L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 1 giugno 2020

Una classe politica&dirigenziale incapace ed euroimbecille trascura completamente Strategie per uscire dal pantano tipo il nostro Piano di Salvataggio Nazionale del 31 marzo 2020


MONDO
Come Francia e Germania stanno rintuzzando la crisi da pandemia

di Redazione Start Magazine
31 maggio 2020



Numeri, commenti e raffronti su come i maggiori Stati europei, come Francia e Germania, stanno fronteggiano la crisi economica da Covid-19. L’approfondimento di Le Monde

La storica recessione causata dal contenimento del virus ha accentuato ancora una volta le divergenze: i Paesi più colpiti in Europa sono i più indebitati e i meno capaci di destinare risorse significative alla ripresa economica, scrive Le Monde .Nel medio termine, questi divari sempre più ampi tra i 27 Stati membri comportano numerosi rischi per l’Unione Europea : una nuova crisi nella zona euro, un aumento dell’euroscetticismo e nuove divisioni all’interno di una struttura che è già stata minata dal susseguirsi di diverse crisi (finanziaria, migratoria e del Brexit) negli ultimi dieci anni. “Se non agiamo con decisione, vedremo crescenti distorsioni nel mercato unico e disuguaglianze sociali destabilizzanti”, ha detto Ursula von der Leyen, presentando mercoledì 27 maggio il suo piano di ripresa da 750 miliardi di euro. Per questo, ha spiegato il Presidente della Commissione Europea, vuole che 500 miliardi di euro siano trasferiti nei paesi più colpiti dal virus e dalle sue conseguenze economiche.

È un dato di fatto che la portata della pandemia non è stata la stessa in tutti i paesi. Alcuni, come l’Italia e la Spagna, sono stati colpiti duramente. Altri, come il Portogallo o la Germania, hanno meno malati. Inoltre, alcuni settori impiegheranno molto più tempo di altri per riprendersi . Ad esempio, il turismo e il trasporto aereo, per citarne solo due, non sono pronti a tornare ai livelli di attività precedenti. Come dimostrano le ultime previsioni della Commissione, pubblicate all’inizio di maggio, l’Europa meridionale cadrà in recessione nel 2020 in modo molto più brusco rispetto ai suoi partner settentrionali. E la sua capacità di rimbalzo è, secondo le proiezioni per il 2021, anche meno probabile.

Così, dopo anni di ridimensionamento del settore pubblico, e afflitto da un debito che rimane molto alto nonostante anni di austerità, la Grecia sta letteralmente sprofondando. Spagna e Italia non stanno facendo molto meglio, con il prodotto interno lordo (PIL) in calo di oltre il 9% quest’anno. Per quanto riguarda la Francia, è appena indietro in questo triste elenco.In questo contesto, questi paesi si stanno ora limitando. E questo si può vedere in diversi indicatori. Ad esempio, mentre gli aiuti di Stato che la Commissione ha autorizzato dalla comparsa del virus ammontano a 1 900 miliardi di euro, più della metà (996 miliardi di euro) provengono da un solo paese: la Germania, ovvero il 29% del suo PIL. La Francia (324 miliardi di euro) spende il 13,4% del PIL, l’Italia il 17% e il Belgio l’11%. In Spagna, l’importo scende solo al 2,2%. Shahin Vallée, economista della London School of Economics, ha esaminato la differenza tra ciò che fanno Francia e Germania.

Ad esempio, le spese dirette in Germania sono due volte più elevate che in Francia, così come le garanzie statali. Ma è sugli apporti di capitale alle imprese private che è il più alto: la Germania ha speso il 6% del suo PIL per questo, sei volte di più della Francia. I due Paesi, invece, hanno liberato circa il 2% del loro PIL per misure di liquidità (ad esempio, concedendo termini di pagamento per spese o tasse). “Finché i paesi del Sud Europa non sapranno quale sarà l’accordo europeo per un piano di ripresa, non si permetteranno di spendere di più – e di indebitarsi di più – per sostenere le loro economie”, spiega il signor Vallée. Tanto più che “ci troviamo in un mondo in cui la reazione della BCE alla decisione di Karlsruhe [la Corte costituzionale tedesca ha recentemente criticato l’azione della banca centrale] è incerta”, ha continuato Vallée. Che si tratti di Roma, Madrid o Atene e, in misura minore, Parigi, questi Paesi vogliono a tutti i costi evitare di trovarsi in una situazione in cui, tra due anni, Bruxelles chieda loro di tornare sulla via del consolidamento del bilancio, cosa che non sarebbero in grado di fare. Di conseguenza, avrebbero sempre più difficoltà a finanziarsi sui mercati e, per quelli di loro che comunque appartengono alla zona euro, non ci sarebbe altra soluzione che accettare l’amministrazione fiduciaria, come già sperimentato dieci anni fa ad Atene.

(Tratto dalla rassegna stampa estera di Eprcomunicazione)


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