islamic State in the Greater Sahara-ISGS (formazione affiliata all’Isis), e dove la recrudescenza delle azioni terroristiche, nel solo 2019, ha causato circa 1.800 vittime, rispetto alle 80 del 2016.

Il salto di qualità di al-Shabaab ed il sequestro degli occidentali

In Somalia, domina il gruppo terroristico al-Shabaab, nato con l’intento di imporre la shari’a come legge dello Stato somalo. Nel 2015 il gruppo terroristico si rimodula scegliendo la tattica delle piccole cellule di guerriglia, dimostrando la sua determinazione nel forte contrasto al governo somalo ed agli alleati statunitensi.


Secondo funzionari dell’intelligence Usa, di militari dell’antiterrorismo e di alcuni esperti dei corpi speciali impiegati nella lotta al terrore, l’organizzazione al-Shabaab starebbe per compiere un salto di qualità perché in procinto di progettare un attentato in stile 11 settembre per colpire l’America ed i suoi interessi in Africa e negli stessi Stati Uniti.

La liberazione ed il rientro in Italia della nostra connazionale Silvia Romano, la giovane cooperante della Onlus “Africa Milele” ha dato senza dubbio, un accresciuto vigore all’organizzazione. E tuttavia, la strategia del sequestro di occidentali, pur essendo un’idea brillante sul piano economico finanziario, si rivela perdente sul piano politico. Il danno che la presunta guerra santa subisce a causa dei sequestri, per le reazioni dell’opinione pubblica mondiale e dello stesso mondo mussulmano, è particolarmente rilevante.

L’emergenza Covid-19 nel Nord-Africa

La Libia sembra essere attualmente il paese del Nord Africa meno colpito dal virus, ma questi dati vanno presi con molta cautela, visto che la situazione di instabilità politica compromette in modo determinante la capacità delle locali istituzioni sanitarie di mappare il virus, senza dimenticare che anni di conflitto e bombardamenti hanno enormemente stressato e degradato le strutture sanitarie.

L’Egitto risulta uno dei paesi africani più colpiti dall’epidemia, anche se con numeri ufficiali non esorbitanti, sui quali è legittimo nutrire più di qualche riserva, sia per la fragilità dei sistemi di rilevazione statistica, sia perché regimi come quello di al-Sisi hanno interesse a nascondere i numeri reali della pandemia.

In Tunisia, l’attuale pandemia da Covid-19 rischia di invertire il trend positivo del comparto turistico (che in Tunisia vale il 7% del Pil), per molto tempo in caduta libera dopo gli attacchi ad obiettivi internazionali come il Museo del Bardo e la spiaggia di Sousse (2015), e che, dal 2018, era in netta ripresa.

L’Algeria affronta l’epidemia da Covid-19 con misure di contenimento confuse, un sistema sanitario altamente impreparato (che dispone di soli 400 posti di terapia intensiva) e una progressione del contagio preoccupante (anche se non gravissima). Nel frattempo, il regime approfitta del lockdown e della minore pressione della piazza per procedere a nuovi arresti e ad un inasprimento delle sentenze contro gli oppositori.

Covid-19 e terrorismo islamista: opportunità per il “welfare jihadista”

Con l’emergenza sanitaria Covid-19 si sta assistendo al probabile spostamento dell’attenzione e delle risorse dalla lotta al terrorismo al settore sanitario ed il terrorismo jihadista si è già riproposto dichiarando che incrementerà la propria pressione militare, principalmente nel West Africa; non è poi mancata la strumentalizzazione dell’emergenza in nome di una propaganda che inneggia all’epidemia come un accadimento provvidenziale, definendo il virus “soldato di Dio”. Inoltre, l’insufficiente capacità degli stati colpiti dall’epidemia di far fronte alle esigenze sanitarie in zone periferiche potrebbe rappresentare per il welfare jihadista una grande opportunità; in tal senso, il commercio o la gratuita distribuzione di farmaci o dispositivi medici di protezione individuale, contrabbandati dal sud-est asiatico, potrebbe essere una ulteriore leva da utilizzare per attrarre il consenso di un tessuto sociale già assuefatto ad una “normale” condizione di insicurezza.

Covid-19 e narcotraffico: l’impatto in Africa

Il dispiegarsi della pandemia da Covid-19 con le relative blande restrizioni imposte alle popolazioni non ha interrotto il traffico di droga al dettaglio gestito da narcotrafficanti e jihadisti in Medio Oriente e Nord Africa. Le misure di blocco non hanno reso più difficile la distribuzione di droghe nelle città e capitali africane, come dimostrano sequestri importanti avvenuti al Cairo, in Egitto, e a Tangeri, in Marocco, a metà aprile 2020.

In generale, è presumibile che i narcotrafficanti ed i jihadisti, in questa fase, si stiano organizzando per trovare rotte e metodologie di trasporto alternative al fine di bypassare i controlli alle frontiere divenuti più stringenti perché si esercitano su volumi di traffico più ridotti. Inoltre, i trafficanti, in attesa che le misure anti-Covid-19 vengano sospese, possono ricorrere allo stoccaggio delle partite di droga, per poi inondare i mercati di sbocco con droga a basso costo una volta finita l’emergenza pandemica, col rischio di un aumento dei casi di overdose.

Covid-19 e narcotraffico: l’impatto sui consumatori europei

Nei paesi occidentali, diversamente da quanto registrato nel Medio Oriente e nel Nord Africa, il lockdown ha portato a un’interruzione della disponibilità di droghe a livello di street-market e ad un aumento dei prezzi al consumo. Si segnala, in particolare, una carenza di eroina in Europa, sud-ovest asiatico e Nord America. Se nel breve termine, le misure di lockdown possono portare ad una contrazione nel consumo di droga, soprattutto delle droghe a uso ricreativo, consumate nei club e nei locali notturni, vi sono altre conseguenze negative da tenere in considerazione nell’immediato e nel futuro:

– le difficoltà di approvvigionamento possono indurre i consumatori alla ricerca di sostituti come fentanyl o altre alternative sintetiche (è ciò che si registra ad esempio in Italia e nel Regno Unito), alcol assunto assieme alle benzodiazepine, o sostanze illecite prodotte a livello domestico (ad esempio il Krokodil);

– i consumatori, per superare gli ostacoli dovuti alle restrizioni da Covid-19 potrebbero incrementare l’acquisto di stupefacenti sul darknet e ricorrere con più frequenza alla consegna di droga per posta;

– la carenza di droghe può comportare un aumento del ricorso a droghe da iniezione a basso costo; l’iniezione di droghe e la condivisione di strumenti per l’iniezione possono avere, come conseguenza, il rischio di diffusione di malattie quali AIDS, epatite C, e lo stesso Covid-19.

La situazione in Libia

In Libia, malgrado la disfatta subita a Sirte alla fine del 2016, lo Stato Islamico è tutt’ora presente in tutte e tre le principali regioni del paese, Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, e rappresenta indubbiamente la milizia più numerosa in Libia, benché non la sola: nel sud-ovest opera anche al-Qaeda nel Maghreb Islamico, attiva principalmente tra Mali e Algeria, e questo spiega la sua penetrazione nella regione libica, una delle rotte principali dei traffici dal Golfo di Guinea verso l’Europa.


La violenza nel Nord Africa, collegata all’estremismo islamico, nel corso del 2019, non è aumentata in modo significativo rispetto all’anno precedente (347 attacchi nel 2019 rispetto ai 345 del 2018). L’incremento maggiore (più di 700 attacchi) si è registrato nella regione del Sahel, proprio nell’area da cui passano i traffici illegali che attraversano la Libia per poi arrivare sulle coste del Mediterraneo.

La questione principale in Libia resta la mancanza di un governo in grado di controllare il territorio. Il conflitto tra il governo riconosciuto internazionalmente di Tripoli (Government of National Accord, GNA), guidato da Fayez al-Sarrāj, e quello della Cirenaica del generale Khalifa Haftar (Libyan National Army, LNA) è sempre stato influenzato dall’intervento di paesi esterni, un elemento che si è rafforzato da quando la Turchia è scesa in campo in modo diretto. Da un lato, nell’aprile 2020, grazie al sapiente utilizzo dei droni turchi (strumento bellico che Ankara ha sfruttato pienamente con ottimi risultati anche in Siria), il GNA ha ottenuto importanti vittorie militari. La presenza turca non è ben vista dalla popolazione libica nemmeno tra i sostenitori di al-Sarrāj, e ciò sul medio/lungo periodo potrebbe rappresentare un problema. La Russia, pur lasciando aperto un dialogo con entrambe le parti, ha concentrato il suo appoggio sul generale Haftar, nonostante la debolezza della sua figura, sempre più evidente dopo i recenti insuccessi militari.

Il ruolo dell’Egitto nella crisi libica

Nel conflitto libico, l’Egitto di al-Sisi si è schierato a favore del generale Haftar, che rappresenta un alleato nello scacchiere della politica regionale egiziana, imperniata sul contrasto dell’islam politico.


Anche adesso che la campagna di Haftar di conquista di Tripoli, sta naufragando, al-Sisi continua a supportare l’uomo forte della Cirenaica, anche e soprattutto in funzione anti-turca. Per l’Egitto, la Libia è importante sia per le relazioni commerciali, energetiche, di collaborazione in funzione antiterroristica, sia per la sua posizione nel quadrante mediterraneo- africano.

Oggi, infatti, l’Egitto è si trova stretto tra da avversari politici (come la Turchia e il Qatar) e competitor economici (i sultanati del Golfo). A questo si aggiunge la minaccia, che al-Sisi non riesce a debellare, del jihadismo armato nel Sinai Settentrionale, ancora sostenuto, in modo ambiguo e sfumato, da Qatar e Turchia, protettori anche della Fratellanza musulmana. Da decenni la Turchia si muove nel continente africano per assicurarsi una presenza economica e politica.

L’Egitto, dal 2013 in poi, ha preso consapevolezza dei rischi della penetrazione turca nell’area, cercando di ritagliarsi in Africa un ruolo di antagonista nei confronti di Ankara, ma anche di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, altrettanto attivi nell’area.

La minaccia terroristica in Egitto e nel Sinai

Il gruppo salafita-jihadista affiliato allo Stato Islamico, Wilayat Sinai (WS) è la principale minaccia alla sicurezza nazionale egiziana.


Dal 2013, il gruppo ha compiuto quasi duemila attentati, causando oltre un migliaio di vittime solo tra i militari.

L’ampia offensiva antiterrorismo del governo ha contribuito nel breve termine a ridurre gli attentati nel Sinai e a indebolire le formazioni jihadiste, sebbene la minaccia rimanga ancora alta. Infatti, il 1° maggio 2020 un attacco contro un convoglio dell’esercito avvenuto a Bir al-Abd, nel Sinai del Nord, ha ucciso 14 soldati. Nella parte settentrionale del Sinai, lo Stato e l’esercito hanno riaffermato il loro controllo sul territorio attuando politiche autoritarie basate su risposte brutali, con o senza il sostegno della popolazione locale. Permane, quindi, una situazione di instabilità e di grave emergenza umanitaria nell’area del nord del Sinai: gli scontri tra insorti ed esercito avrebbero causato quasi 100.000 sfollati tra gli 1,4 milioni di abitanti della penisola e danneggiato nella vita quotidiana più di 400.000 persone, con decine di attività industriali, sociali e istituzionali chiuse.

Il traffico di migranti (schiavi) lungo le rotte africane


La politica di contrasto della migrazione e gli accordi stipulati con la Libia per ostacolare le partenze hanno sì prodotto una riduzione del numero di migranti sbarcati in Italia tra il 2018 e il 2019 (passati da 23.011 a 10.877, -12.158 unità), ma anche una redistribuzione del flusso delle partenze.

Se nel 2018 la percentuale di migranti partiti dalla Libia era di gran lunga maggiore (56,4%) rispetto a quella dalla Tunisia (il 24,5%), questa differenza si è quasi azzerata nell’anno successivo: tra il gennaio e il novembre 2019, infatti, ben il 33.4% dei migranti è partito dalla Tunisia, contro il 35% partito da località della Libia. Secondo il ministero dell’Interno, il maggior numero di migranti sbarcati in Italia nel corso del 2019 è di nazionalità tunisina (2.654 su 11.471, il 23,1%). Mentre 1.009 migranti (l’8,7%) su 11.471 sbarcati in Italia erano di nazionalità algerina.

Il contrabbando in Tunisia attraverso la frontiera con la Libia

Libia e Tunisia condividono 459 km di confine lungo una fascia territoriale che, dagli anni Ottanta, è nota come la terra del contrabbando. Vi transitano illegalmente merci legali (sigarette, alcolici, carburante, prodotti alimentari) e illegali (droga, armi). Il contrabbando di carburante è la principale fonte di guadagno in molte cittadine del sud della Tunisia. Inutili i tentativi delle autorità tunisine di porre un freno a queste operazioni: la popolazione della Tunisia meridionale si ribella, blocca le strade, brucia rifiuti e pneumatici. Alla fine, il governo non ha avuto altra scelta che quella di far finta di nulla.

Ultimamente desta maggiori preoccupazioni il contrabbando di medicinali attraverso la frontiera libico-tunisina. Il contrabbando e l’esportazione illegale di medicinali coinvolge non solo i commercianti illeciti ma anche una serie di attori chiave lungo tutta la catena di approvvigionamento dei medicinali in Tunisia. Mancanza di controllo, cattiva gestione, corruzione diffusa sono solo alcune delle carenze strutturali nella catena di approvvigionamento dei medicinali che consentono al contrabbando di prosperare. Ed è con queste falle nelle istituzioni preposte alla salute pubblica che la Tunisia affronta oggi la sfida della pandemia da Covid-19. Con un sistema sanitario così carente come quello tunisino, il dubbio che attorno al vaccino contro il coronavirus, nel momento in cui sarà disponibile, si sviluppino forme di affarismo, contrabbando e commercio illecito, è del tutto legittimo.

Contrabbandieri e contrabbandieri-jihadisti algerini

Come in Tunisia, anche in Algeria il contrabbando si è sviluppato inizialmente come forma di sussistenza per le popolazioni più povere del sud del paese. Originariamente, concerneva prodotti alimentari, sigarette e carburante, beni “innocenti” sui quali il governo centrale era disposto a chiudere un occhio. Questa politica del laissez-faire è diventata sempre meno sostenibile man mano che il contrabbando si è rivolto ad altra merceologia – armi e droga, in particolare – e si è intrecciata con la storia del jihadismo in Algeria. Molte biografie di jihadisti denunciano i loro trascorsi da trafficanti: non è solo il caso dell’algerino qaedista Mokhtar Belmokhtar, capo di al-Mourabitoun, con un passato da contrabbandiere di sigarette, ma anche di Seif Allah Djafar, che fu uno dei comandanti del Groupe islamique Armé, anche lui ex contrabbandiere, e di molti esponenti di Aqim.

Tentativo di infiltrazione di jihadisti in Algeria da parte della Turchia

Secondo fonti non specificate nel quotidiano Algérie Patriotique, il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha cercato di sfruttare l’attuale pandemia di coronavirus per introdurre mercenari in Libia attraverso l’Algeria, approfittando del decreto adottato dal governo algerino, nel contesto dell’attuale emergenza sanitaria, per facilitare il rimpatrio dei cittadini rimasti intrappolati negli aeroporti turchi senza poter lasciare il paese, a causa delle restrizioni alla mobilità. Secondo Algérie Patriotique, l’esecutivo di Erdoğan ha cercato di mimetizzare tra i passeggeri algerini, poi rientrati in patria a partire dal 3 aprile, i miliziani che fanno parte delle organizzazioni armate siriane.

Negli anni scorsi, centinaia di cittadini algerini sono partiti per la Siria e l’Iraq per unirsi a Isis, al Fronte al-Nusra e ad altri gruppi jihadisti. Mano a mano che queste organizzazioni hanno perso terreno, una fazione dei foreign fighters algerini ha continuato a combattere sotto il comando turco contro il regime di Bashar Al-Assad. Altri, invece, sono rimasti prigionieri nei campi e senza un futuro preciso. Alcuni di loro potrebbero aver approfittato dell’attuale crisi pandemica per tornare in patria.

Sfruttando i suoi rapporti con i Fratelli musulmani del Nord Africa, Erdoğan ha cercato di dare uno sbocco a questi combattenti anche nel conflitto libico.

Missioni militari italiane nel Mediterraneo e in Africa

In questa ricognizione della situazione nord-africana, non manca una panoramica sul ruolo delle forze militari italiane nell’area. .


Nel Mar Mediterraneo l’Italia è presente con tre missioni: Mare Sicuro, in supporto alla guardia costiera libica (754 unità ripartite tra sei navi e cinque aerei), Sophia su mandato dell’Unione Europea per contrastare i trafficanti di esseri umani (520 unità, una nave e tre aerei) e Sea Guardian (54 unità e una nave) per prevenire o combattere attacchi terroristici. In sintesi, oltre 1.300 unità delle forze armate italiane sono impiegate su due precisi obiettivi: contrasto all’immigrazione irregolare proveniente dal Mediterraneo e supporto alla stabilizzazione della Libia.

L’Africa è il continente dove si registrano più missioni operative italiane, 18 sulle 43 complessive, suddivise tra i seguenti paesi: Egitto, Tunisia, Libia, Niger, Repubblica Centrafricana, Somalia, Mali, Gibuti. Una presenza composta da circa 1.500 militari con svariati compiti, comunque inquadrabili all’interno della strategia di contenimento/gestione dei flussi migratori e supporto ai governi di aree ancora instabili e insicure.

Fonte: comunicato ICSA

Lo SPECIALE AFRICA di Analisi Difesa raccoglie nel mese di Giugno numerosi articoli di autori diversi dedicati ai tema della Difesa&Sicurezza africana.

Nei giorni scorsi sono stati pubblicati i seguenti articoli:

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