L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 giugno 2020

La 'ndrangheta composta da uomini e donne è inevitabile che a volte si scompone e rimane nuda

La storia criminale di Moscato: da killer feroce a pentito che fa tremare i clan Vibonesi

VIDEO ESCLUSIVO | Il filmato agli atti dell’inchiesta Rimpiazzo che lo ritrae su una custom davvero singolare. Erano gli anni della militanza come sicario dei Piscopisani. Oggi collaboratore di giustizia sta facendo luce su delitti dimenticati, come la scomparsa dei fratelli Covato

di Pietro Comito 
21 giugno 2020 17:30

Una moto decisamente fuori dal comune. Perché Raffaele Moscato, il killer, il freddo, il lupo solitario del clan dei Piscopisani, all’epoca maneggiava armi, droga e soprattutto soldi a palate. Viene fermato dai carabinieri, a Vibo Marina. È un posto di blocco improvvisato, lo vedono arrivare, senza casco, lo attendono, lo fanno accostare. Non si scompone, gesticola senza frenesia, toglie gli occhiali da sole appariscenti. Si muove disinvolto imponendo la sua fisicità.

Il filmato è agli atti del procedimento Rimpiazzo. Oscuriamo i volti. Ieri Moscato, del quale si conoscono le fattezze grazie ad una foto segnaletica, era un trafficante ed un sicario del clan dei Piscopisani, oggi invece è un collaboratore di giustizia. Anzi, è colui il quale ha inaugurato una stagione del pentitismo che a Vibo Valentia ed in provincia potrebbe divenire, per le cosche, uno tsunami, proprio come avvenne a Lamezia Terme. C’è un altro filmato che lo ritrae. È al tavolo di un pub, scherza con i presenti, cellulare in mano. Un giovane uomo, apparentemente come tanti altri, sicuro di sé, sornione nello sguardo. Era lui uno dei tre moschettieri della cosca, bocca di fuoco dell’ala militare, assieme a Rosario Battaglia, il capo, e Rosario Fiorillo, descritto come un tipo sanguinario e spietato.

Lui, Moscato, il killer reoconfesso di Fortunato Patania, boss di Stefanaconi, il cui omicidio, in risposta a quello di Michele Mario Fiorillo, scatenò la guerra di mafia che tra il 2011 e il 2012 terrorizzò la provincia di Vibo: doveva sparare Franco La Bella, alias “Camagna”, ma l’arma s’inceppò e allora intervenne lui, freddando il capobastone a colpi di pistola. Tutti credevano avesse sparato Francesco Scrugli, descritto come una sorta di semidio con la pistola in mano legatosi ai Piscopisani alla cui uccisione la vedova Patania s’inginocchiò per terra ringraziando la Madonna. Così quando Moscato, dopo un arresto, disse di essere stato lui ad assassinare Patania, acquisì immediatamente una indiscutibile patente di credibilità.

Un uomo d’azione, Moscato, la cui collaborazione nelle vesti di pentito con il pool di Nicola Gratteri oggi è devastante. Si è autoaccusato ed ha accusato. Lucido, freddo, privo di acredine e sentimenti di rivalsa. Racconta le malefatte sue e quelle di altri di cui è stato testimone diretto. Ma racconta anche fatti ascoltati, offre elementi utili per ricostruire cold case, delitti dimenticati. Racconta, ad esempio, cosa avvenne tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, a Porto Salvo. Una storia sulla quale già uno storico pentito, Gerardo D’Urzo, oggi deceduto, aveva raccontato una sua verità, anch’essa dimenticata come i morti che caddero all’epoca. Erano gli anni in cui a Porto Salvo comandavano i Tripodi in simbiosi coi Mancuso. Il collante era Nazzareno Colace, luogotenente di Pantaleone Mancuso “Scarpuni”.

Un giorno qualcuno sparò alla saracinesca di un’attività commerciale di Colace, che successivamente cadde in un agguato assieme ad un presunto sodale, Umberto Artusa. Colace fu gravemente ferito al torace, ma sopravvisse. «Fu Franco Covato a sparare», racconta Moscato, che venne a conoscenza di ciò grazie alle confidenze di Rosario Battaglia, il capo dell’ala militare dei Piscopisani e suo amico. La risposta a quell’agguato fu inclemente. Franco Covato fu fatto sparire e qualche anno dopo toccò al fratello Massimiliano, appena ventenne.

Era un’altra epoca, quando i Tripodi, il clan del boss Nicola, era arringato ai Mancuso. Ma il tempo sarebbe passato e i Piscopisani sarebbero cresciuti, divenendo assieme ai Tripodi, i nuovi padroni di Vibo Marina e Porto Salvo, deponendo e relegando ai margini i Mancuso da un’area cuscinetto tra la costa e l’entroterra. Poi la guerra di mafia e il pentimento del killer su quella stranissima custom. Per lui l’inizio di una vita di redenzione, per altri la fine.

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