L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 25 giugno 2020

La Strategia della Paura e del Caos ha vinto la battaglia

Una "normalità" rivoluzionaria

di Leonardo Mazzei
19 giugno 2020

Ci sono quelli che “nulla tornerà come prima”, ma pure quelli che “niente deve tornare come prima”. I primi minacciano, i secondi sperano. I primi esprimono il desiderio dei dominanti. I secondi credono, sbagliando, di rappresentare i dominati. Chi sia egemone e chi subalterno dovrebbero vederlo anche i ciechi.

Grazie al coronavirus i dominanti vogliono costruire una “nuova normalità”. E la paura, che hanno diffuso a piene mani, è la loro principale alleata. Ma alleati di fatto sono pure quelli che pensano che da quella paura possa sgorgare un futuro migliore. Magari avessero ragione! Purtroppo, questa almeno è la mia convinzione, hanno invece torto marcio.

La paura si sposa assai più alla rassegnazione che alla rivolta, ed il potere lo sa. Ecco allora che l’idea della “normalità” deve essere rimossa. Operazione che ben lungi dal favorire le spinte al cambiamento, abitua invece le persone alla perenne incertezza che prefigura il peggio magari solo per far meglio digerire ciò che appare come soltanto il “meno peggio”. Cos’è la disoccupazione di fronte alla morte? La precarietà di fronte ai dolori della malattia? La perdita di reddito rispetto a quella dei propri cari?

Sta di fatto che l’idea di un ritorno alla “normalità” viene contestata a destra e a manca. Quasi fosse il desiderio di qualche irresponsabile che ha fatto un patto col diavolo. Peggio, col virus. Ora, il potere ben lo comprendo, ma guardato da un punto di vista anticapitalista è giusto opporsi al desiderio del ritorno alla “normalità”?

Ho messo non a caso tra virgolette la parola “normalità”. E’ ben noto infatti che ciò che ci sembrava come normale ieri, può facilmente apparirci anormale domani. Ma qui facciamo ad intenderci: c’è un desiderio di normalità di milioni di persone, che da una parte è visto come incosciente se non criminale, mentre dall’altra è considerato semplicemente come conservatore.

Ma è da conservatori augurarsi la normalità di un posto di lavoro sicuro e di un reddito certo? E’ da conservatori auspicare il regolare ritorno a scuola dei figli? E’ da conservatori desiderare di abbracciarsi senza essere considerati degli untori?

No, c’è una “normalità” per la quale è giusto lottare. Vero, il lavoro sicuro per molti non c’era neanche prima, la scuola faceva comunque schifo ed i rapporti umani sono inariditi da tempo. Ma vogliamo far finta di non vedere il grande balzo all’indietro prodotto dalla psicosi del virus?

La destabilizzazione delle vite non solo non genera di per sé pulsioni rivoluzionarie, ma provoca piuttosto angoscia e chiusura nel privato. Il potere lo ha capito e si muove di conseguenza: viva il distanziamento, lo smart working, la didattica a distanza! E viva le code ovunque, neanche si fosse nella Romania di Ceausescu!

Certo, il lockdown duro è alle nostre spalle, ma quanti disastri ci ha lasciato! Se quello economico è il più evidente, quello sociale non è da meno. E l’elemento che li tiene insieme è il fattore P, come paura. Una paura irrazionale, che il potere ama e la stampa non a caso alimenta.

Chi vuole lottare per una nuova società deve capire che lo si potrà fare solo uscendo dalla logica dell’emergenza. Ecco dunque la necessità assoluta del ritorno alla normalità, nel senso che spero si sia capito in queste righe. Una normalità intesa non come accettazione del presente ante-covid, ma come base da cui ripartire dopo aver rimosso gli incessanti ricatti dell’emergenzialismo.

Lo stato d’emergenza dev’essere cancellato non solo de iure, ma ancor più de facto. Deve essere rimosso dalla testa delle persone, senza che ciò significhi negare la realtà dell’epidemia. Una realtà affrontabile razionalmente, senza alcun bisogno di “stati d’emergenza”, utili solo all’oligarchia dominante per far accettare la miseria crescente ed i ricatti europei.

E’ possibile tutto ciò? Di certo è necessario. Da tempo il potere non è più banalmente conservatore, ma oggi siamo arrivati alla teoria ed alla pratica della continua destabilizzazione di tutto ciò che è umano. Dunque, battersi per il ritorno alla “normalità” è oggi rivoluzionario. L’atto più forte, e proprio per questo più difficile, della resistenza umana ad un presente sempre più disumano. Una resistenza, quella che vogliamo, che contrasti l’attuale “stato del terrore” di una tecnocrazia sempre più autoritaria proprio perché presuntamente “apolitica”, e di una politica sempre più totalitaria proprio perché ridotta a “tecnica”.


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