L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 10 luglio 2020

Ha ragione chi ritiene che la Germania abbia più interesse a non spogliarci troppo, mentre gli appetiti della Francia nei nostri confronti sono più che provati. Fuori da Euroimbecilandia, via le basi militare statunitensi dal territorio italiano, si alla Strategia del Mare Nostrum e l'Italia non è piccola ma i suoi governanti con le televisione e i giornalisti professionisti

USA-CINA/ Nella partita delle alleanze l’Italia gioca (e cade) su due tavoli

Pubblicazione: 09.07.2020 - Dario Chiesa

La contrapposizione fra Usa e Cina spinge gli altri paesi a riconsiderare la propria posizione geopolitica. E l’Italia rischia di sbagliare mossa

Xi Jinping e Donald Trump (LaPresse)

La sempre più netta contrapposizione tra Stati Uniti e Cina spinge gli altri Paesi a riconsiderare la propria posizione geopolitica, non necessariamente schierandosi con l’uno o l’altro contendente. Anche nella precedente Guerra fredda vari Stati, i cosiddetti “non allineati”, non si erano schierati in favore di uno dei due blocchi contrapposti, il Patto Atlantico e il Patto di Varsavia.

La situazione si presenta ora più complessa. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il mondo appariva ormai soggetto alla Pax Americana, con una minore necessità di strette alleanze. Anche all’interno della sopravvissuta Alleanza Atlantica, i vincoli si sono a mano a mano allentati, come dimostrano le ricorrenti discussioni sulla Nato. La Russia sembrava costretta in un angolo e la Cina una fabbrica a buon mercato per l’Occidente, con il vantaggio, rispetto ad altri Paesi emergenti, di un rigido sistema che non lasciava adito ad improvvise rivoluzioni e sufficientemente avanzato per produrre secondo standard accettabili.

L’espressione “fatto in Cina” era diventata la traduzione pratica del concetto “value for money”: un prodotto cinese durava molto meno dell’equivalente fatto in Italia, ma il prezzo lo rendeva comunque conveniente. Anche allora la Cina era una brutale dittatura, ma questo problema era lasciato ai cinesi. Questo schema ha coinvolto tutti i Paesi europei e gli Stati Uniti, che alle delocalizzazioni hanno aggiunto la proficua allocazione di notevoli quantità del loro debito pubblico.

Ora il meccanismo si è rotto e Russia e Cina sono tornati a essere i principali nemici degli Usa, con un certo disorientamento dei loro alleati. Cessato il pericolo del nemico comune, si è resa evidente la divaricazione degli interessi di ognuno, ma anche la libertà di perseguirli, magari a scapito degli stessi alleati. Basti pensare ai problemi interni all’Ue e alla completa incapacità dell’Unione di elaborare una politica estera comune, proprio per i divergenti interessi degli Stati membri.

Per la verità, un nemico comune era ultimamente sorto, rappresentato dall’estremismo islamico e dal terrorismo da esso generato, che ha colpito moltissimi Paesi europei, fino a farlo diventare l’obiettivo principale della Nato, prima che ritornasse a esserlo la Russia. La minaccia, però, è stata affrontata come una questione essenzialmente di polizia e di intelligence dei vari Paesi. La politica estera ha seguito altre linee, “scegliendo” terrorismo e Stati da combattere. Così l’Iran è diventato il nemico numero uno per Washington, ma l’Arabia Saudita è rimasta un fondamentale alleato, ad onta del suo regime autoritario sostenitore di movimenti fondamentalisti come wahabiti e salafiti.

Questa intricata situazione pone gravissimi problemi a un Paese come il nostro, che non ha mai brillato per una consistente politica estera e che da decenni vive, diciamo così, alla giornata. In più, il potere economico, finanziario e politico europeo si è concentrato al Nord, mentre l’Italia si trova in prima linea di fronte alle tragedie che stanno scuotendo Nord Africa e Medio Oriente, senza avere nessuna voce in capitolo.

Sulla carta, sembrerebbe conseguente un ruolo da non allineato, ma l’Italia è troppo grande in Europa perché le possa essere consentito e troppo piccola per poterlo esercitare con efficacia, come a suo tempo l’India. L’attuale governo parrebbe tentato da questa strada, combinando europeismo con simpatie cinesi, ma rischia di essere solo un tentativo perdente di giocare su due tavoli.

Lo sbocco naturale dovrebbe essere l’Ue, ma di fatto questo significa allearsi, meglio mettersi al seguito, o di Francia o di Germania. La nostra colpevole debolezza non ci permette il ruolo di terzo giocatore più o meno alla pari e rimane la scelta dell’alleanza che, detto brutalmente, comporta meno “svendita” da parte nostra. Forse ha ragione chi ritiene che la Germania abbia più interesse a non spogliarci troppo, mentre gli appetiti della Francia nei nostri confronti sono più che provati. Tuttavia, un’alleanza troppo stretta con la Germania potrebbe porci qualche problema, date le attuali tensioni con Washington, tra l’altro per gli intensi rapporti di Berlino con la Cina.

Gli Stati Uniti sono da molti autorevoli commentatori visti come la scelta migliore, forse obbligata, per l’Italia, malgrado il loro attuale marasma interno e una politica estera ormai da anni quantomeno discutibile. E’ questo, ad esempio, il parere di Giulio Sapelli che, però, parla di un tempo di attesa, direi non breve, per “una rifondazione dell’impero nordamericano, sempre più indispensabile per gli Usa e per tutto il mondo”. Ciò prevede una serie di interventi su scala mondiale che cambierebbe notevolmente lo scenario attuale, attribuendo nuovi e importanti ruoli in funzione anti-cinese a Paesi come Russia, India e Giappone.

Gli Stati Uniti non sono gli unici con una importante crisi interna, perché la non lontana uscita di scena di Angela Merkel potrebbe farci trovare di fronte a una Germania diversa da quella che abbiamo visto finora. Né la situazione francese, come dimostrato dalle recenti elezioni e le conseguenti difficoltà di Macron, semplifica la situazione.

Pur con le difficoltà illustrate, sembrerebbe quindi confermata la necessità di stringere alleanze reali e non nominali. In questo senso, non vi può essere dubbio che, anche con una nostra posizione subalterna, Stati Uniti, Germania, Francia siano incomparabilmente preferibili alla Cina. Dovremmo, però, tentare di arrivare a queste alleanze in condizioni migliori, magari ribaltando lo strumentale assunto di D’Azeglio: gli italiani ci sono, ora bisogna fare l’Italia. Altrimenti, tanto vale un “liberi tutti” e ciascuno si scelga il padrone che più gli aggrada.

Nessun commento:

Posta un commento