L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 26 giugno 2020

L'Egitto va

Egitto e le violazioni dei diritti
La gente non boccia al-Sisi

Nell’intervento audio di un analista che vive nel paese del Nilo c’è tutta la contraddizione che attraversa l’Egitto. Mentre sono migliaia gli oppositori incarcerati e torturati, il popolo che vive lontano dal Cairo è poco interessato alle loro storie. Rispetta il generale per la risposta ai loro bisogni

24 Giugno 2020 14:00


Nella foto, catturata da un amico, Sarah Hegazi solleva una bandiera arcobaleno durante un concerto al Cairo nel 2017. Non molto tempo dopo è stata arrestata e torturata dalle autorità egiziane. Morirà suicida in Canada il 13 giugno 2020. (Credit: Amr Magdi / Twitter)

Secondo Amnesty International in Egitto spariscono ogni giorno due oppositori. Dal 2016 al 2019 sono stati almeno 2.400 i condannati a morte.

Poi c’è chi si salva dal carcere. Non dagli incubi che l’attraversano per le violenze subite. Come è successo a Sarah Hegazi, arrestata nel 2017 al Cairo per una bandiera arcobaleno e che si è suicidata in Canada il 13 giugno. Incarcerata per il fatto di essere lesbica, dietro le sbarre aveva denunciato violenze e torture.

Poi, una volta fuori, si sono aggiunti le pressioni e lo stigma sociale. E non ce l’ha fatta. Per non parlare di Giulio Regeni, rapito il 25 gennaio 2016, e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo. Una fine, la sua, di cui si conoscono i responsabili. Ma non esiste la verità del diritto per poterli portare davanti alla sbarra.

Un paese guidato con polso autoritario dal generale presidente Abdel Fattah al-Sisi, che ha preso il potere nel 2014 a spese del governo democraticamente eletto di Mohammed Morsi e della Fratellanza musulmana. Un argine al terrorismo islamista, è stata la giustificazione che i paesi occidentali hanno addotto per giustificare il loro appoggio al nuovo faraone egiziano.

Ma regge ancora? La domanda che abbiamo girato a un analista che vive e lavora in quel paese (e che vuole mantenere l’anonimato) è se un al-Sisi utile per la stabilizzazione del paese affinché eviti di cadere nelle mani dell’estremismo islamico possa ancora giustificare le violenze e le violazioni dei diritti umani basilari.

Se una donna è torturata per una bandiera o se un ricercatore italiano è rapito e trucidato e se centinaia di oppositori rischiano la stessa sorte nelle carceri egiziane, quale è la differenza con l’estremismo di sponda musulmana?

La risposta che dà è sorprendente: alla gente comune, soprattutto delle città che non siano Il Cairo o Alessandria, interessa davvero poco delle violazioni dei diritti. Al-Sisi è giudicato per la risposta ai loro bisogni. E finora le sue politiche sono andate nella direzione della povera gente. Questo il podcast col suo intervento.

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