L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 24 giugno 2020

La consapevolezza di essere, della propria identità, della propria storia è il primo momento per saper costruire un soggetto politico alternativo

Microstoria delle odierne schiavitù e appunti strategici per le nuove lotte sociali

di Andrea Muni
16 giugno 2020

Grazie Marc Bloch. Un’antica tappa della storia della schiavitù

Un giorno a Bologna qualche anno fa ho comprato un po’ per caso un libro di Marc Bloch, di cui avevo già amato La società feudale e molti altri scritti. Il libro si intitola Lavoro e tecnica nel Medioevo (Laterza, 2009). Da quel giorno non riesco più a smettere di rileggere un breve testo che vi è contenuto: è diventata una piccola, deliziosa ossessione. Bloch tratta in questo rapido intervento una questione che per gli storici veri, e ancor di più per un mostro sacro com’era lui, è un oggetto di studio quasi scontato. Una questione che, non di meno, per i non specialisti e per i dilettanti di storia (come me), può risultare addirittura stupefacente.

In questo saggetto Bloch propone la sua idea a proposito della fine della schiavitù antica. Ossia di quella particolare forma giuridica che, dai tempi dei Greci e per tutto l’Impero Romano (per limitarci alla storia della nostra cultura), permetteva nell’antichità di considerare milioni di uomini – si dice la maggior parte degli esseri umani – come oggetti, proprietà privata di un padrone, alla stregua di beni mobili e immobili. Certamente anche il mondo greco-romano ha conosciuto col tempo delle limitazioni rispetto a questo istituto, ma del tutto diverse da quelle che potremmo immaginare. Inoltre, anche nell’antichità gli schiavi potevano riscattarsi, e spesso a essi veniva delegata l’intera gestione di commerci e manifatture. Immortale a questo proposito è il liberto Trimalcione ridicolizzato nel Satiricon di Petronio.

Bloch si interroga però sulle ragioni “strutturali” per cui un istituto giuridico millenario come la schiavitù antica, in un lasso di tempo tutto sommato breve, ossia tre quattro secoli, abbia potuto rapidamente scomparire (o per lo meno attenurasi enormemente) in Europa Occidentale.

Se la Roma Imperiale, fino alla sua caduta, era rimasta interamente fondata sul lavoro servile (servus in latino è il nome dello schiavo), già all’epoca di Carlo Magno questo istituto giuridico antichissimo pare dalle fonti essere ormai quasi completamente in disuso. Non che non esistesse più, ma la schiavitù intesa alla maniera antica cessa, in modo relativamente repentino, di essere il motore economico della società alto-medievale. Gli schiavi “proprietà” esisteranno sempre, ma a partire dalla fine del X secolo saranno soprattuto gli slavi (da cui proviene la parola “schiavo”), ossia i popoli contro cui si batteva il Sacro Romano Impero a oriente, e poco dopo i mori, con cui un’Europa tornata a espandersi si scontrerà sempre di più a partire dalle Crociate.

Bloch si chiede con lucidità quale possa essere stata la ragione di questa trasformazione epocale. Lo schiavo era infatti proprietà esclusiva del padrone, mentre il “servo” medievale ha (in certi casi) diritto alla giustizia – per quanto questa sia amministrata da persone fidate del padrone stesso (se non da lui in persona). Ma in ogni caso, anche se la sostanza forse muta di poco, a livello giuridico-istituzionale la figura dello schiavo si trasforma. Dopo aver premesso (con poca convinzione) che una minima parte “ideologica” l’abbia forse giocata l’egualitarismo insito nella dottrina cristiana ormai radicatasi nel cuore degli europei da diversi secoli, Bloch passa all’ipotesi “forte” del suo studio. Egli sostiene in ultima istanza che gli schiavi antichi abbiano vissuto un processo che con una piccola forzatura terminologica (che a lui sarebbe risultata sicuramente estranea) potremmo chiamare di auto-imprenditorializzazione forzata. Mi spiego meglio.

Con la caduta dell’Impero, le invasioni barbariche e l’inizio dei secoli bui – di transizione tra l’Impero Romano e l’Impero Carolingio, la tremenda crisi economica, culturale e sociale che investe l’Europa scatena un crollo vertiginoso della popolazione, con un conseguente drastico calo di manodopera. Per questa e molte altre ragioni accade che i padroni (latifondisti per lo più) – ora divenuti una classe etnicamente spuria in cui gli antichi padroni si “fondono” coi nuovi conquistatori barbari – pur possedendo sempre la stessa quantità teorica di terre, si ritrovano ad avere molti schiavi da mantenere direttamente ma poco o niente da fargli fare. Pensiamola così. Poniamo che io sono un nobile, padrone latifondista, quello che con Carlo Magno diventerà a breve un piccolo o grande “feudatario”, e poniamo che io mi ritrovi con centinaia di schiavi “prebendari”, ossia schiavi che lavorano direttamente alle mie dipendenze e che devo mantenere in solido, provvedendoli di vitto e alloggio a mie spese. E poniamo che col tempo e la crisi io non abbia nulla da fargli fare ma abbia moltissima terra, magari lontana, da coltivare; terra che però i miei schiavi o non possono raggiungere o lavorano pigramente perché sanno che tanto sono io dargli da mangiare e un tetto sopra la testa. Insomma, io latifondista mi accorgo che a loro, ai miei schiavi “prebendari” (diversi dagli schiavi “casati” che già esistevano e avevano già assegnate delle terre in affitto) non frega niente se lavorano bene o male la mia terra, non gli importa di essere “produttivi”, perché in ogni caso mangiano a mie spese, nella mia “casa”, e se mangeranno o meno domani non dipende dalla qualità del loro lavoro. Essi non hanno un interesse, né un legame diretto, con le terre che devono lavorare e per di più, come detto, spesso le terre da coltivare si trovano troppo lontane perché i miei schiavi “prebendari” possano lavorarle e tornare in giornata a vivere a casa mia e a mie spese. Certo, io padrone posso torturali, punirli, se sono pigri o se lavorano male, ma è difficile che io li uccida, perché son pur sempre il mio “mezzo” di sostentamento, sono loro che mi permettono di vivere in maniera agiata e dedicarmi solo alla guerra e alla difesa del mio territorio. Diciamo che a un certo punto i padroni si accorgono che è meglio che tutti i loro schiavi abbiano in “affitto” un pezzo di terra, da lavorare in proprio. Un po’ la differenza che c’è tra lavorare in gelateria come dipendente e prendere una gelateria in franchising. Anche oggi infatti in molti ambiti assistiamo a questo fenomeno, risparmioso per i padroni, di auto-impreditorializzazione forzata: nel giornalismo, con l’obbligo di aprire partita iva per collaborare alle testate, nella forma dei premi di produttività, o ancora appunto nei franchising. Tutte forme di ‘auto-imprendtiorializzazione “forzata” che, come per i poveri schiavi medievali, tendono a scaricare il “rischio di impresa” sul povero cristo.

Questa ipotesi di Bloch potrebbe essere considerata come una tappa molto antica delle strategie attraverso cui i “padroni” illudono gli schiavi di liberarli mentre in realtà non fanno che stringere un po’ più forte il giogo attorno al loro collo. Insomma, questa è l’ipotesi geniale di Bloch. Egli dice che a un certo punto i padroni capiscono che è molto più economico e conveniente dare a tutti gli schiavi – anche ai molti schiavi “prebendari” – le minime tutele concesse ai “casati” e un appezzamento di terra dalla quale essi dovranno ricavare autonomamente di che sopravvivere, e della quale dovranno dare una parte dei “frutti” al signore sgobbando per di più (gratuitamente!) alle sue dipendenze per alcuni giorni al mese o a settimana – a seconda del grado di sottomissione e dell’area geografica. Questo nuovo istituto “dolce” della schiavitù si tramuterà poi nei secoli in quella parola-totem che vediamo emergere spesso nelle rivolte contadine medievali: le odiate “tasse”, o “prebende”, e le correlative corveés, contro cui i contadini medievali – discendenti di quei primi schiavi, e ormai spesso liberi ed emancipati – si rivolteranno ferocemente scatenando nel Trecento le famose rivolte contadine di Tyler in Inghilterra e delle jacqueries in Francia. Anche nell’antica Roma esistevano le tasse, certamente, esse non sono una “novità” medioevo, ma esse hanno tutt’altro senso e funzionano in maniera del tutto diversa. Roma era infatti interamente fondata sul lavoro servile, e gli schiavi (gli unici “lavoratori”), ovviamente, non pagavano tasse. Se a Roma erano principalmente i padroni a pagare le tasse allo Stato, nel medioevo saranno invece i servi a pagarle ai proprio padroni.

Mi perdoneranno gli storici di professione di tagliare così con l’accetta questioni su cui per ognuna, me ne rendo perfettamente conto, si potrebbe spendere una vita di studi. Ma ciò che è interessante per me nel confrontarmi con questo “fatto” storico-sociale è proprio il mettere in evidenza la strategia, il modo in cui i padroni sono riusciti a spostare in loro favore una situazione pericolosa, che li vedeva potenzialmente in svantaggio, sia economico che numerico. Il modo in cui, in questo frangente storico (di cui per altro sappiamo pochissimo dalle fonti), i padroni sono riusciti a trasformare e migliorare il loro dominio sui propri schiavi “donando” apparentemente – cioè affittando forzosamente a strozzo – qualcosa che gli apparteneva solo nominalmente. Essi sono riusciti in questo modo a risparmiare sulle spese dirette cui dovevano far fronte per il mantenimento degli schiavi “prebendari”. Il servo “prebendario” va infatti scomparendo a mano a mano che ci inoltriamo nel medioevo, per lasciare posto a una quasi totalità di servi “casati”, quelli che impropriamente conosciamo dalle superiori col nome di servi della gleba. In questa nuova situazione poi i “servi” (che poi, come famiglie, sono più o meno sempre gli schiavi dei secoli precedenti) si divideranno ulteriormente tra coloro che restavano legati alla terra, e coloro che restavano invece legati al signore. Non solo, nella caoticità delle infinite gerarchie socio-economiche medievali a queste due figure bisogna aggiungere anche i contadini “liberi”, che spesso sono dispensati da tasse, altre volte coincidono con il rango più infimo del vassallaggio e frequentemente hanno già a propria volta già dei servi. Il medioevo è infatti un momento della storia in cui la proprietà delle terre e delle contee, come il diritto alla riscossione di tasse locali, passava di mano con una certa facilità, poiché esse erano considerate dal sovrano e dai grandi feudatari (in assenza di grande circolazione di moneta), come vere e proprie forme di pagamento dei servigi dei propri uomini più fedeli.

Questa è per Bloch l’origine socio-economica del feudalesimo: un lento processo di auto-imprenditorializzazione forzata dello schiavo antico. Lo schiavo, salvo ormai pochi domestici, non ha più vitto e alloggio assicurato: deve lavorare in primo luogo per auto-sostentarsi, e se non lavora abbastanza muore di fame. Certo, egli è – in teoria – protetto in armi dal signore (il quale spesso le usa più per riscuotere da lui le tasse che non per difenderlo realmente da minacce “esterne”, sopratutto dopo il Mille). E certo, il suo signore, a cui giura fedeltà, a volte è anche un “buon” signore. Un buon signore che, nel milgiore dei casi, lo lascia totalmente alla mercè di se stessso, dei lupi, di carestie ed epidemie… in cambio di una parte del suo lavoro.



Appunti strategici per rivolte “consapevoli”: penetrazione dei gangli istituzionali e lasseir faire militare

Lungo tutto l’Impero Romano la manodopera servile era continuamente assicurata dalle vittoriose guerre di conquista, un ricambio continuo che si affievolisce parallelamente all’affievolirsi della potenza militare dell’Impero. Gli schiavi antichi sono infatti tradizionalmente prigionieri di guerra e tali continueranno ad essere anche quando l’Europa cristiana sarà in grado di tornare forte e conquistatrice. In questo senso la schiavitù che inizialmente abbiamo chiamato “antica”, cioè quella intesa come possesso giuridico di un uomo da parte di un altro uomo, non finisce mai, prosegue indisturbata fino alle soglie del XX secolo (e forse ancora oggi), intensificandosi a partire dalla scoperta dell’America e con il nuovo schiavismo. L’Ottocento ha addirittura coniato una surreale teoria delle razze al solo scopo di giustificare scientifico-moralmente il proficuo commercio e sfruttamento degli schiavi. Ancora oggi negli Stati Uniti gli afroamericani portano il segno evidente e recente di questo istituto, e la differenza di classe tra bianchi e neri resta molto ben definita per la semplice ragione che, con buona pace dei “nordisti”, la schiavitù non è affatto stata abolita per ragioni umanitarie o egualitaristiche, ma per ragioni politico-economiche di auto-imprenditorializzazione “forzata” molto simili a quelle che abbiamo descritto rileggendo il saggio di Bloch. Con il medioevo, e le trasformazioni sociali che abbiamo descritto, la schiavitù si colorerà sempre più di una connotazione etnico-religiosa:i cristiani infatti, tendenzialmente, non saranno più ridotti in schiavitù da altri cristiani, anche se nemici (mentre ad esempio, in Grecia, gli ateniesi non si facevano problemi a ridurre in schiavitù i nemici di etnia e religione greca che sottomettevano).

Per Marx la storia era in ultima istanza la storia della lotta tra le classi. Fa veramente sorridere che qualcuno abbia potuto intravvedere moralismo o vittimismo in questa definizione scientifico-metodologica. La storia è la storia del conflitto tra classi subalterne e classi dirigenti, che sono sempre esistite dacché esiste “storia” della nostra cultura. Ed è una colpa grave della classe intellettuale odierna ostinarsi a rimuovere questo dato di fatto. Molti infatti vogliono far finta che oggi non ci sia più né lotta né classe, ed è per questo che pensare la storia come storia delle lotte tra le classi li fa tanto sorridere. Sorridono perché loro non ci sono dentro, e se ci sono stanno dall’altra parte della barricata. Altrimenti saprebbero che non c’è nulla di morale o di vittimistico nella lotta di classe, che chi lotta è al di là del bene e del male. Il padrone non è cattivo se sfrutta, lo schiavo non è cattivo se – come ha sempre fatto fino al sopravvento dello Stato moderno capitalista/borghese – lo va prendere a casa e mette la sua testa su una punta di lancia. Normale è per il padrone sfruttare, normale per lo schiavo rivoltarsi. Tutto sta a vedere chi vince, come quando e per quanto tempo. È fondamentale riprendere collettivamente a praticare questo tipo di storia: essa racchiude un tesoro, una vera e propria cornucopia di spunti strategici per le nostre lotte odierne. Perché chi vive sulla propria pelle la lotta di classe sa già che è una lotta di parte, non c’è bisogno di spiegarglielo con un disegnino, e come tale sa, s-a, che essa non è necessariamente “buona” né necessariamente vera. La lotta di classe fa parte del reale e, come ogni verità, non vuole altro che se stessa e la propria vittoria, persino quando non si riconosce come tale. La lotta di classe esiste, coscientemente o meno, in ogni strategia che permette agli sfruttati di produrre senza sosta contromosse, spesso poco percebili e stigmatizzate dalla storia ufficiale, da contrapporre agli altrettanto continui attacchi dei padroni.

Perché sù, diciamocelo, che è ora di finirla di dire che non ci sono più schiavi e padroni nel nostro mondo. Se la pensate così siete come quello scrittore (medico per di più), che mi spiegava – con sussiego – che gli operai ormai non esistono più. Perché si sa, se pulisci culi dal mattino alla sera, stai rinchiuso 220 ore al mese in una torretta, o giri in bici come un ossesso a consegnare pizze a quattro euro l’ora (senza infortunio malattia e disoccupazione), comunque “mica sei un operaio, eh no eh, mica stai in fabbrica…”. “Eh sì caro mio, non c’è più la classe operaia, perché gli operai stanno nelle fabbriche, non lo sapevi?” – mi dice il medico scrittore. E invece no, caro il mio medico-scrittore: gli operai stanno dappertutto e c’hanno voglia di fare la lotta di classe più che mai (chiedi a Black Lives Matter, ai lavoratori del’lILVA, agli infermieri e ai medici di corsia sacrificati sull’altare dell’emergenza COVID).

Una volta, finché non c’era lo Stato quale lo conosciamo oggi, i padroni sapevano che se non si comportavano abbastanza bene la gente poteva venire a prenderli a casa, senza troppo difficoltà. Cosa che una fantastica militante di Black Lives Matter, Tamika Mallory, ha ricordato a tutta l’America in un discorso veramente spettacolare, sincero ed emozionante (https://www.youtube.com/watch?v=PYtphM9SgnI).

Durante tutto il medioevo coloro che erano incaricati e pagati dai padroni per svolgere incarichi di polizia e di repressione erano pochissimi rispetto alla popolazione, ed erano tutti legati da vincolo di fedeltà al padrone che era – lui sì – il monopolista della guerra e della violenza. Ma lui e il suo seguito più stretto erano anche, inevitabilmente, in numero incomparabilmente inferiore. Solo lo stato moderno e le moderne armi automatiche hanno potuto assicurare il luoghi del potere dalle rivolte popolari. Pensandoci a bocce ferme, è veramente curioso che le tante persone arruolate tra le forze dell’ordine non si accorgano fino a che punto loro stessi siano sfruttati per difendere interessi che non sono affatto quelli della classe a cui naturalmente appartengono. Stiamo parlando di persone che prendono mille e quattro in cambio del rischio (sopratutto in certe zone) di venire odiate, uccise o aggredite. persone che lo fanno, spesso, solo per campare. A questo proposito è stato entusiasmante vedere negli USA parte delle forze dell’ordine accorgersi di questo trucco e unirsi pubblicamente ai manifestanti.

Marx parla della borghesia con un certo rispetto quando la descrive come la classe sub-alterna in ascesa che è riuscita, dopo secoli, a sconfiggere la classe dominante aristocratico-ecclesiastica che la sottometteva. Ne parla con rispetto perché, pur ritenendo appunto la rivoluzione francese una rivoluzione “borghese” e per di più fallita, egli vi vede comunque un momento epocale della storia come storia della lotta tra le classi: vede nei borghesi gli schiavi più svegli, attivi e “malvagi” dei secoli precedenti; quelli che hanno saputo diventare ricchi per poi addirittura rimpiazzare gli antichi signori, mentre ciò che gli rimprovera è il fatto di essersi sostituiti a questi nello sfruttamento (ancora più brutale, se possibile) di coloro che invece sono rimasti schiavi.

I borghesi erano i servi medievali che hanno saputo meglio fare buon viso a cattivo gioco con i padroni. Coloro che, sempre esistiti (anche nei periodi più bui del medioevo), hanno saputo scavarsi un ruolo intermedio tra servi e padroni. I borghesi – che a partire dal Cinquecento saranno l’elemento trainante dello Stato moderno in formazione, del suo apparato burocratico-amministrativo-giudiziario – sono in fondo gli schiavi che hanno saputo auto-imprenditorializzarsi con successo, che hanno saputo rovesciare nuovamente, ritorcere contro se stessa la strategia che i signori dell’alto medioevo avevano messo in campo per sfruttare al meglio l’allora classe dominata. Piano piano il figlio di un contadino, durante una carestia, va in città per sopravvivere, trovare di che mangiare, trova lavoro in una bottega, e subito ti diventa un orologiaio, o perché no, un Tiziano. Due generazioni dopo, i suoi nipoti, possono già essere un banchiere, un giudice, un grande manifatturiere.

Se pensiamo alla Francia di fine Seicento vediamo proprio il compiersi finale di questo processo. I “borghesi” hanno saputo rimpiazzare i nobili nelle simpatie del Re Sole, che ha dato loro piano piano in mano l’intero sistema burocratico-amministrativo-giudiziario dello Stato. Hanno saputo avvicinare, blandire, arrivare a un metro dal potere, sono riusciti a sembrare innocui, comprabili, manovrabili, e hanno saputo alla fine alzare la loro gioiosa mano omicida su tutti coloro che non avevano mai smesso di riconoscere e percepire come i propri odiati e antichi nemici e padroni: i nobili. Senz’altro meschini i borghesi, che hanno saputo iniettarsi in un sistema ormai obsoleto come un cancro o un virus, certo, ma vincenti. Molto più vincenti dei poveri contadini che dal Trecento al Cinquecento, ossia fintanto che la borghesia non aveva ancora assunto in maniera nitida un ruolo egemone nella società e nell’economia, non hanno quasi mai smesso di rivoltarsi: hanno bruciato case e mozzato gioiosamente le teste dei loro sfruttatori, ma sono sempre stati repressi nel sangue. Tutto questo fino al giorno in cui, chiamati dalle campagne alle città, con le varie rivoluzioni industriali, non si sono trasformati in proletari, schiavi di nuovi padroni, ossia di quei borghesi che, parallelamente, avevano fatto fuori gli antichi nobili (e chierici) che li vessavano e ostacolavano.

È banale a dirsi, ma per far funzionare un vero Stato, uno Stato moderno, serve tantissima gente. La burocrazia non solo costa, ma richiede manodopera, e così la sanità, la sicurezza, l’istruzione, l’informazione di Stato. Ed è per questo che anche oggi è molto difficile che una rivolta di popolo possa cambiare granché, se non – parallelamente – elaborando un modo, una strategia per avvelenare e colonizzare con valori nuovi i gangli fondamentali dello Stato: sanità, istruzione, sicurezza, amministrazione, infrastrutture, informazione. Perché lo Stato moderno – che non a caso Marx identifica col domino borghese/capitalista tout court – tiene tradizionalmente “buone” le categorie di persone che impiega in questi suoi gangli fondamentali. Le blandisce, offrendo loro trattamenti “di favore” rispetto ai salari dei lavoratori alle dipendenze di privati. E tutto questo perché senza le persone che materialmente lavorano nella sanità, nell’istruzione, nella sicurezza, nell’informazione e nell’amministrazione… la “macchina” Statale semplicemente non esisterebbe (e dunque chi la governa non potrebbe esercitare potere su un bel niente).

La Rivoluzione francese, sta proprio lì a ricordarci che, in certe occasioni, non c’è vittoria senza colonizzazione – perfida, scientifica e silenziosa – dei luoghi istituzionali. Ci ricorda sibillinamente che – per far cadere la testa del nemico – c’è bisogno non solo di spade, ma anche di spie.

Per chiudere con un apertura, diciamo che per quanto riguarda la colonizzazione delle forze di sicurezza, di difesa e repressione dello Stato abbiamo due modelli. Il primo è quello francese, che ha visto lentamente la borghesia soppiantare a livello amministrativo il Re e i nobili, ottenendo così un controllo indiretto alla fine anche sull’esercito. Nel senso che gli ufficiali, aristocratici, si sono trovati stretti in una morsa tra un amministrazione pubblica borghese che li osteggiava da un lato, e una popolazione minuta (i soldati semplici) che per la quasi totalità, soprattutto a Parigi, preferiva essere comandata da un proprio “pari” piuttosto che da un odiato aristocratico. L’altro modello, più “rapido”, è invece quello della Rivoluzione d’Ottobre, dove osserviamo un processo decisamente differente. La rivoluzione russa non è una rivoluzione borghese, e sappiamo che i Romanov non avevano cattivi rapporti con la borghesia. Nella Rivoluzione d’Ottobre osserviamo piuttosto un laisser faire da parte dell’esercito (dei militari semplici, non tanto degli alti comandi che anche in quel caso erano aristocratici). Quando i bolscevichi fanno il golpe i militari, senza essere necessariamente tutti particolarmente entusiasti del bolscevismo, non intervengono: sia perché la maggior parte di essi è impegnata al fronte (siamo in piena Prima Guerra Mondiale), sia perché quelli che non lo sono sanno bene che presto ci finiranno (prospettiva che di certo non li entusiasmasva), e soprattutto sanno che i bolscevichi sono l’unica forza in campo che vuole ritirarsi immeditamente dal conflitto. Nella Rivoluzione d’Ottobre dunque si potrebbe dire che lo Stato si sgretola anche grazie a un tempismo perfetto dell’intervento rivoluzionario, che se si fosse prodotto a guerra finita avrebbe probabilmente fallito (come aveva già fallito prima della guerra). Mentre così non vale per la Rivoluzione francese, che al contrario è stata il frutto, inevitabile per molti versi, di un lungo percorso storico. La stessa dinamica della Rivoluzione d’Ottobre si può osservare anche, in tempi molto più recenti, nella “caduta” Ceausescu in Romania, dove immagini di repertorio mostrano una folla oceanica penetrare nel palazzo presidenziale, mentre il cordone di sicurezza militare disposto intorno al Palazzo si apre dolcemente, in maniera quasi indifferente e… lascia fare.

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