L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 giugno 2020

NoTav - La Torino-Lione già esiste e passa per il Frejus è una tratta ferroviaria che le aziende hanno abbandonato perchè preferiscono far viaggiare le merci su gomma. Non si spendono miliardi per guadagnare mexzz'ora di tempo per arrivare a destinazione, distruggendo ambiente e sostenendo costi sempre più alti. Anche le pietre sanno che è un'opera per distribuire prebende ed elargire privilegi

TAV, ANCHE L’EUROPA SVELA L’INGANNO

Pubblicato 20/06/2020
DI LUCA SOLDI


LA Tav Torino Lione non è solo dannosa per l’ambiente, per le persone che vivono nella Val di Susa. È inutile perché ogni aspettativa di incremento di trasporto viene ridimensionata ad ogni piè sospinto, è vergognosamente antieconomica come lo sono spesso tante grandi opere considerate salvifiche da certa politica.
La pandemia non fa che sottolineare ed enfatizzare queste considerazioni che adesso vedono conferma nelle stesse istituzioni europee che evidenziano tutto ciò grazie ad un rapporto che prende in considerazione lo stato dell’arte di alcuni dei maggiori interventi a livello europeo.
La nuova tratta Torino Lione sarebbe stata messa sotto la lente d’ingrandimento dalla Corte dei conti europea (Eca) in un suo dossier di controllo “speciale” che valuta 8 megaprogetti inseriti nei “corridoi europei” (noti come Ten-T) di cui la tratta franco-italiana è parte fondamentale.

La Torino-Lione è soprattutto un gigantesco tunnel italo-francese tra le stazioni di Bussoleno e Saint Jean de Maurienne: 57,5 km a doppia canna, complessivamente 114 km totali, per un costo di 9,6 miliardi, di cui l’Italia si accolla, in base ad accordi presi dal governo Berlusconi ben il 78%, malgrado che per due terzi il tracciato sia in territorio francese. L’Unione Europea dovrebbe finanziare il 50% ma vorrebbe anche vederci chiaro e qui il dossier, rispetto alla stima originaria di 5,2 miliardi, avrebbe fatto emergere che i costi sarebbero saliti dell’85%.
Quasi il doppio rispetto ad altre grandi opere Europe esaminate che sarebbero cresciute nello stesso periodo di tempo del 45%.
Il rapporto prende in considerazione la questione legata all’inquinamento e sfata il mito che complessivamente l’opera contribuisca a ridurre l’inquinamento. Il rapporto spiega: “La costruzione di nuove grandi infrastrutture di trasporto è una fonte rilevante di emissioni di CO2 – e si legge – mentre i vantaggi ambientali dipendono dal volume di traffico trasferito da altri modi di trasporto più inquinanti” ed ecco il punto legato alle stime di traffico futuro, “Visto che il trasferimento modale è stato molto limitato in Europa negli ultimi 20 anni, vi è un forte rischio che gli effetti positivi siano sovrastimati”.
I lavori nella costruzione avranno certo anche un effetto devastante come sempre accade nei casi di grandi opere così impattanti.
Nel caso specifico la stessa impresa costruttrice, la italo-francese Telt, avrebbe stimato in un documento del 2012 riportato da Il Fatto che costruire la Tav genererà ben 10 milioni di tonnellate di CO2.
Secondo gli esperti consultati dalla Corte dei conti Ue, a causa delle stime di traffico al ribasso, “le emissioni di CO2 saranno compensate solo 25 anni dopo l’entrata in servizio dell’infrastruttura” ma, “la previsione dipende dai livelli di traffico: se raggiungono solo la metà di quelli previsti, occorreranno 50 anni dall’entrata in servizio prima che le emissioni di CO2 prodotte dalla sua costruzione siano compensate”.

La questione della stima di traffico alla base dell’opera diventerebbe fondamentale perché il senso dei lavori era legato a quella visione di crescita.
Oggi sono “troppo ottimistiche”: nel vecchio tracciato del Fréjus ferroviario passano, prima della pandemia, 3 milioni di tonnellate di merci, mentre le stime dell’Osservatorio Tav parlano di 24 milioni di tonnellate nel 2035, “otto volte i flussi attuali”.
Sembra di leggere una grave accusa di limiti : “Alcune previsioni sono state molto semplicistiche, con tassi di crescita che rimangono costanti nel tempo – dice l’Eca –. Le previsioni non sono sempre state aggiornate, e di solito non sono state riviste per tener conto dei ritardi verificatisi”.
Unica soluzione, unico rimedio secondo i tecnici Ue, per giustificare l’opera potrebbe esser il trasporto di passeggeri, si pensa a 9 milioni di persone l’anno, ma “il bacino di utenza è troppo poco numeroso per assicurare una sostenibilità a lungo termine”.

Non solo, non ci sarebbero certezze neppure sulla data del fine lavoro che era stabilita per il 2030. Dalla Corte dei conti Ue, dal suo nuovo report, emergerebbe come del tutto “probabile che il Lione-Torino non sarà pronto per quella data, poiché il termine ultimo attuale per il completamento lascia solo un piccolo margine per potenziali ritardi, mentre l’azione co-finanziata dall’Ue per quest’opera aveva già subìto ritardi di attuazione dopo che era stato fissato il termine ultimo”.
Lo evidenzierebbe il fatto che già la scadenza per usare i primi 800 milioni sarebbe già stata posticipata al 2021.
A questo proposito, nessuno di certo, si azzarda a dire ufficialmente del ritardo, di questa nuova data ad una infrastruttura che doveva esser completata nel 2015, ma un fatto lo evidenzia, la Francia ha deciso che prima del 2030 non prenderà in considerazione di fare la tratta nazionale di collegamento al tunnel.

Un ritardo di 15 anni rispetto a quello previsto, non c’è male per un’opera fondamentale ed irrinunciabile per salvare l’economia del Paese.

Un documento davvero rivelatore di limiti evidenti che qualcuno potrebbe dire di esser stato scritto dai No Tav della Val di Susa.
Ed invece arriva da quelle stesse istituzioni europee che sembrano rendersi reso conto solo adesso di esser cadute in una delle tante trappole architettate da un mondo che mira solo al proprio profitto senza badare troppo alle reali necessità, ai danni ambientali ed alle persone.

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