L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 11 giugno 2020

Niente di nuovo sotto il sole. Per la Germania, e non solo, il Progetto Criminale dell'Euro deve continuare e tra l' altro c'è la distruzione dell'industria, l'appropriazione dei risparmi e delle opere culturali paesaggistiche, le infrastrutture italiane

Tutto previsto da Ida Magli  


Posted: 10 Jun 2020 10:50 AM PDT
Antonino Socci


Ieri, un’intervista del “Sussidiario” al professor Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale alla Cattolica di Milano, era titolata: “L’ultima mossa tedesca: senza la firma del Mes l’Italia non avrà più aiuti dalla Bce”.

Basta questo per capire tutto. Se qualcuno vuole appiopparti ad ogni costo un prestito, con le buone o le cattive (e tutti peraltro si rifiutano di prenderlo), perfino un bambino capirebbe che è una trappola.

Il professor Mangia lo spiega bene e spiega pure chi è, in Italia, che lo vuole: “qualche partito che, a Mes attivato, spera di continuare a governare l’Italia per conto terzi, come sta facendo adesso”. Solo che le conseguenze per il nostro Paese sarebbero pesanti.

Una cosa è evidente: la Germania la fa da padrona in tutte le istituzioni europee e vuole un’Italia sottomessa, con un governo che obbedisce a Berlino. Sarebbe questo “l’ideale europeo” che tanto è propagandato dai media?

TUTTO PREVISTO

Che l’Unione Europea sarebbe diventata solo lo pseudonimo dell’“Impero Tedesco” qualcuno – soprattutto in Gran Bretagna – lo aveva capito ancora prima della sua nascita.

Basta rileggere il grande Arnold J. Toynbee e specialmente un classico come il suo “Civilization on Trial”, che fu pubblicato in Italia da Bompiani, nel 1949, col titolo “Civiltà al paragone”.

Toynbee è stato uno straordinario storico, un filosofo della storia che – com’è tipico della tradizione inglese – ha avuto anche ruoli politici e diplomatici. In particolare è stato direttore dell’“Istituto reale per gli affari internazionali” di Londra dal 1925 al 1955 e da questo osservatorio ha potuto riflettere sulle vicende politiche europee.

La sua opera “Civilization on Trial” è del 1947 e – come ho detto – illustra in anticipo, alla luce della storia e della geopolitica, cosa sarebbero diventati gli eventuali “Stati Uniti d’Europa”.

Toynbee parte da ciò che era accaduto proprio in quegli anni, ovvero la tentata “unificazione” dell’Europa “manu militari” da parte di Hitler. Scrive:

Hitler disse una volta che se l’Europa voleva diventare sul serio una potenza nel mondo del nostro tempo (…) doveva accettare la politica del Fuhrer e partecipare ad essa (…). L’Europa di Hitler, un’Europa unita con la violenza della conquista germanica e consolidata sotto la dominazione germanica, è il solo tipo di Europa che potrebbe presumibilmente, come potenziale bellico, competere sia con gli Stati Uniti, sia con l’Unione Sovietica: e una simile Europa, unita sotto il predominio germanico, estremamente ripugna a tutti gli europei non tedeschi”.

Toynbee ricordava infatti che solo pochi anni prima i popoli europei avevano sperimentato la spaventosa “dominazione tedesca” ed erano rimasti tanto scottati da non volerla rivivere mai più.

Tuttavia la domanda che sorge spontanea – e che implicitamente Toynbee affronta già nel 1947 – è la seguente: può esistere un’Europa unita per via pacifica che non diventi una colonia tedesca, un’appendice della Germania, ma sia e resti un’Europa dei popoli liberi e indipendenti?

Lo storico inglese sostiene che per ragioni geopolitiche e storiche ciò è semplicemente impossibile: in un modo o nell’altro, più o meno camuffata pacificamente, l’unità continentale europea sarà sempre una colonizzazione dell’imperialismo tedesco.

Ecco le sue pagine preveggenti:

“In un’Unione Europa che escluda tanto gli Stati Uniti quanto l’Unione Sovietica – e questo ex hypotesi, è il punto di avvio per tentare di costruire una ‘Terza Grande Potenza’ Europea – la Germania deve venir fuori, e al sommo, presto o tardi, in un modo o in un altro, anche se questa Europa unita dovesse presentarsi all’inizio con una Germania disarmata, decentralizzata o addirittura divisa”.

Toynbe infatti sottolinea la posizione geopolitica della Germania, che fra Usa e Urss “occupa una posizione centrale di comando” e aggiunge: “la nazione tedesca torna a primeggiare, numericamente, fra le nazioni più popolose di Europa: il cuore dell’Europa abitata da tedeschi (senza contare in esso l’Austria e quella parte della Svizzera che parla tedesco) contiene una parte preponderante della totalità di mezzi – materie prime, impianti e capacità umana – che l’Europa può applicare alle industrie pesanti”.

E i tedeschi sono molto “efficienti nell’organizzazione”, secondo Toynbee, che conclude: “In qualunque forma la Germania fosse inclusa, all’inizio, in una Unione Europea che non comprendesse né l’America né la Russia, di tale Europa essa diverrebbe, a lungo andare, la padrona: e quando la supremazia non potuta raggiungere con la forza in due guerre, fosse venuta alla Germania, sia pure, questa volta, per vie pacifiche e graduali, nessun Europeo non tedesco potrà credere che i Germanici, col potere a portata delle loro mani, avrebbero la saggezza di trattenersi dal ricominciare ad agitare la frusta e a giocar di speroni”.

Questo “problema tedesco” secondo Toynbee era, nel 1947, “un ostacolo insormontabile alla costruzione di una ‘Terza Grande Potenza’ europea”.

Invece purtroppo non è andata così. Quando, dopo il 1989, si è permessa la riunificazione tedesca, si è pensato di mettere le briglie alla potenza germanica con i Trattati di Maastricht e la moneta unica (l’euro), ma – al contrario – con tali mezzi le è stata aperta davanti un’autostrada perfetta per il suo dominio continentale.

La Merkel oggi è la grigia ragioniera dell’imperialismo tedesco sull’Europa. La “frusta” e gli “speroni” che paventava Toynbee oggi sono di natura economica. Lo si vede in questi giorni sul Mes e le altre sigle di presunti “aiuti” di cui si parla.

QUALE CONVERSIONE?

Essi, diversamente da quanto ripete la propaganda, non rappresentano affatto la “conversione” della Germania alla “bontà”, dopo le politiche del rigore che ci hanno devastato.

Come osserva Ugo Bertone, “la conversione di Angela Merkel, rapida e sorprendente, si spiega con il nuovo quadro dell’economia accelerato dalla crisi del coronavirus. La politica dell’austerità imposta all’Europa nel recente passato dipendeva dalla scelta di non investire nemmeno un euro sul rafforzamento di Eurolandia. A sostenere le sorti dell’export tedesco bastava e avanzava la domanda della Cina, combinata con la resilienza di altri mercati extra-Ue. Per quale motivo, insomma, preoccuparsi della tenuta dei mercati del Sud Europa quando le vendite in Oriente giravano a mille? Al più, i partner italiani e spagnoli potevano essere integrati nel ciclo di produzione tedesco, garantendo flessibilità e costi decrescenti”.

Ma ora (anche per “l’ondata di protezionismo in atto”) tutto è cambiato: “l’Europa, da terzista dell’industria tedesca, torna a essere un mercato di sbocco. L’austerità, già dogma per un Paese deciso a non essere coinvolto dalle vicende dei vicini, cede il passo a una presunta ‘generosità’ fatta di prestiti a tasso quasi zero che servono a rilanciare economie satelliti cui in un domani verrà presentato il conto. L’importante, per ora, è rilanciare l’economia tedesca che vive di export ridando fiato ai partner”.

Come dice l’inno tedesco: “Deutschland über alles”. Altro che Europa.

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