L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 15 giugno 2020

Tagliarsi le mammelle, accanirsi sulla distruzione del corpo

L’Arcinemico ci guarda


Roma, 8 giugno 2020 

α. Il volto secolare e scarnificato di Jeremy Bentham ci osserva dai recessi della postmodernità.
Scrive Adan Zzywwurath nel secondo volume della sua Fantaenciclopedìa:
“Bentham diede precise disposizioni che riguardavano il futuro del suo cadavere. Lo donò alla Scienza, stabilendo che il suo corpo doveva essere sezionato in una pubblica seduta d’indagine anatomica. Docili alla consegna estrema, gli amici scortarono le spoglie del grand’uomo alla Scuola d’Anatomia di Webbstreet dove, dice il Waree, furono accolte con tutti gli onori. Il dottor Southwood-Smith, prima di squartarlo dinanzi alla platea, dedicò al filosofo un applaudito e commosso discorso di circostanza. 
Bentham dispose nelle sue ultime volontà che il suo corpo venisse poi imbalsamato, imbottito, rivestito con cilindro e bastone da passeggio, e infine posto a sedere su uno scranno e conservato in un’aula dell’University College, in Londra. Ma soprattutto il filosofo diede due direttivi ineludibili: la prima, che la sua mummia fosse mostrata pubblicamente, e per sempre: la seconda, che gli occhi del suo cadavere restassero perennemente spalancati”.

Tale agghiacciante resoconto può costituirsi quale uno dei cippi post quem del Nuovo Mondo; ben prima dei suoi più profondi vaticinatori (Dostoevskij, Zamjatin: entrambi russi) e dei profeti di second’ordine (Huxley, Orwell: entrambi inglesi). Ciò non deve muover la nostra meraviglia poiché se Mosca è una terza Roma, col suo Czar, allora i suoi abitatori non possono che comprendere immediatamente l’intero fenomeno. Gl’Inglesi, invece, poiché coinvolti nel fenomeno, anzi forza attrice e motrice del fenomeno stesso, non ne afferrano l’intima e rovinosa grandiosità. Ma lasciamo perdere tali quiquilie e addentriamoci nell’esame delle precedenti righe.
Chi fu Jeremy Bentham (1748-1832)? Trascriviamo, per comodità, da Wikipedia: “Bentham fu uno dei più importanti utilitaristi, in parte tramite le sue opere, ma in particolare tramite i suoi studenti sparsi per il mondo. Tra questi figurano il suo segretario e collaboratore James Mill e suo figlio John Stuart Mill, oltre a vari politici (e Robert Owen, che divenne poi uno dei fondatori del socialismo). 
Argomentò a favore della libertà personale ed economica, la separazione di stato e chiesa, la libertà di parola, la parità di diritti per le donne, i diritti degli animali, la fine della schiavitù, l'abolizione di punizioni fisiche, il diritto al divorzio, il libero commercio, la difesa dell'usura, e la depenalizzazione della sodomia. Fu a favore delle tasse di successione, restrizioni sul monopolio, pensioni e assicurazioni sulla salute. Ideò e promosse un nuovo tipo di prigione, che Bentham chiamò Panopticon.

La consapevolezza degli squilibri socio-economici, causati dallo sviluppo industriale dell'Inghilterra della seconda metà del settecento, trovò espressione in Bentham come in altri nella dottrina dell'utilitarismo. Bentham è considerato l'iniziatore di questa corrente di pensiero proprio per le sue riforme alla legislazione britannica. Nel 1789 pubblica la sua opera principale Introduzione ai princìpi della morale e della legislazione. Bentham riformula il principio della 'massima felicità per il massimo numero di persone' degli illuministi (Cesare Beccaria, Helvétius, Hutcheson). 
Se la morale vuole diventare una scienza deve basarsi sui fatti (come nel positivismo) e non su astratti valori, infatti la felicità, di cui sopra, non è altro che il piacere. Nell'etica utilitaristica la "felicità pubblica" si pone quale valore sommo. Piacere e dolore sono fatti quantificabili così da poter essere assunti come criterio dell'agire. Bentham formula un'algebra morale cioè un calcolo quantitativo che ci permetta di conoscere le conseguenze dell'agire quantificando la felicità prodotta indirizzandoci verso azioni che massimizzino il piacere e minimizzino il dolore”.
Da questi blandi e innocenti accenni comnciamo a dedurre qualcosa dell’inferno in terra che, almeno i più avvertiti, coloro, cioè, che mantengono un soffio vitale nelle vene, stanno oggi vivendo.

A. Indicativa, solo quale prima curiosità, la combinazione fra la difesa dell’usura e l’abolizione delle leggi contro la sodomia. Come a sancire la ripulsa da un Antico Ordine non più accettabile, nemmeno da coloro che da quell’Ordine traevano vita da sempre. È qui che rinveniamo l’addio a Shakespeare e John Donne: a valediction, si potrebbe dire, d’indole epocale. Il ghiaccio si trasmuta in liquido predisponendosi all’evaporazione; sempre di acqua stiamo parlando, ma non lustrale, bensì materialissima e che andrà, dopo Bentham e fino a noi, a scomporsi nei suoi invisibili elementi basici. Bentham è, infatti, uno dei primi e migliori dissolutori. Fra le acquasantiere e i dispenser da Covid-19 intercorrono, come ognuno può verificare, solo un paio di secoli. Gli eventi hanno accelerato a velocità interstellari.

B. Noteremo, quindi, lo sprezzo per il proprio corpo. Il corpo si dona per lo squartamento, sulla pubblica piazza, e lo si rende fruibile, davanti a tutti, dopo la morte, come se la morte fosse un accidente indesiderato e seccante, oltre che insensato. Cosa rende diversa tale noncuranza per le proprie spoglie dalle brucianti considerazioni del Cristianesimo sulla carne, o dalle aristocratiche impennate di Eraclito (“I cadaveri s’hanno da gettar via più dello sterco”) e di quelle del romanziere ateniese Platone, ovvero dei maggiori corni concettuali dell’Occidente? Questo: la carne è, nell’Antico Ordine, svalutata a favore dell’oltremondano, ma proprio per questo la Morte assume i tratti di una signora incombente e desiderabile cui tributare, alfine, un composto omaggio: le spoglie trattengono parte dell’anima divenendo parte integrante della comunità; il cenotafio ammonisce i vivi prolungando la linea di sangue etica; la memoria, intesa come luogo di sepoltura, origina un centro d’irradizione spirituale: i sepolcri dei più eminenti sono attorniati dai familiari, ma anche da chi, anche nella polvere, vuole rendersi migliore riposando accanto a chi si distinse in vita. Le catacombe cristiane questo sono. Muore un martire della Cristianità; nel luogo dell’eccidio s’erige una basilica; il ventre della basilica si predispone a mundus fra i santi e chi rimane: alle soglie della Morte si scava nei pressi del tumulo dei santi. La città dei vivi tramuta in città dei morti. In Bentham, in cui si ritrova l’attitudine ormai inestirpabile dell’ominicchio postmoderno, il corpo serve esclusivamente al piacere, per ineludibili cause fisiologiche; quando l’efficienza fisica del corpo declina tutto ha termine: di qui il favore con cui si guarda l’eutanasia, l’odio per gli anziani, il dileggio delle consuetudini funebri, il riguardo con cui la carne, creazione divina, una volta sacra, viene continuamente profanata e modellata per il breve tempo epicureo dell’esistenza. Se il corpo non risponde al piacere o ai titillamenti di ciò che ognuno crede piacere lo si fa passare sul lettino sanguinolento d’una folle chirurgia. L’esempio di Angelina Jolie (Angelina Jolie e i destini dell’umanità) è assai significativo di ciò che si va dicendo: farsi recidere le mammelle perché, forse, queste potrebbero ingenerare, nel tempo, tumori maligni, allude a una considerazione di sé stessi quale accozzaglia di elementi materiali fungibili. Il piacere va massimizzato, come credeva Bentham, e solo quello regala la felicità: ogni intervento a massimizzare il piacere è, quindi, lecito, compreso, ma questo Bentham non lo sapeva, la sostituzione dell’organico con l’inorganico. In tale irresistibile sentire si ritrova la meschina apparenza dell’omarino prossimo venturo, ridotto a quasi nulla, sempre più piccolo, perduto in un ansimo di basso edonismo. Il corpo senz’anima va manutenuto, a qualsiasi costo, e, quindi, gettato via e, certo, sottratto al compianto poiché non esiste compianto senza comunità. I cimiteri si faranno sempre più angusti in futuro sino a scomparire del tutto; le prime avvisaglie di ciò vi saranno vendute, come sempre, con irrefutabili motivi igienico-sanitari.

C. Si noterà altresì la mancanza di pudicizia. Il cadavere può essere sbranato, in pubblico, esposto alla gogna pubblica e lasciato in bella vista come una statua di cera, insepolto e sconsacrato come i peggiori criminali dopo l’impiccagione. Siamo alla totale anomia che si traduce in totale amoralità. Una volta si credeva che la maledetta radice di mandragora venisse fecondata dallo sperma degli impiccati. Sarà H.H. Ewers, nel suo Alraune, a delineare la figura di una donna sadica e senza legge, un Golem, un homunculus al femminile ottenuto proprio grazie alla trasmutazioni della mandragora.

D. Bentham non è malvagio né buono: non è niente, a ben considerare gli elementi ultimi della sua povera filosofia. Egli osa, continuamente, distruggendo. Altro non gli resta. La distruzione di ciò che lo precede lo illude (e illude chi lo legge) d’una sua propria grandezza così come un artista postmoderno scambia l’enormità del sacrilegio per meriti personali. I Talebani, mentre cannoneggiavano i Buddha di Bamiyan, saranno stati pervasi da tale sentimento. In realtà l’utilitarismo ci ha donato l’autentica definizione del male che viene dai Lumi, da Lucifero: la dissoluzione, il deserto, la piattezza. Il Male, invece, appartiene a Dio. Se Dio è tutto egli riassume in sé entrambi gli attributi. Se rifiutiamo Dio rifiutiamo sia il Bene che il Male consegnandoci alla stasi, all’entropia irreversibile. Giustamente si dice: “E liberaci dal Male”. Tu Dio, che sei anche Male, poiché Perfetta Totalità, liberacene. Anche se poi ognuno sa che del Male nessuno può liberarci poiché la sua piena manifestazione dona la Vita. Senza i massacri è impensabile la poesia e il ricordo, senza il Male si svalutano quei miracoli impossibili eppure reali del vero altruismo, del sacrificio assiduo di sé.

E. Inutile dire che tali considerazioni valgono per tutti, credenti o meno. La profonda metafisica del mondo è simbolo del divino; e viceversa.

F. Gli occhi di Bentham, dopo due secoli, ci guardano. Il carcere da lui inventato, la prigione perfetta, è il Panopticon. “La struttura del panottico è composta di una torre centrale, all'interno della quale stazionerebbe l'osservatore, circondata da una costruzione circolare, dove sono disposte le celle dei prigionieri, illuminate dall'esterno e separate da spessi muri. Esse erano disposte a cerchio, con due finestre per ognuna: l'una rivolta verso l'esterno, per prendere luce, l'altra verso l'interno, nella direzione di una colonna centrale, nella quale si sarebbe collocato il custode. I carcerati, sapendo di poter esser osservati tutti insieme in un solo momento dal custode, grazie alla particolare disposizione della prigione, avrebbero assunto comportamenti disciplinati e mantenuto l'ordine in modo quasi automatico; inoltre la forma carceraria del panopticon prevedeva che ad ogni singolo detenuto fosse assegnato un lavoro, e così si avviava il processo di passaggio tra una formula carceraria contenutiva ad una formula produttiva”. Bentham si è sbagliato, in tal caso, solo in questo: ai detenuti non verrà assegnato nessun lavoro; essi, semplicemente, vegeteranno in una personalissima a-sofa-lipse; soli, depressi, dimentichi della storia e, quindi, di sé stessi, tremebondi, inetti, spauriti. Davanti gli si prospettano una serie di volgari piaceri progettati dal Potere. Qualche spicciolo gli sarà versato per soddisfarli. Ecco, dunque, passato da poco il Ventesimo Secolo, il mirabile Mondo degli Utopisti del Nuovo Ordine, quasi del tutto realizzato. Ne abbiamo avuto un assaggio durante la cosiddetta pandemia da coronovirus: ognuno nella celletta che riceveva luce dall’esterno - i visori -lotelevisivi – ognuno separato da spesse mura. Le bare, le bare ... i camion militari ... le consuete parate ... Ora si dà la colpa a Conte, è tutta una barzelletta ... Non ne voglio nemmeno parlare. Se, di fronte a questa enormità, l’unica morale strizzata consiste nel consigliare il voto per la Meloni allora siamo in zona neurodeliri. Proprio non entra nella capoccia che il Potere è sempre anfibio. A livelli alti la sofisticazione può essere di buon livello, ma a questi ... siamo ai trucchi da prestigiatore pezzente col coniglio che occhieggia dal cilindro bucato. Che tale banda di piscialletto, il Parlamento intendo, e le alte destituzioni della sedicente Repubblica Italiana, riescano ancora a dare l’impressione, alla maggioranza degli Italiani, di una feroce dialettica democratica non depone a favore degli ultimi Italiani. Le frodi più evidenti avvengono sotto il naso di tutti, in piena comodità e agio. L’intelligenza ha solo brevi contatti con le astuzie della tecnica. Un biologo molecolare può aspirare al Nobel, ma, gettato nella vita quotidiana, risultare un fior di babbeo. L’astuzia, poi, questa secolare forma d’intelligenza popolare, si sostanzia di rugiade, concimi, visioni, oggi inattingibili. Per tacere dell’intelligenza vera e propria che ha nella visione onnicomprensiva dei fenomeni la peculiarità. Un biologo molecolare si erige a genio scientifico: poi entra nel cubicolo e appone la X da analfabeta su Bagnai e Zingaretti. Ditemi voi ... Il citrullame dilaga, come dilagò, per brevi incendi da citrullo, ai tempi di Savona, del Foa derattizzatore della RAI, dei Gilet Gialli ... quante perdite di tempo, quanta stupidità. Una bolgia di stupidità ... ora va di moda Floyd, il tipo soffocato da un poliziotto. Qui la bolgia si fa bufera, tornado, maremoto ... Non c’è niente da fare, il miccame viene risucchiato sempre più nelle spire dell’incomprensione ... il tifo, peraltro, attrae, dà soddisfazione, si concreta in vignette, citazioni da tre palle un soldo, indignazioni da tinello. Intanto Trump raggruma i fessi del proprio elettorato, il manichino democratico quelli opposti, compresi i colorati che, fino a un mese fa, non l’avrebbero votato manco in effigie ... il risultato è che il gioco continua, consolidandosi ancora una volta quando sembrava spacciato.
La democrazia sarebbe davvero una bella cosa, se esistesse.

G. Apprendo, sempre dalla Fantaenciclopedìa, a proposito di elezioni democratiche, un breve aneddoto di Giuseppe Papini: “... a Hardenbergen, in Westfalia, si procedeva all’elezione del podestà in questa maniera. Tutti i candidati sedevano intorno a una tavola col viso inclinato, sì che tutte le barbe toccassero il piano. In mezzo alla tavola veniva posato un pidocchio il quale, dopo aver girato intorno, finiva col salire su una delle barbe protese. Il proprietario della barba prescelta era gridato podestà”. Mi tocca ammetterlo: l’efficienza tedesca tocca qui uno dei suoi vertici. La logica, peraltro, è inoppugnabile. Che un pidocchio sia superiore ai milioni con la matita copiativa rimane un dato di fatto oltre che un bell’esempio di risparmio di tempo e soldo pubblico.

H. Leggo, assai distrattamente, che “Nascono sulle querce e le mangiano i suini” in Parlamento ha salvato “IN cassa; re T; AN gente”. Fuor di allusione: colui che diede le risposte esatte a “La Ruota della Fortuna” ha salvato chi le diede ne “Il Pranzo è Servito”. Una vera casualità.

I. Lo sguardo di Bentham, eyes wide shut, gli occhi perennemente spalancati di chi non è più e dovrebbe averli serrati, ha la qualità effettiva d’una reliquia. Egli è il nuovo santo a protezione del nuovo sacro. Un guardiano della fede, insomma. Come non credergli? Egli osserva noi, soli, ognuno nella celletta del panottico, incapaci di fare alcunché poiché raggelati dalla paura. Siamo spiati, ci spiano? Certo, ci spiano, ma non troppo. Nemmeno ci danno troppo credito. Chiacchiere, chiacchiere, in fondo. Words, words, words, diceva Amleto ... e l’azione? L’azione, fatemelo dire, è impossibile. Quando si accettano le mascherine ai neonati c’è poco da agire.

L. Bentham fu uno dei primi a concepire una comunità inclusiva di tutti i viventi. L’uomo, certamente, ma anche cani, cavalli, mosconi, zanzare e rondoni. Da Bentham prende avvio l’ecologismo fanatico noto come antispecismo. Un esempio di antispecismo, sorta di detronizzazione furibonda dell’umano, è quello dell’evoluzionista Richard Dawkins (genetista in altri luoghi apprezzabile) il quale non rinviene differenza alcuna tra un cucciolo di foca e un neonato. Anzi, a ben guardare (non lo si dice, però), il neonato scoccia molto più del fochino. Recentemente si è abbattuto su di noi - su tutti - un altro tsunami del piagnisteo: la morte dell’elefantessa ancora incinta del suo piccolo. Un profluvio di vignette, indignazioni, metafore e svenimenti concettuali si sono susseguiti inesausti sui social; sino a farmi esclamare, senza volerlo: “I can’t breathe”. Si tratta di quei rigurgiti alla moda che deflagrano con cadenze precise: prima Floyd, poi l’elefantessa. Così, senza un vero motivo profondo se non quello, che verrà negato da tutti, dell’indottrinamento subliminale. La correttezza, le convinzioni, son iniettate quotidianamente, come la crema nei bigné secchi, giorno dopo giorno, tramite mezzi che nessuno sospetta. Un colpo qui uno lì, l’am-micco del DJ alla radio, il fondino in una rivista femminile, la rubrichetta della RAI ... sinché, quando serve, basta alitare sulle corde della cetra per ottenere quelle armonie prestabilite. In conclusione: dei 56.000.000 di aborti umani annuali importa qualcosa a qualcuno?

M. L’antispecismo lo preavvertii nel famoso episodio de La vergine cuccia de Il Giorno di Giuseppe Parini (illuminista anche lui). Chissà se qualcuno c’ha capito qualcosa di quelle notazioni, a suo tempo. Sono legato a quell’episodio letterario anche perché lo vidi riprodotto quasi sotto i miei occhi a Villa Pamphilj, in Roma, allorquando un poveraccio, che tagliava per il noto parco per andare al lavoro (si era, ovviamente, in pieno sciopero dei mezzi pubblici), probabilmente esasperato, ebbe a prendere a calci in culo un botolo di passaggio. La reazione dei padroni, coadiuvati da altri sfaccendati amici delle pulci, si compiacque del linciaggio verbale sin a sfiorare quello fisico.

N. “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est”, afferma Seneca, a ragione. “Nessun vento è favorevole al marinaio che non sa a quale porto attraccare”. Egli, infatti, viene recato a piacere, qua e là, come una foglia secca. Basti pensare a certe controinformazioni sedicenti destre: nel 2001 caricavano a testa bassa contro gli antiglobalisti spaccavetrine mano nella mano con Carabinieri e Gianfranchi Fini; oggi sono attraversati da brividi fallici appena un belinone (uno qualunque, negro o sinistrato o gilettato d’arancio o giallo) sfascia un bancomat o una rivendita d’auto di lusso. Il Potere li porta a spasso, letteralmente, come botoli al guinzaglio.

O. La maggior gloria di Bentham è però il “calcolo felicifico”. Per lui ci si deve basare sull’utilità dell’atto singolo che massimizza il piacere e annichila il dolore (tale è la felicità). Tutto calcolabile. Quando l’atto singolo, oltre che il proprio egoismo edonista, porta acqua al piacere pubblico, perseguendolo virtuosamente, si è in presenza del bene: il bene pubblico, infatti, così inteso, è la massima aspirazione dell’umanità. L’importante è basarsi sui fatti e non sulle questioncelle metafisiche che assillarono per millenni le migliori menti dell’Occidente.
[A Roma direbbero: “È arrivato Cacini”, cioè il rodomonte che prevarica su tutto e tutti. Cacini fu un noto comico del vaudeville romano degli anni Trenta, specializzatosi in tale arrogante macchietta].
Facciamo un esempio: Osama Bin Laden minaccia il mondo (facciamo 5 miliardi di individui). A fronte dei 5 miliardi, cosa sono il mezzo milione di morti e l’altrettanto mezzo milione di mutilati causati dalla caccia all’emiro del terrore? Pinzellacchere. Un milione di morti non sono, in tal caso, un milione di morti bensì la giusta scelta. Si persegue, grazie a un accorto calcolo algebrico-morale, la felicità dell’ecumene: come ognuno può felicificamente calcolare è qui che trae radice, più o meno consapevolmente, l’Enduring Freedom che tanto ci ha intrattenuto durante i primi anni del Ventunesimo Secolo. L’etica si frantuma, quindi, in una serie di equazioni da liceali ripetenti la cui validità è opportunamente stabilita. Da chi? Da Bentham stesso, evidentemente.

P. Come sempre ho un ultimo sfizio da cavarmi: Bentham è un accidente o una logica conseguenza? L’utilitarismo, insomma, che inaugura il Mondo Nuovo, capitalismo e socialismo compresi, è l’atto di volontà di alcuni genî inglesi (Bentham, Hume, Locke, Stuart Mill) o solo il gradino d’una inevitabile catabasi umana? Sono essi agenti o creazioni? Lo stesso può dirsi, e l’ho affermato spesso, per l’arte moderna. Cattelan e Fuksas agiscono lucidamente o sono agiti dalle forze della dissoluzione inevitabile? L’umanità ascende o progredisce o migliora oppure, come credo, degenera, da sempre? Chi sono gli antispecisti: lodevoli innovatori o, come credo, le mosche d’uno stadio della putrefazione? Nell’ultimo caso, Bentham, Bush, Fuksas, Black Lives Matter e compagnia sono innocenti almeno quanto può esserlo il verme conquistatore che si muove, cieco e serpentino, fuori dell’orbita vuota e calcinata del teschio dell’ex civiltà occidentale.

Q. Il calcolo felicifico, come tutti i calcoli del politicamente corretto, è un calcolo sbagliato. Il problema è sempre lì e nessuno lo tocca poiché sembra repellere a qualsiasi contatto. Il problema è che, secondo il polcorretto, non esiste la metafisica, l’oltreuranio, l’assoluto; come fonti per la vita, intendo. Invece queste categorie si sono formate, nel tempo immemorabile, umanissimamente, proprio per consentire la vita. Sono essi stessi calcoli di felicità. E di quelli inoppugnabili. Li si equivoca poiché gli si è assegnato un posto celestiale, ma la bellezza e la felicità son già state computate al millesimo: da chi ne sapeva più di noi tutti. Ci hanno raccontato che derogare a tali leggi ci avrebbe recata la libertà e, invece, avremo in cambio solo il più grande labirinto del mondo, il deserto, e lì resteremo, senza ritrovare il sentiero di casa. Dobbiamo lottare per evitare questo? Forse, ma, lo ripeto, sento crescere in me la consapevolezza che questo è da sopportare poiché è semplicemente inevitabile. Il che non elimina la forza della testimonianza. I martiri, i testimoni. L’uomo decade, il suo orgoglio luciferino ci ha lanciati lungo l’estremo rettilineo, pare impossibile fermare un processo che coinvolge ognuno di noi e persino tutti coloro che ci hanno preceduto. Mi sorprendo a pensare che anche le resistenze fanno parte della disfatta.

R. A tale felicità del calcolo metafisico, quello dell’Antico Ordine, accenna, con la dose di buonsenso a lui peculiare, Miguel Martinez in Sembravano cavarsela benissimo senza di me, laddove esamina il sistema degli aiuti occidentali in Somalia partendo dalla famigerata vicenda di Silvia Romano:
“ONG e militari andavano a caccia di foto dei pochi bambini – scovati tra quelli ammalati per altri motivi – che potevano essere spacciati ai giornalisti per morti di fame, il classico Negretto, insomma. 
E lo fanno ancora oggi, trent’anni dopo ...
Con la parte di cibo che avanzava all’apparato di Siyaad Barre, i nomadi divennero così clienti delle ONG: una breve pacchia, in cui poterono campare senza lavorare, anzi rivendendo il cibo che avanzava ai ‘non profughi’ del posto, in cambio di dover far finta di seguire corsi di pochi ore per diventare ‘contadini’ (il mestiere più disprezzato, nella cultura somala).
Ma questa pacchia divenne il cuore dell’economia somala, e distrusse in un colpo solo tutte le economie tradizionali - nomade, urbana, contadina.
Perché la Somalia, prima che la colonizzassero gli italiani e cercassero di aiutarla gli altri, era uno straordinario eco/antroposistema, in un contesto ambientale delicatissimo ... Così la Somalia è collassata, Siyaad Barre è scappato in Nigeria, gli americani hanno buttato bombe su bombe, le ONG sono scappate.
E sono trent’anni che i somali pagano gli aiuti dei buoni, e i buoni si sentono buoni perché li aiutano”.
Anche qui, insomma, il conto non torna. Si è distrutto, in nome del bene, ancora una volta.

S. Una guerra di almeno tre secoli è stata combattuta dai “felicitatori” contro l’Antico Ordine; e vinta, per il nostro bene. Da tale scontro apocalittico, noi, come i Somali, siamo usciti a pezzi, colonizzati, distrutti, dilaniati, irriconoscibili.

T. Il calcolo sbagliato dei Nuovi Padroni, che finiranno all’inferno assieme a noi, poveri idioti, consiste non solo nell’aver eliminato quelle forme cristalline che, come le stelle fisse, donavano senso e direzione a ognuno, pensando per noi, sgravando dall’anima il risentimento e la preoccupazione per l’incognita della scelta. No, l’errore capitale, totale, catastrofico, consiste nell’aver preterito la bellezza. Persino Konrad Lorenz s’interroga sulla bellezza. Cos’è il bello, egli si domanda. E nella risposta ritrova un quid enigmatico. Esamina il canto degli uccelli, gli stupefacenti colori d’un granchio e nota che non tutto ciò che è bello serve a uno scopo (Il declino dell’uomo, cap. 6). C’è un di più che sfugge al calcolo. E proprio tale “di più” fa saltare ogni regola algebrica dell’utile. Con progressione devastante: se sbaglio la rotta, pur di poco, all’inizio, l’errore si aggraverà mano a mano che procedo nel mare triste e desolato. E poi? Poi mi perderò, esattamente come il marinaio di Seneca.

U. Ancora una volta si cade nell’equivoco. La bellezza? E cosa c’entra? Questa sarà l’obiezione dei migliori. I peggiori diranno: la bellezza è relativa, la bellezza non esiste. Si è perduta la bellezza perchè ritenuta inutile. E, infatti, rilanceranno, entrambi: l’utile cerchiamo, poffarbacco, mica le fisime estetizzanti! I dati ci vogliono, i dati, i grafici, le statistiche! Ammetto che, a volte, ci vogliano le matematizzazioni. E però si continua a non capire. La bellezza di un oggetto non è un particolare estraneo, aggiunto con eleganza posticcia. La bellezza rivela la forza, la durata, la ragione stessa dell’esistenza. Il ponte Morandi fu utile, ma brutto, e attorniato dalla bruttezza: perciò cadde. Le stesse periferie italiane del dopoguerra, tutte, nessuna esclusa, sono orrendamente brutte; infatti cadono a pezzi, esigono manutenzioni nel giro di un decennio e poco più; i cementi si incrinano, le condense abbrutiscono i vani, l’occhio lentamente si spegne davanti a quelle prospettive cancerose. Le architetture, brutte, non sono concepite per l’uomo. L’uomo ha bisogno della bellezza poiché la bellezza si è compiuta in simbiosi con l’uomo per consentire al meglio la vita dell’uomo. A cosa serve polire una colonna, sbalzare foglie su una forchetta d’argento, a cosa serve perder tempo nel definire i piedi d’un mobile, a cosa è utile l’inesausta ricerca dei legni, dei metalli, della carta migliori? A che pro la cura negli sfondi, lo studio delle volte? La bellezza è l’incompresa sommatoria di infiniti atti d’amore verso l’umanità, inconsapevoli forse, ma reali. A tutto questo si è lentamente rinunciato, per l’utile, che doveva liberarci, e ora paghiamo lo scotto con l’estinzione.

V. Il postmoderno è fitto di calcoli sbagliati. Basti osservare il destino del libro o del disco, due manufatti, d'ineguale storia, che permettono il godimento della conoscenza in generale, e della musica in particolare.
Soffermiamoci sull'oggetto libro. Il libro fu concepito per durare, innanzitutto, e, in virtù di ciò, per diffondere il contenuto ai contemporanei e ai posteri. Il libro fu prezioso, a cominciare dal vestimento. Già questo ebbe a costituirsi quale setaccio aristocratico. Se uso legature di pregio, inchiostri e carta finissimi; se profondo me stesso nello studio dell'impaginatura, delle illustrazioni, degli indici, ordisco qualcosa aere perennius, destinato a restare e, quindi, a diffondersi: non solo perché i materiali, fisicamente, lo permettono, ma perché lo permette la bellezza del libro stesso che entra a far parte di un patrimonio familiare o accademico aumentando, nel tempo, la propria stessa aura spirituale. I migliori se ne impossessano, alcuni lo annotano, altri lo ricopiano o, addirittura, lo copiano in toto, quale oggetto. Il libro assume un valore che si riverbera sul contenuto: l'Iliade in una stampa ottocentesca è assai diversa da una brossura del 2020. 
Μῆˉνι˘ν ἄ˘ειˉδε˘ θε˘ὰˉ Πηˉληˉϊ˘ά˘δεωˉ Ἀ˘χι˘λῆˉοˉς su carta ottocentesca vale molto di più delle medesime parole stampate oggi. La bellezza artigianale rende splendide quelle parole, la mediocrità del vestimento, invece, le avvilisce. In un fattore apparentemente non economico si cela la chiave del declino economico di un intero settore, quello editoriale, in via irrimediabile d'estinzione. Son bastati trent'anni. Ragionavano gli utilitaristi: a che pro uno spreco del genere? Razionalizziamo. E si tagliava su tutto: si appiccicava invece di legare, si gettavano alle ortiche i torchi, si abbandonavano le copertine di pregio, con belle costolature, per venire incontro al "popolo" con orrende cover fumettistiche, sciocche e sgargianti; cosa cambiava, credevano, il contenuto è lo stesso! I primi a risentirne furono i rivenditori dell'usato e gli antiquari, oggi ridotti nelle trincee. Se il libro perde valore intrinseco, come oggetto, perché collezionarlo? Perché tramandarlo? Perché prendersene cura con spolverature e accorte ricognizioni contro le tignole? La bibliomania e le sue perversioni sparirono gradatamente in luogo dell'usa e getta. L'ondata di pubblicazioni stercorarie in allegato a giornali e riviste diede il colpo di grazia: il libro, decaduto come oggetto, prese a essere snobbato anche per ciò che recava in sé. Si comprese, troppo tardi, che forma e sostanza costituivano un sinolo inscindibile. Perché? Perché ciò che rendeva il libro "bello" era ciò che lo rendeva umano: le dita e gli occhi, appagati, stimolavano la comprensione e l'amore verso Μῆˉνι˘ν ἄ˘ειˉδε˘ θε˘ὰˉ Πηˉληˉϊ˘ά˘δεωˉ Ἀ˘χι˘λῆˉοˉς. La bellezza, insomma, è essenziale; rinunciarvi, in nome d'un calcolo sbagliato, decreta sempre la morte di ciò che l'oggetto reca: la letteratura, in tal caso, inteso nel senso più ampio.

Z. I Bentham, tuttavia, amano rilanciare i propri calcoli errati. Se il mercato editoriale crolla è colpa degli ignoranti e del web. E allora rilanciamo: gl'ignoranti saranno vellicati da una marea di libri a loro consoni (solo in Italia si sfiorano i 70.000 titoli l'anno), il web combattuto con le stesse armi: ecco l'e-book. Gl'ignoranti, martellati da gialletti e mistery, storie di cucina e di sesso, alla lunga, però, sono preda d'un colpo di genio: se devo leggere l'ennesimo gialletto siculo (15-20 euri), stampato alla buona, pronto per la spazzatura fra due o tre anni, sai che faccio? Me lo guardo in TV. E l'e-book, nuovo gadget irrinunciabile del sinistrame mid-cult? Anche qui ci sono problemi. I micchi si apprestano a leggere, ma la lettura è mediocre, lo schermo, opaco o luminoso, divora col proprio grigiore lo splendore intrinseco della parola stessa. "J'ai plus de souvenirs que si j'avais mille ans", "In me son più ricordi che se avessi mille anni", trasposto dalle gialliture croccanti delle edizioni d'antan, non è più lo stesso. Sembra lo stesso, ma non lo è così come le monete di Borges in Orbis Tertius. Tutto diviene in-differente poiché i sensi, che predisponevano all'ascolto e alla comprensione, non vengono stimolati. L'occhio s'appisola, le mani paiono stringere un volgare elettrodomestico, le orecchie son orfane del fruscio che batteva unisono col muscolo cardiaco, il naso più non aspira gli afrori consueti: tanto vale farselo iniettare nella nuca, ragiona il mid-cult, e l'e-book, dopo una breve vittoria, crolla. Risultato di trent'anni di utilitarismo: nessuno, di fatto, legge più, nonostante ci si affatichi a fornire statistiche perfettamente false e la laurea di "maestro" a qualche cialtrone di passaggio con la tessera di partito. E chi non legge più, in assenza d'una cultura orale e domestica, si avvia all'apatia narcolettica poiché incapace di ritenere e organizzare significati e concetti.
Vedete come l'ignorare la bellezza, insondabile ai detector più superficiali, porti a conseguenze fatali.

Ω. Il volto del Grande Fratello, mutuato dal Benefattore di Zamjatin, mantiene nell'immaginario una valenza fascinosa. Un padre onnipotente e benigno cui rilasciare la volontà, e le ultime volontà. Credo, tuttavia, che tale icona, rilanciata superficialmente da blockbuster e fumetti, conservi ancora qualcosa di accettabile, di hollywoodiano. A mio avviso, girata l'ultima curva del postmoderno ci troveremo di fronte il musi scarnificato di Bentham, gli occhi spalancati sul gregge, la nuca rivolta al futuro inesistente. I più saranno morti, o pazzi. Con un brivido universale, allora, dalla labbra scure e serrate, proverrà un bisbiglio inaudito, apocalittico: "Sinite parvulos venire ad me!".

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