L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 4 giugno 2020

Ricomposizione di classe

Ripensare la composizione di classe



4 Giu , 2020|Lorenzo Biondi|Visioni

“E se invece quella con il ceto medio fosse un’alleanza necessaria e senza scadenza?”[1] è l’interrogativo con cui si chiude un recente articolo di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti, dopo aver analizzato in maniera profonda lo scombussolamento della tradizionale divisione in classi sociali operato dalla vittoria del neoliberalismo.

Alla domanda che pongono i due autori se ne potrebbe aggiungere un’altra: che cos’è la classe media?

Uno dei capisaldi della tradizione marxista, al netto di tutte le differenze tra correnti e ramificazione d’ogni sorta, è sempre stato quello di concepire il proletariato operaio come soggetto rivoluzionario che avrebbe portato al superamento del sistema capitalistico.

Possiamo definire questa posizione, da parte del marxismo occidentale, largamente arbitraria; come ci ricorda, infatti, Costanzo Preve, non era in realtà possibile inferire con certezza ciò dal pensiero di Karl Marx.

In Marx, ad esempio, troviamo il concetto di lavoratore cooperativo collettivo associato, che va dal direttore di fabbrica fino all’ultimo manovale, e accanto ad esso troviamo il cosiddetto general intellect, cioè le potenze mentali sprigionate dallo stesso sistema capitalistico; la loro alleanza, in un passaggio marxiano, viene ipotizzata come possibile altro soggetto rivoluzionario capace di superare il modo di produzione capitalistico[2].

Al di là del corretto modo d’interpretare queste riflessioni, la loro semplice esistenza dimostra come nello stesso Marx il proletariato non fosse graniticamente concepito come protagonista del processo rivoluzionario: poteva essere, ma non era detto che sarebbe stato.

L’interrogativo posto da Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti nel loro articolo, quindi, riporta in auge un problema obliterato dalla tradizione marxista, quasi secondo un meccanismo di rimozione psicoanalitico.

Non solo, infatti, il proletariato non ha dimostrato di sapersi fare classe rivoluzionaria, ma “il neoliberalismo sembra avere così tanto scompaginato il piano sociale da rendere tutt’altro che cristallina la dicotomia tra proletari da un lato e piccola borghesia dall’altro”[3].

Allora, prendendoci l’ardire di stressare un po’ certi passi marxiani, non è possibile immaginare in quel lavoratore cooperativo marxiano una nuova alleanza tra proletariato e classe media?

Laddove, naturalmente, si intenda per classe media – e qui proviamo a dare una risposta all’interrogativo in apertura – quella dei “bottegai”, cioè degli artigiani e dei commercianti, fino ad arrivare alla piccola e media impresa.

Secolare errore del pensiero marxista – e non marxiano – è stato quello di concepire, in opposizione al proletariato, il capitale come un monolite inscalfibile.

Ma è davvero così? Se il capitale è antagonista rispetto al lavoro, lo è davvero ogni tipo di capitale? Il grande, grandissimo capitale certamente sì, ma quello piccolo?

Cifra del modo di produzione capitalistico è, di fatto, l’incontro tra domanda (imprenditoriale) ed offerta (salariata) di lavoro, con il suo inevitabile contenuto di sfruttamento, ben sintetizzato dai concetti di plusvalore e pluslavoro.

Il plusvalore, che prende la forma del prodotto finale del lavoro, cioè della merce, viene infatti estratto dal pluslavoro, ossia quella parte della giornata di lavoro che l’operaio presta ma non è necessaria a riprodurre la forza lavoro del lavoratore.

Dal plusvalore dipende, dunque, il profitto, poiché esso è generato dalla vendita della merce, ovvero del prodotto finale del lavoro.

Questo gioco di plusvalore e pluslavoro contiene intrinsecamente sfruttamento, ma bisogna riconoscere che esistono gradi di sfruttamento diversi: i gradi di sfruttamento di una piccola impresa e di una multinazionale sono sensibilmente diversi.

Non è raro che all’interno della piccola impresa, il profitto del capitalista non registri necessariamente livelli inaccettabili di diseguaglianza tra il datore di lavoro e il salariato; viceversa, nelle multinazionali in grado di fatturare decine di miliardi si creano disuguaglianze all’interno della stessa impresa enormi, tra operai che a stento riescono a riprodurre la propria forza lavoro e manager che si appropriano di profitti in grado di superare decine se non centinaia di volte il salario dell’operaio.

Non solo, il profitto della grande impresa è il volano per l’affermazione del modo di produzione capitalistico, poiché immense concentrazioni di ricchezza fungono inevitabilmente da veicolo di pressione sulla politica, in modo tale da indirizzarla in favore di una società che continui a riproporre e a riprodurre il modo di produzione capitalistico.

Un esempio lampante può essere uno dei più grandi gruppi di potere imprenditoriale dell’occidente: l’ERT, l’European round table of industrialists.

L’ERT è un gruppo d’interesse costituito da alcune delle più grosse multinazionali del continente europeo.

Tra i nomi, in ordine sparso, possiamo notare: le francesi Renault, L’Oreal, Total, Michelin, Saint-Gobin; le tedesche Siemens e Telekom; le spagnole Iberdrola e Inditex; le inglesi Vodafone, Rolls-Royce e British Petroleum; per l’Italia, invece, troviamo CIR, ma anche ENI e Leonardo.

È, pertanto, impensabile che un gruppo del genere, con simili risorse economiche, non possa influire ad esempio sulla politica europea in misura decisamente maggiore rispetto alle classi a loro subalterne.

A riprova di ciò, infatti, troviamo la nascita del mercato unico europeo, tratteggiato nel libro bianco di Arthur Cockfield, ma già concepito nel piano di Wisse Dekker, amministratore delegato dell’olandese Philips e proprio presidente dell’ERT tra il 1988 e il 1992.

Al contrario, è molto più difficile che un apparato produttivo di piccole e medie imprese possa esercitare la stessa influenza della grande impresa o della multinazionale. È per questa ragione che non è peregrina l’idea di un’alleanza tra lavoro e piccola impresa per una trasformazione in senso socialista e democratico della società.

Come detto sopra, però, ciò non eliminerebbe le logiche capitalistiche e quindi lo sfruttamento.

Certo, ma il problema immediato non sono le logiche capitalistiche in sé, quanto il loro elevarsi a sistema.

A tal proposito possono essere utili le parole di Giovanni Arrighi, relative allo sviluppo sociale cinese, definito di mercato ma appunto non capitalista:

“Il carattere capitalistico di uno sviluppo su basi di mercato non è determinato dalla presenza di istituzioni e disposizioni capitalistiche, ma dalla relazione tra potere dello stato e capitale. Si possono aggiungere capitalisti a volontà a una economia di mercato, ma se lo stato non è subordinato al loro interesse di classe, quell’economia di mercato mantiene il suo carattere non capitalistico”[4].

Non a caso, in Cina, vi sono aziende private, vi sono realtà capitalistiche, ma queste non detengono il potere e l’economia del paese resta indirizzata dallo Stato e cioè dal Partito comunista cinese; il che non fa della Cina un modello capitalistico tout court[5]

Inoltre, si aggiunga che in una società sviluppata in senso socialista, dove quindi la grande impresa è nelle mani della collettività, cioè dello Stato, e dove il lavoro è garantito costituzionalmente, ossia dove lo Stato garantisce la piena e buona (in termini di elevati salari) occupazione, certe logiche capitalistiche, oltre a non farsi sistema, vengono rinsecchite, inaridite, poiché non traggono nutrimento da un contesto sociale disagiato, non traggono linfa vitale dall’esercito industriale di riserva tramite il quale preservare il proprio potere e comprimere il costo del lavoro per ingrossare ulteriormente i profitti.

In piena occupazione, dove lo Stato garantisce un lavoro ed un salario a chiunque lo chieda, quello stesso salario diventa il pavimento al di sotto del quale per il piccolo capitalista non sarà possibile andare; con l’intervento dello Stato, dunque, scompare quella logica ricattatoria insita nella domanda di lavoro in presenza di disoccupazione.

Il plusvalore e il pluslavoro – si dirà – continueranno ad esistere, ma verranno sterilizzati, per così dire, da un contesto sociale di lavoro garantito.

In un contesto del genere, insomma, si potrebbe avere, in realtà, la vera libertà d’impresa.

La libertà d’impresa, cavallo di battaglia liberale, viene infatti concepita come un’attività creativa, quasi artistica, cioè relativa alla fantasia e allo spirito innovatore del singolo, che in questo modo comporta benefici alla collettività.

Tutto corretto, purché questa libertà si esplichi secondo un’organizzazione sociale che, come recita l’articolo 3 della nostra Costituzione, rimuova gli “ostacoli d’ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

La libertà d’impresa che non tragga nutrimento dal disagio economico e sociale, insomma, è compatibile – mi si perdoni l’eresia – con uno sviluppo socialista.

Al contrario, questo concetto d’impresa è stato a lungo distorto dalla “ragione liberale” e reso il grimaldello per giustificare un modello di sviluppo capitalistico-predatorio.

Questo tipo di libertà d’impresa, olivettiana e socialista, dunque, può essere incarnata proprio da quei “bottegai”, da quegli artigiani e commercianti, da quei piccoli imprenditori nuovi alleati della classe proletaria.

Il vero problema del capitalismo, infatti, non è il capitale in sé, non è una presunta monolitica borghesia novecentesca, ma è il capitale fattosi sistema, è il capitale monopolistico, cioè il grande e grandissimo capitale, che riesce a farsi Stato e nello stesso tempo ad elevarsi al di sopra dello Stato stesso.

Per questa ragione è pensabile ribaltare gli attuali rapporti proprietari e riaffermare l’impresa pubblica e di Stato senza necessariamente andare ad intaccare la piccola e sana imprenditoria.

Per questa ragione, pertanto, è necessario ripensare il soggetto rivoluzionario che possa portare al superamento del modello capitalistico, allargandone le maglie e rendendosi conto che tra le classi dominanti e quelle subalterne vi è un corpo intermedio variegato, che non può più essere pensato come nemico, o semplicemente come estraneo, ma che anzi va incluso per la semplice ragione di non rappresentare il vero nemico di classe dei lavoratori.

[1] D. Melegari e F. Capoccetti, I «bottegai», l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità, https://www.lafionda.org/2020/05/27/i-bottegai-lultimo-argine-spunti-per-una-politica-oltre-purismo-e-subalternita/
[2] C. Preve, Una nuova storia alternativa della filosofia, Petite plaisance, 2013, pp. 329-330.
[3] D. Melegari e F. Capoccetti, cit.
[4] G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, 2008, p. 368.
[5] A. Gabriele e E.M. Khalil Jabbour, La Cina non è capitalista, 



Nessun commento:

Posta un commento