L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 5 luglio 2020

I tedeschi hanno il controllo di Euroimbecilandia, il Progetto Criminale dell'Euro può andare avanti

Ecco i 18 tedeschi che comandano a Bruxelles

5 luglio 2020


Il sito Politico.eu ha confezionato un ampio reportage dedicato a 18 alti dirigenti tedeschi che a Bruxelles fanno il bello e il cattivo tempo, controllando anche nelle virgole tutti i fascicoli della Commissione europea. L’articolo di Tino Oldani, firma di Italia Oggi

Il sito Politico.eu ha confezionato un ampio reportage dedicato a 18 alti dirigenti tedeschi che a Bruxelles fanno il bello e il cattivo tempo, controllando anche nelle virgole tutti i fascicoli della Commissione europea.

Dei 18 «most powerful Germans» a Bruxelles, il sito pubblica i nomi, le foto e un documentato curriculum, svelando in alcuni casi episodi finora sconosciuti. In buona sostanza, la documentazione più efficace che dimostra quanto l’Unione europea sia ormai un’Europa germanizzata, dove i principi dell’ordoliberismo sono stati copiati nei trattati e la loro attuazione affidata ad alti dirigenti di madrelingua tedesca, selezionati ad hoc per le posizioni chiave di Bruxelles.

Piaccia o meno, è con questa realtà di potere che l’attuale governo italiano e quelli dei prossimi anni, quale che sia il loro colore, dovrà fare i conti, sapendo in partenza che i desiderata italiani, in mancanza di adeguate riforme strutturali (i famosi «compiti a casa» della Merkel), resteranno sempre tali. Il che, considerato il modesto livello della classe politica italiana e la costante vocazione dei governi a sperperare il denaro pubblico in bonus, mance e sussidi al posto di investimenti, non sarebbe neppure un male.

Servirebbe troppo spazio per dare conto di tutti i 18 superdirigenti tedeschi. Ma alcuni sono imperdibili. Prendiamo Michael Hager, capo di gabinetto esecutivo del vicepresidente Valdis Dombrovskis, che supervisiona l’operato di Paolo Gentiloni, commissario Ue per l’Economia. «È l’uomo le cui dita sono in ogni torta», scrive Politico di Hager. «Il suo compito è di trasmettere le priorità del Ppe (Partito popolare europeo) alla Commissione, mantenendo stretti rapporti con gli altri due vicepresidenti della Commissione, Frans Timmermans e Margrethe Vestager. Egli è infatti un importante punto di riferimento per la Cdu di Angela Merkel e per il partito gemello, la Csu della Baviera. E tiene d’occhio il commissario all’Economia Paolo Gentiloni: in marzo, quando il commissario italiano ha dato un sostegno pubblico alla richiesta italiana di mettere insieme i debiti attraverso gli eurobond, Hager ha bocciato all’istante la proposta, dichiarando che l’Ue non deve impantanarsi in un dibattito ideologico». Il che rende bene l’idea di quanto Gentiloni conti a Bruxelles, vale a dire poco o nulla, visto che a smentirlo sugli eurobond è bastato un capo di gabinetto, ovviamente tedesco.

Non meno «potenti» di Hager sono Bjorn Seibert e Jens Flosdorff, rispettivamente capo di gabinetto e consigliere per la comunicazione di Ursula von der Leyen, nonché suoi fidati collaboratori da quando Ursula era ministro della Difesa in Germania. Entrambi, al pari di Hager, hanno avuto voce in capitolo nella stesura della bozza del Recovery Fund, il piano di aiuti Ue per i paesi più colpiti dal Covid-19. Un piano che la Merkel sostiene, convinta di farlo approvare all’unanimità dai 27 paesi Ue, nonostante le resistenze dei cosiddetti paesi frugali.

I rapporti con la Cina sono un altro punto chiave che Merkel ha inserito nell’agenda dei prossimi sei mesi. E a Bruxelles, spiega Politico, ci sono ben quattro personaggi pronti ad assecondarla. I primi due sono Michael Clauss e Susanne Szech-Koundouros, rispettivamente ambasciatore tedesco presso l’Ue e la sua vice. Clauss, stimato come abile negoziatore su temi cruciali come il commercio, la finanza e la politica estera, è stato ambasciatore tedesco a Pechino. Sia per lui che per la sua vice i prossimi sei mesi richiederanno un impegno non facile: il mercato cinese rimane fondamentale per l’economia tedesca, orientata all’export.

Al loro fianco avranno Sabine Weyand, che è a capo del Dipartimento del commercio, uno dei più importanti della Commissione Ue: donna dal carattere schietto e duro, la Weyand è nota come «poliziotto cattivo» per il ruolo svolto a fianco di Michel Barnier nella trattativa per la Brexit, tuttora da definire: un problema in più per il semestre della Merkel. Il quarto esperto di questioni cinesi è Gunnar Wiegand, per quattro anni negoziatore degli accordi commerciali tedeschi con Pechino, ora al fianco della Merkel nel preparare il futuro summit di Lipsia tra l’Ue e Cina.

Una regola non scritta, ma praticata con sagacia da Berlino, è di disporre di un proprio dirigente di fiducia al fianco dei commissari Ue più in vista. Così ecco Christina Canenbley, vice capo di gabinetto della Vestager, responsabile dell’Antitrust Ue; Renate Nikolay, capo di gabinetto di Vera Jourovà, commissaria Ue per la trasparenza, incaricata di contrastare le fake news; David Mc Allister, capo del comitato per gli affari esteri presso il Parlamento europeo, nonché del gruppo che deve monitorare le future relazioni tra Ue e Regno Unito, da sempre membro della Cdu, con stretti legami personali con la Merkel.

Sono, poi, ben cinque i tedeschi incaricati a vario titolo di tenere sotto controllo il Parlamento europeo, di cui è presidente l’italiano David Sassoli: Bernd Lange (comitato per il Commercio), Monika Hohlmeier (Bilancio), Klaus Welle (segreteria generale), Daniel Caspary (capo del gruppo Cdu), Manfred Weber (capo del gruppo Ppe). L’ultimo dei «powerful Germans» è Martin Selmayr, discusso ex capo di gabinetto di Jean-Claude Juncker, declassato da Ursula a rappresentante della Commissione presso l’Austria, ma tuttora piuttosto ammanicato col potere: le prime anticipazioni ai media sui contenuti del Recovery Plan, infatti, le ha date lui, senza essere smentito.

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