L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 24 giugno 2020

La virtuosa Germania, terra di truffe. Euroimbecilandia è servita

Wirecard, il tracollo della Parmalat tedesca, ceo arrestato e rilasciato su cauzione. «Vergogna per la Germania»

di Giuliana Ferraino 22 giu 2020


Nuove tecnologie, vecchi vizi. E la Germania, alle prese con uno scandalo finanziario miliardario, è costretta a fare i conti con la Parmalat di casa sua. Wirecard, la fintech di Monaco di Baviera specializzata nei pagamenti elettronici, lunedì ha ammesso dopo aver quasi azzerato la sua capitalizzazione di mercato nelle ultime 3 sedute di contrattazione in Borsa a Francoforte, che «molto probabilmente» i fondi che si supponeva fossero in conti fiduciari in due banche nelle Filippine «non esistono», lasciando intuire un buco in bilancio da 1,9 miliardi.

La situazione è precipitata in pochi giorni: Markus Braun, 51 anni, austriaco, fondatore di Wirecard e fino a venerdì scorso Ceo della società tedesca di fintech, è stato arrestato lunedì sera su mandato della procura di Monaco di Baviera. Secondo la stampa tedesca si sarebbe consegnato spontaneamente. Ma già martedì è stato rilasciato dietro una cauzione di 5 milioni

Lo scandalo ha spinto a scendere in campo perfino il governatore della banca centrale filippina, che ha dichiarato che «i soldi mancanti non sono mai entrato nel sistema finanziario delle Filippine». Alla fine Wirecard ha ceduto davanti all’ipotesi sempre più concreta di frode e ha ritirato il bilancio 2019, che il revisore Ey non aveva voluto firmare, scatenando il crollo in Borsa la settimana scorsa, con un crollo di oltre l’80% tra giovedì e venerdì, quando il ceo Markus Brown, primo azionista con il 7%, ha annunciato le dimissioni. La società bavarese ha ritirato anche i conti preliminari del primo trimestre di quest’anno, la stima dell’Ebitda per l’intero esercizio e la guidance al 2025 su volume delle transazioni, ricavi ed ebitda.

Felix Hutfeld, presidente di BaFin, la Consob tedesca, ha definito il caso «un disastro completo e una vergogna per la Germania». Ma lo scandalo si allunga alla stessa BaFin, accusata di aver sempre respinto come speculazioni le voci crescenti su presunte pratiche illecite della fintech, sulle quali aveva acceso un faro un’inchiesta del «Financial Times», cominciata fin dal febbraio 2019 sulle sue operazioni in Asia. Come spesso accade, il tempismo dei controllori non coincide sempre è sempre perfetto, così Moody’s solo ieri ha ritirato il rating di Wirecard, mentre la polizia di Monaco ha lanciato un’investigazione criminale.

Il problema è «serio e riguarderà tutti noi», ha ammesso Christian Sewing, ceo di Deutsche Bank, la prima banca tedesca, intervenendo al Financial Summit di Francoforte. Lo scandalo mette a dura prova la fiducia dei risparmiatori. E la difesa del ministro delle Finanze, Olaf Scholz, che si è affrettato ad assolvere le autorità di controllo, affermando che hanno «fatto il loro lavoro», non basta a tranquillizzare gli investitori. Ieri il titolo è precipitato di nuovo in Borsa, perdendo un altro 44%, a 14,35%. E’ un tonfo senza precedenti rispetto al record di 158,85 euro toccato nell’ultimo anno dalle azioni, dopo il volo messo a segno tra l’inizio del 2017 e l’estate 2018, quando il titolo Wirecard è quasi quintuplicato e gli analisti all’unanimità scommettevano su ulteriori aumenti di prezzo. Nel frattempo la capitalizzazione si è ridotta a 1,78 miliardi, dai 17 miliardi di inizio 2019, che l’avevano portata agli stessi valori di Deutsche Bank, il primo gruppo bancario costretto a una drastica ristrutturazione dopo essere finito al centro di innumerevoli scandali. Il bond da 500 milioni invece scambia al 27% del valore nominale.

Fondata nel 1999 per gestire le transazioni per l’industria del porno e dei giochi online, Wirecard è diventata uno dei principali operatori dei pagamenti elettronici non solo in Germania, ma anche in Asia e in Nord America, dove è entrata nel 2016 rilevando il servizio di carte prepagate di Citigroup. Il suo mestiere: garantire i pagamenti per le transazioni effettuate online da società, incassando un premio per il rischio. Tra i suoi clienti colossi come la catena di hardiscount Aldi, Deutsche Telekom, Vodafone, Telefonica e Sky Deutschland. All’apice del successo, nel settembre 2018 aveva scalzato dall’indice Dax la Commerzbank, seconda banca in Germania con 150 anni di storia.

Ancora più incredula e a suo modo arrogante la reazione del ministro dell’Economia Peter Altmeier. «Ci saremmo aspettati una situazione del genere ovunque, tranne che in Germania. Ecco perché dobbiamo agire con decisione, se necessario», ha dichiarato martedì al sito T-Online il politico della Cdu. Lo scandalo Wirecard colpisce tutto il mondo finanziario tedesco, che ora invoca un cambiamento per non essere travolto. Chiede regole più severe in materia di corporate governance il presidente dell’Associazione dei consigli di Sorveglianza in Germania, Peter Dehnen. «Il caso Wirecard chiarisce che la Deutsche Börse deve urgentemente avviare un dibattito sulla riforma. Abbiamo bisogno di un mercato dei capitali forte in Germania, ed è per questo che vorremmo che Deutsche Börse, con la sua nuova forte leadership in stile Nasdaq, portasse avanti la discussione sugli standard di buona governance aziendale, insieme ai consigli di vigilanza e di gestione», ha detto il manager alla Frankfurter Allegemeine Zeitung.

Intanto il titolo Wirecard inverte la tendenza dopo il crollo degli ultimi giorni, segnando un rialzo del 15,7% a metà seduta, martedì.

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