L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 28 giugno 2020

La cultura non scende dal cielo ma dipende dalla capacità di guadagnarsela pezzetto per pezzetto, giorno dopo giorno, in un affresco universale che si compie lungo l'arco della propria vita. Ogni piccola grande conquista è una piccola pietra in un mosaico immenso di cui noi partecipiamo donandogli la nostra esistenza

Il prete con le scarpe da ginnastica


Roma, 25 giugno 2020

Adesso la controinformazione si è accorta della corsa alla distruzione dei simboli dell'Occidente.
Se ne accorge poiché gli eventi precipitano con una violenza iconoclasta mai vista prima. La furia in essere ricorda i perversi polimorfi per cui nulla deve frapporsi tra il sacco di carne di cui sono detentori e un supposto piacere. Le combinazioni concettuali più bislacche, le più gratuite illazioni, i giudizi più stupidamente avventati, l'arroganza che deriva da una crassa supponenza – tutto ciò si sussegue come una tempesta d'inesauribile forza che solo può placarsi con la rovina completa di noi stessi, dell'Italia, dell'Europa.

Gli attori di tale godimento dissolutorio, lo ricordiamo, non sono niente. Possiamo catalogarli come polveri da crollo. Ma il crollo fu originato da altri cedimenti strutturali, equivocati quali progresso. E pulviscolo è anche la controinformazione, purtroppo, poiché non riesce minimamente ad affrancarsi dall'attualità, dal trito fatto, essendogli negato il privilegio di un'ideologia larga e peculiare. Il distillato di una visione alta: il "saper vivere", in ultima analisi, che corrisponde a un vivere alternativo, cioè a un'etica intransigente.
Inutile, insomma, ordire traballanti requisitorie o larghi fogli excel, scientificamente probanti, se poi, la sera, si gioca a Lara Croft o si ordina da Glovo e Deliveroo per allietare la partita di calcio o di basket tarocche prenotate (con carta di debito) presso Dazn o Sky.

Ciò che mi stupisce di questi tempi è l'infrollimento generale. La mancanza assoluta di spirito di sacrificio, a esempio. Il Covid, da tal punto di vista, è stata una manna per tali ciabattoni della volontà. Ogni minimo impegno umano viene avvertito come una minaccia alla tranquillità della propria esistenza, così fittamente articolata in una serie di inderogabili scadenze. "Ho da fare", "proprio non posso", "mi piacerebbe, ma" sono le nenie più in uso da questi mollaccioni la cui unica mira, par di capire, l'unico scopo sulla terra, consiste nel passare dalla poltrona alla sedia a sdraio: a ristorare chissà quali forze dato che la loro intera esistenza si basa su sciocchezzuole, appuntamenti, incontri e lavoricchi sempre più angusti e umilianti. Ma, per carità, proprio non possono.

C ome
O rganizzare
V acanze
I nterminabilmente
D olci

Il prete scende verso le sue pecore, tra i banchi, pecore disunite come mai furono. Uno o due a banco, al massimo, per non trasmettere il virus, secondo una disposizione sancita da una segnaletica da ufficio postale. L'acquasantiera, questo manufatto che mi vide in prima linea con sbocchi d'ira incomprensibili dai più, sono state finalmente obliterate da inderogabili erogatori di disinfettante all'alcool. L'acquasantiera: litigate, protervie verbali, combattimenti con preti d'ogni risma. "L'acquasantiera non può essere di plastica! Non può trovarsi secca! Non potete mettere un recipiente per conservare le melanzane in frigo dentro una vasca di pietra!".
Bei tempi, si pensava di invertire il corso delle cose, ma il corso delle cose mai s'inverte; a meno di non creare nuove cause, nuovi simboli, suggestioni metafisiche. Il prete scivola tra i banchi, consegna particole, poi ciabatta verso l'altare. Sotto la tonaca s'indovinano le scarpe da ginnastica, Diadora, un po' scalcagnate.

Quando mi prese il ticchio di leggere biglinate, tanti anni fa, dai Dogon alle piramidi, m'imbattevo spesso nella profezia di San Malachia sull'ultimo papa. Secondo accorte ricostruzioni, Giovanni Paolo II sarebbe stato il terz'ultimo Pontefice; Benedetto il predecessore dell'ultimo, l’estremo difensore della fede. Allora pareva una scemenzuola buttata lì; oggi, a bergogliare gli accadimenti, sembra una probabilità di buon peso. La Chiesa, di fatto, è sciolta. Chiunque avverte, a pelle, come gli attacchi più deliranti (vietare il San Michele poiché ricorda Chauvin mentre atterra Floyd; in tal caso, a lume di logica, Floyd personificherebbe Satana) possano avere una benedizione presso il Tevere. Vietare Michele? Perché no? Se spiace a Black Lives Matter ... E poi: abbiamo così tante colpe: Colombo, Cortez ... i roghi di Salem, povere streghe ... giusto pagare ... non in moneta bensì in Storia ...

Leggo che si vorrebbe dipingere Black Lives Matter anche in Italia, a caratteri cubitali ... a Roma, Firenze, Napoli ... Non me la prendo con quell'ammasso di peli e fonemi da bar che ha proposto tale scemenza ... e nemmeno col prete con le Diadora, altra vittima della deculturazione fatta con diserbanti vietnamiti.
La strada per l'inferno non è lastricata di buone intenzioni, ma di continue concessioni all'informale.

L'informale, il senza forma. Dimenticarsi di alzare una bandiera, presentarsi con la barba incolta al commissariato, discutere di diritto commerciale coi jeans sdruciti, quante minuscole concessioni all'informale stanno deflagrando oggi. Antiche istituzioni, una volta seriose e compassate, degenerano in comunità hippie. La disinvoltura, però, non si traduce in maggiore efficienza bensì nell'estinzione dell'efficienza, in ogni ambito.

C erti d'
O norare il
V ibrione
I ndolenti
D ormiamo

L'informale vanta questo pregio agli occhi del potere: rende plasmabile ogni cosa.
Ogni capriccio è consentito, persino una pagina facebook dedicata alle bestemmie.
Non vorrei ingenerare equivoci facendomi passare per beghino. Ciò che vorrei sommessamente significare è che le mura di una chiesa difendono persino gli infedeli. Capisco, però, che è dura accettare un sillogismo che vanta centinaia di premesse.

A vedere il muso anonimo e ottuso d'un Sardino qualunque si ha l'impressione d'una perdita talmente irrimediabile da ingenerare orrore. Qui si è in presenza di un'assenza capitale: la personalità. Ragioniamo. Certamente un Sardino rileva quale somma di funzioni fisiologiche: mangia, beve, defeca e minge. Queste poche azioni sono le uniche che, è solo un esempio, condivide pienamente col sottoscritto. Concediamogli pure una manciata di fornicazioni con regolare versamento di umori. I due insiemi (io e il Sardino) sono ancora blandamente sovrapponibili benché, mi tocca ammetterlo, crepi la modestia, in certi atti sommenzionati mantengo una gravitas raramente raggiungibile da tali esserini. E il resto? Cosa hanno in comune con me? Piaccio a pochissimi, ma nessuno può dirmi ch'io sia un plagiario o un tipo suggestionabile o accomodante o concessivo. Ho una mia propria personalità, ricca di convinzioni, forte di un retaggio antico; una proprietà definita dell'umano che mi distingue anche da animi affini. E questo avviene non perché sia stato educato bene o sia deferente a una ideologia precisa. No, sono portato a credere che tale indipendenza derivi da alcuni libri letti, e poi riletti, libri decisivi, cui si sono accompagnate esperienze inevitabilmente decisive nel formare un carattere che è così e non potrà mai essere altrimenti. Il Sardino, invece, nella versione col cerchietto o senza, è un assemblaggio di dati posticci che, assieme, fingono una personalità: creduta tale sol perché l’accozzaglia suona in concordia col vento dei Tempi. In realtà se un dio maligno gli dicesse: "Vi abbiamo mentito, è tutta una farsa" questa gente sparirebbe, improvvisamente, inghiottita dal caveo nulla che è proliferato in luogo dell'anima. Abituati a ripetere: "Portobello!", ogni giorno, ossessivamente, essi, senza il riferimento del Potere che quel grido chioccio ("Portobello!") giustifica interminabilmente, ammutolirebbero all'istante rimanendogli estranei quei luoghi comuni di cui sono composti quali frankenstein postmoderni.

È raggelante, poi, la cesura col passato. Lasciamo stare i Maggiori, da Giotto a Gadda, da Leon Battista Alberti a Galileo, da Marco Polo a Torricelli. A un Cristian Raimo qualsiasi dicono poco pure Fellini e Alberto Sordi. Questa la tragedia. Si eclissa un mondo, nella sua interezza. Personalmente, come uomo nel guado, con un piede piantato nello ieri e l'altro nel presente eterno, ricordo con vividezza come Fellini, Truffaut o Bergman fossero popolari. In questo senso: c'era una larga fetta di Italiani che il sabato o la domenica decidevano, dopo la compulsazione del giornale locale acquistato in edicola, di spendere qualche migliaio di lire per andare al cinema. A vedere Totò e Milian, fra gli altri, ma anche I quattrocento colpi o La dolce vita, campione d'incassi. Oggi cosa sarebbe d'un film, cito a caso, come Il fascino della borghesia, L’infanzia di Ivan o Nashville? Ma questo è ancora poco. Prendiamo l'attore italiano in cui convive la popolarità, la denuncia sociale e una irresistibile cialtroneria: Alberto Sordi. Cosa sopravvive di lui, oggi, a diciassette anni dalla morte? Ben poco. Nessuna sa degnamente celebrarlo per il fatto, lapalissiano, che pochissimi ne conoscono la reale filmografia, quella decisiva. Il vedovo, Una vita difficile, I vitelloni: che ne sanno di tali pellicole il Sardino, o il Raimo, quello che dileggiava Moravia perché l'aveva sorpreso a usare troppo spesso il passato remoto? Anche i più anzianotti, però, ormai disabituati al bel cinema, come lo furono all'arte, alla scienza, all'archeologia, al civismo, non riescono più a inquadrare una figura un tempo universale come Sordi. Al massimo ricordano le sue prove tarde, Il tassinaro o il citatissimo Il marchese del Grillo, irto di macchiette e grossolanità. Non è un caso se, per i cento anni dalla nascita di Sordi, le bacheche di facebook si siano riempite della triviale battuta "Io so' io e voi non siete un cazzo"; ignorando, peraltro, che tali parole non sono che versi d’un sonetto di Gioachino Belli.

Non sfugga poi l’ennesima mano luciferina. Cambia la definizione di museo. Ecco quella nuova, appena proposta: “I musei sono spazi democratizzanti, inclusivi e polifonici per il dialogo critico sul passato e sul futuro. Riconoscendo e affrontando i conflitti e le sfide del presente, conservano reperti ed esemplari in custodia per la società, salvaguardano ricordi diversi per le generazioni future e garantiscono pari diritti e pari accesso al patrimonio per tutte le persone.
I musei non sono a scopo di lucro. Sono partecipativi e trasparenti e lavorano in partnership attiva con e per le diverse comunità al fine di raccogliere, preservare, ricercare, interpretare, esporre e migliorare la comprensione del mondo, con l’obiettivo di contribuire alla dignità umana e alla giustizia sociale, all’uguaglianza globale e al benessere planetario”.
Forse vi sfugge il senso ultimo di tali ciacole. Ve lo condenso in tal modo: “Accanto alla Tempesta del Giorgione, nei prossimi anni - non c’è fretta - dovranno comparire, quale risarcimento storico, le collanine del Niger o le stupidate di Basquiat. A miscelare suggestioni, a sveltire le sveltine democratiche, con l’obiettivo di contribuire alla dignità umana ...”.

Il prete con le scarpe da ginnastica lo comprendo. È, in fondo, un poveretto. Che lo sia me ne rendo conto quando chiude il Paternoster coll’insopportabile “e non abbandonarci alla tentazione”. Mi ricorda lo stilita di Buñuel che sapeva contrastare al Male e al Maligno, ma non potè far nulla contro il casual. Gli inganni luciferini venivano rintuzzati poiché comandati in nome del Male; l’informale, il mediocre, il piccino, lo sciocco, lo stolido, però, quelli furono invincibili. Tanto da ridurre il povero Simón a ubriacone da discoteca mentre la diabolica Silvia Pinal gli ride in faccia, di gusto: una vittoria così semplice e totale non può che farsi esilarante.

Mille anni e mille anni e mille anni ancora giacciono dietro di noi, in una rovina inimmaginabile sino a poco tempo fa. Davanti non si ha niente, solo qualche resoconto svogliato come questo. In ogni caso: Vade ultra!

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