L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 20 giugno 2020

Nel mondo multipolare c'è spazio anche per la rivalità vera tra la Cina e l'India


Posted on 20/06/2020


È impossibile, e comunque sarebbe a mio avviso sbagliato, sottovalutare quanto è avvenuto lo scorso lunedì lungo la frontiera sino-indiana segnata dalla catena himalayana. Alludo naturalmente allo scontro (in teoria senza l’uso di armi da fuoco, come prevede un accordo tra i due giganti asiatici firmato, se non sbaglio, nel 1998) tra l’esercito indiano e quello cinese che avrebbe provocato la morte di almeno venti soldati indiani – mentre Pechino omette di denunciare il numero dei suoi caduti. «Il quotidiano nazionalista cinese Global Times in un editoriale, pubblicato in cinese e inglese, ha affermato che Pechino ha rifiutato di rivelare il numero di vittime cinesi “al fine di evitare confronti e prevenire un’escalation”» (Il Sole 24 Ore). La saggezza diplomatica del Celeste imperialismo è davvero sconfinata, e d’altra parte Pechino predilige la tattica assai concreta del fatto compiuto: poche parole e molti fatti, mentre l’India con la Cina (la cui economia è quattro volte più grande di quella indiana) è costretta ad applicare la tattica opposta. Di qui, lo schiamazzo degli indiani e il profilo basso dei cinesi, venduto dai media cinesi all'opinione pubblica internazionale come prova del pacifismo con caratteristiche cinesi. Sarebbe tuttavia sbagliato sottovalutare la capacità di iniziativa messa in campo negli ultimi anni dall'India anche in chiave anti-cinese, e proprio nella zona contesa dell’Himalaya.

Comunque sia, «fonti di intelligence indiane riportate dalla stampa indiana ma non confermate da altri fonti parlano di 50 morti tra i soldati cinesi». Per uno scontro consumatosi, a quanto è dato sapere, a colpi di bastoni, di mazze ferrate e lancio di pietre, si tratta di un bilancio davvero notevole. Pare che alcuni soldati di ambo gli eserciti siano rimasti vittime di un ambiente naturale molto ostile: montagne alte cinquemila metri e temperature molto basse. Violente sono state anche le reazioni dell’opinione pubblica dei due Paesi, il cui nazionalismo negli ultimi anni è cresciuto moltissimo grazie alla massiccia propaganda nazionalista orchestrata dai rispettivi regimi. In entrambi i Paesi molta gente invoca la vendetta: «Su Instagram girano i video dei cittadini indiani che spaccano apparecchi elettronici cinesi» (Formiche.net), mentre «sui social network cinesi, alcuni utenti di Internet hanno chiesto all’esercito cinese di vendicarsi. “Se non colpiamo a morte l’India, questo tipo di provocazione non si fermerà mai”, ha scritto un utente della rete Weibo» (Il Sole 24 Ore). Diciamo pure che indiani e cinesi si disprezzano a vicenda molto intensamente, come non accadeva da tempo, e sull’orgoglio dei primi brucia ancora il ricordo delle sconfitte patite dall’esercito indiano ad opera di quello cinese nel 1962 (nel Tibet) e nel 1967 (nel protettorato del Sikkim).

In effetti, negli anni Sessanta del secolo scorso si infranse definitivamente il “sogno” di un’alleanza strategica sino-indiana, economicamente fondata sul capitalismo di Stato, in grado di emancipare i due Paesi dal giogo imperialistico delle vecchie e delle nuove potenze mondiali. Mentre allora la Cina si allontanò rapidamente dall’Unione Sovietica, rivelatasi un “Paese fratello” tutt’altro che affidabile, l’India percorse la strada opposta, e di fatto entrò stabilmente nell’orbita sovietica proprio in chiave anti-cinese.


Dopo gli scontri nella Valle di Galwan l’India ha immediatamente dichiarato il massimo stato di allerta lungo i 3500 chilometri della linea di confine (tracciata definitivamente dall’Inghilterra coloniale nel 1914) con la Cina, sebbene New Delhi si sia affrettata a rassicurare Pechino sulla sua inalterata “disponibilità al dialogo” tra le due parti al fine di abbassare la temperatura e allentare le tensioni. L’ultimo episodio conflittuale tra i due Paesi che ha provocato vittime risale al 1975, e quindi si tratta di capire se nel corso degli anni sono avvenuti significativi cambiamenti nelle loro relazioni. Inutile dire che gli indiani hanno attribuito la responsabilità del fattaccio interamente ai cinesi, che lo avrebbero preparato subdolamente, e che i cinesi hanno fatto la stessa cosa ai danni dei cugini asiatici, accusati di aver cercato cinicamente lo scontro.

La “stazza” geopolitica, militare (con un cospicuo arsenale atomico) e sociale dei due Paesi (la cui popolazione complessiva è pari al 40% di quella mondiale) è troppo imponente per consentire una rapida derubricazione dell’episodio cruento a banale scaramuccia frontaliera tra soldati innervositi e frustrati. Allo stesso tempo, non si può non sorridere dinanzi alle chiacchiere dell’analista geopolitico superficiale, di solito orientato in senso “progressista”, secondo il quale si tratterebbe di un episodio di altri tempi, di un fatto anacronistico che mal si concilia con la natura “intelligente” (vedi il concetto di soft power) del moderno conflitto tra Paesi che aspirano a recitare un ruolo da protagonista sulla scena mondiale. Niente di più sbagliato: si tratta invece di un fatto spiegabile solo a partire da quanto produce questo tempo, il tempo scandito dalla competizione sistemica mondiale tra imprese, Paesi e Continenti.

Anche se si fosse trattato di un episodio accidentale, di «una missione organizzata sul posto, un regolamento di conti tra contingenti locali, e non un’azione pensata per aprire un conflitto più allargato», come sostiene l’analista di Limes Giorgio Cuscito, occorre anche considerare il contesto generale nel quale quella «scaramuccia» si inquadra. Ebbene, i fatti del 15 giugno entrano perfettamente in sintonia con il quadro delle attuali relazioni indo-cinesi, ed è importante prenderli seriamente in considerazione non tanto perché possono far precipitare la situazione, ma in quanto sintomi di una situazione.

Nicola Missaglia, esperto di India dell’Ispi, allarga la visuale e punta i riflettori anche sulla «costruzione di una strada frontaliera da parte dell’India, una via di collegamento logistica per una base militare nell’area che non piace alla Cina». Ma c’è dell’altro, sempre secondo Missaglia: «A questo dobbiamo aggiungere che la Cina ha detestato la decisione indiana di separare il Jammu e il Kashmir perché in quella contesa indo-pakistana ci finisce in mezzo il China Economic Corridor, e Pechino è preoccupata da alcune dichiarazioni forti della componente politica del primo ministro, il nazionalista Nerendra Modi, secondo cui gli indiani dovrebbero spingersi ad approfondire il proprio controllo anche in aree del Kashmir pakistane». Il corridoio di cui parla Missaglia è strategicamente molto importante perché collega Pechino al «supporto logistico militare» realizzato dai cinesi nel 2018 nel porto di Gwadar (provincia pakistana del Balochistan), e perché attraversa la zona di collegamento tra Tibet e Xinjiang, due regioni periferiche che, com’è noto, sono molto “problematiche” per il regime cinese. Tra l’altro Washington non ha mancato di ricordare a Islamabad, già accusata da Trump di ospitare gli estremisti di Haqqqani, organizzazione affiliata al gruppo militante talebano, che il suo legame sempre più stretto con Pechino non può non avere conseguenze negative, anche sul piano finanziario, sulle relazioni Usa-Pakistan.

«Di fatto – osserva ancora Missaglia – siamo davanti a due potenze emergenti che si stanno mandando segnali. Non credo che sia nell’interesse di nessuno fare una guerra nucleare, ma è una situazione da tenere sotto controllo. Certamente ha contribuito ad arrivare a questo punto anche l’effetto della pandemia. La Cina non ha gradito la chiusura dei confini e della vendita di materiale sanitario nelle fasi più critiche dell’epidemia da parte dell’India, ma ora sta ripartendo e su questo piano è in vantaggio rispetto a New Delhi, che invece è ancora nel mezzo della crisi» (Formiche.net).

C’è anche da prendere in considerazione la sindrome dell’accerchiamento che colpisce entrambi i Paesi. «L’India si sente accerchiata dalla Cina, che sostiene il suo arcinemico (Pakistan) e prova a sottrarle influenza nell’estero vicino (Bangladesh, Myanmar, Sri Lanka, Nepal, Maldive) attraverso le nuove vie della seta» (F. Petroni, Limes); ma anche la Cina si sente accerchiata dall’India, che si avvicina sempre più agli Stati Uniti, al Giappone, all’Australia, al Vietnam, all’Indonesia e a tutti i Paesi del Pacifico Meridionale che percepiscono come una minaccia imminente il forte attivismo marittimo-militare della Cina. «Tuttavia, Delhi è storicamente refrattaria a schierarsi nettamente contro Pechino. Per esempio, non si è accodata alle invettive più veementi dell’amministrazione Trump in tema di virus. È da vent’anni almeno che è sempre più sensibile ai corteggiamenti americani, cedendo anno dopo anno a un’avance in più di Washington. Non le si concederà del tutto, ma episodi come questo la indurranno a far cadere altri tabù e altre insicurezze nell’affrontare direttamente i cinesi. D’altronde, dal punto di vista di Pechino, gli scontri in corso possono essere interpretati proprio come un modo per testare la risolutezza di Delhi. Per ammonirla che una posizione più filoamericana comporta violenza alle porte di casa. Per questo occorrerà osservare attentamente come terminerà questa disputa» (Ivi). Un editoriale comparso l’altro ieri sul Wall Street Journal suggeriva a Trump di lasciar perdere le polemiche e le beghe politico-elettorali interne per approfittare della situazione creata dagli scontri che hanno avuto per scenario le splendide cime dell’Himalaya. Non c’è dubbio, «occorrerà osservare attentamente come terminerà questa disputa».


Può essere di qualche utilità, per concludere, vedere come qualche anno fa il generale Carlo Jean tratteggiava i rapporti di forza tra India e Cina e la dimensione geopolitica del loro confronto: «Dal punto di vista militare, la Cina possiede una netta superiorità sull’India ed è in grado di accrescere ulteriormente il proprio vantaggio, in quanto possiede un’industria degli armamenti molto più efficiente di quella indiana. La competizione fra la Cina e l’India si sviluppa in Asia centrale, nel Golfo e in Africa, soprattutto con strumenti economici e diplomatici. Nell’Oceano Indiano, è rilevante anche la competizione militare, soprattutto in campo navale. In essa, la Cina è favorita dal fatto che l’India deve destinare gran parte delle sue risorse all’Esercito, data la possibilità di un nuovo conflitto con il Pakistan. La Cina, invece, può dedicarle alla Marina e alle forze di proiezione di potenza, pur dovendo mantenere un forte esercito da utilizzare contro rivolte sociali e tentativi di secessione dal Tibet e dallo Xingkiang. Inoltre, il maggior livello tecnologico dell’industria degli armamenti cinese ha ampiamente affrancato la Cina dall’importazione di armamenti dalla Russia, mentre l’industria della difesa indiana dipenderà dall’estero ancora a lungo. La geografia e la storia non favoriscono però la Cina. Il Mar Cinese Meridionale è chiuso dagli Stretti della Malacca e la Cina, a differenza dell’India, è considerata una potenziale minaccia da tutti i paesi della regione. Non appena la politica di Pechino diventerà più assertiva, tutti questi paesi ricercano la protezione militare degli Usa, ma anche rafforzano i loro legami strategici con l’India» (Geopolitica del mondo contemporaneo, Laterza, 2013).

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