L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 12 luglio 2020

NoMes - i giornalisti professionisti ripetono una menzogna all'infinito finchè diventi una realtà. Loro si accodano alla classe dirigente italiani in odio agli italiani per continuarli a spremerli per continuare a farli tiranneggiare dagli stranieri

Il Mes? Un cavallo di Troia, ecco perché

12 luglio 2020


L’approfondimento dell’analista Giuseppe Liturri su Mes e dintorni

La recente elezione dell’irlandese Paschal Donohoe a presidente dell’Eurogruppo non è certamente un buon viatico per la difesa degli interessi dell’Italia nella settimana che sta per aprirsi. Tra Consiglio Direttivo della Bce e Consiglio Europeo in cui entrerà nel vivo la trattativa per il Recovery Fund, il nostro Paese si gioca parecchio. E pare che siano stati piuttosto modesti, almeno finora, i risultati raccolti dal Presidente Giuseppe Conte durante il suo pellegrinaggio in alcune capitali europee, tra cui Madrid, nell’intento, peraltro lodevole, di cercare una piattaforma comune per il negoziato ormai alle porte (col Mes convitato di pietra).

A proposito del Mes, pare che la strategia prescelta dai suoi sostenitori sia proprio quella di ripetere una menzogna all’infinito, finché diventi una verità. Ma, purtroppo per costoro, i documenti ufficiali che circolano tra Parlamento Europeo e Commissione, confermano i peggiori sospetti sul fatto che il Mes sia un cavallo di Troia.

Infatti basta scavare in un apparentemente oscuro regolamento delegato (877/2013), la cui modifica ad opera della Commissione UE è passata giovedì 2 luglio per la Commissione affari economici dell’Europarlamento affinché potesse esercitare un eventuale diritto di veto, per svelare il grande bluff del Mes “privo di condizioni”.

Facciamo un passo indietro e partiamo dal 7 maggio scorso, quando i Commissari Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni garantirono, con una letterina di due pagine e mezza all’Eurogruppo, che la Commissione avrebbe di fatto disapplicato buona parte dei suoi poteri di monitoraggio nell’ambito della sorveglianza rafforzata e della sorveglianza post programma prevista a carico dei Paesi che avessero fatto ricorso al prestito del Mes.

Ma, siccome il diavolo della complessa costruzione normativa che parte dall’articolo 136(3) del Trattato per il Funzionamento dell’UE, passa dal Trattato del Mes e termina con i Regolamenti del two-pack (472/473), fa tutte le pentole ma non dispone dei necessari e numerosi coperchi, qualcosa è rimasto scoperto.

La Commissione è stata infatti costretta a cambiare le tabelle del Regolamento Delegato 877/2013, inizialmente previste per tenere sotto stretto controllo il bilancio dello Stato che beneficia del prestito del Mes. Tali tabelle servono per attuare l’“attento monitoraggio” previsto dall’articolo 10 del Regolamento 473, richiamato dall’articolo 3(2) del Reg. 472/2013. La modifica proposta e passata in Commissione senza veto, prevede la compilazione di una nuova tabella informativa su base trimestrale che, nel solo caso della linea di credito Pandemic Crisis Support (PSC), sostituisce le precedenti tabelle. Un aspetto tutto sommato secondario che poteva ben essere gestito – disapplicando quest’ultima norma assieme a tutte le altre del Regolamento 472 – dalla lettera del 7/5.

Invece no. È stato necessario un intervento legislativo e questa necessità assesta al castello di carte del Mes, secondo alcuni liberato da ogni condizione solo perché c’è una letterina di 2 pagine, un duplice colpo:
Comunicare le spese con cadenza trimestrale fino al momento dell’erogazione dei fondi, ribadendo che trattasi solo di costi diretti ed indiretti di cura, prevenzione ed assistenza sanitaria, oltre a parte dei costi complessivi del sistema sanitario attribuibili al contrasto alla pandemia, significa delimitare con precisione le spese finanziabili e sgombrare il campo dai progetti fantasiosi di potenziamento del sistema sanitario che prevedevano spese per nulla connesse con il Covid 19. Quindi questa condizione di accesso al Mes si rivela essere molto più stringente di come in molti l’hanno superficialmente intesa. Inoltre quell’obbligo di informativa vige proprio per verificare che ci siano spese finanziabili all’interno del perimetro definito e quindi si possano ricevere i fondi. È una condizione molto seria.
Quella lettera del 7/5 è la pistola fumante della malizia della Commissione e del Mes. Si ritiene infatti necessario emendare un Regolamento per un aspetto piuttosto secondario come una tabella di rendicontazione ed invece si ritiene sufficiente una letterina per invocare la “non applicazione” dell’articolo 3 commi 3, 4 e 7 (proprio quest’ultimo comma conferisce al Consiglio il potere di “raccomandare allo Stato membro di adottare misure correttive precauzionali o di predisporre un progetto di programma di aggiustamento macroeconomico”), dell’articolo 6 (valutazione della sostenibilità del debito), dell’articolo 7 (programma di aggiustamento macro) e dell’articolo 14 del Regolamento 472 (sorveglianza post-programma). Roba da far saltare sulla sedia i giuristi che abbiamo interpellato sul tema. All’improvviso scopriamo che una lettera è fonte del diritto. Quando invece per modificare aspetti essenziali di un regolamento, come quelli elencati, non è nemmeno sufficiente un regolamento delegato; serve un vero e proprio regolamento. Perché non hanno emendato anche quegli articoli? Perché non potevano in quanto sarebbe stato manifestamente illegittimo ed in contrasto con la volontà dei Trattati. La Commissione si è quindi limitata a fare quanto consentito: cambiare quel poco che poteva e lasciare tutto il resto, cioè la parte più rilevante, a carico della letterina che è l’equivalente giuridico di una pacca sulla spalla. Il Regolamento 472/2013 è rimasto intonso.

La tesi dell’assenza di condizioni cade miseramente perché equivoca sul fatto che esse siano solo quelle per l’accesso alla linea di credito. È infatti corretto affermare che le condizioni di accesso, contenute nel protocollo d’intesa firmato all’atto della richiesta e nel dispositivo di assistenza finanziaria, in questo caso sono limitate alla destinazione della spesa alla finalità prima descritta. Ma non è detto che un protocollo d’intesa con quell’unica condizione regga allo scrutinio di qualche Corte. Successivamente, dal momento della richiesta (al più tardi il 31/12/2022) al momento dell’erogazione dei fondi (entro i 12 mesi successivi), vige infatti la sorveglianza rafforzata – ripetiamo, affatto depotenziata da una letterina – con tanto di analisi di sostenibilità del debito e possibilità di introduzione di misure correttive. Dopo l’erogazione e fino al rimborso del 75% del debito, c’è la sorveglianza post programma con facoltà di misure correttive anche in questo caso. È questo il rischio del Mes per noi e la sua grande virtù per il blocco nordico che ci vuole al guinzaglio. È noto a tutti che il potere di condizionamento del ciclo di coordinamento del semestre europeo è ben poca cosa rispetto agli strumenti qui descritti. Ecco perché ci vogliono “offrire” il Mes. Per 10 anni l’Italia sarà sotto scacco.

Stupisce che in questi giorni abbiamo avuto modo di leggere su Twitter un professore bocconiano incappare in clamorose imprecisioni come “una tabellina sostituisce la sorveglianza macroeconomica” ed altre amenità varie. Aldilà della palese falsità di tale affermazione, non cogliere la differenza tra il fatto che la sorveglianza rafforzata e quella post-programma sono innescate automaticamente dal Mes, a differenza della valutazione discrezionale in caso di deviazione dal Patto di Stabilità, significa proprio sottovalutare la principale “virtù” del Mes agli occhi dei Paesi nordici. Cioè il suo maggior potere disciplinante. Col Mes, la Troika è già a Roma e garantisce così anche gli acquisti della Bce eseguiti con la massima flessibilità.

Ora si comprende il motivo per cui quell’apparentemente innocua tabella di rendicontazione ha ricevuto il voto contrario degli eurodeputati leghisti Antonio Rinaldi, Francesca Donato e Marco Zanni e, a sorpresa, dell’eurodeputato Piernicola Pedicini del M5S che ha dichiarato al nostro giornale che il Mes era e resta “una polpetta avvelenata” niente affatto indorata dal cambiamento di una tabella.

(Versione integrata e aggiornata dell’articolo pubblicato dal quotidiano La Verità il 4 luglio)

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