L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 luglio 2020

NoMes - la legge impone agli stolidi del governo di porre in votazione il Mes. E la Bce non è banca centrale prestatore di ultima istanza

Come Monti smaschera i problemi di Mes, Italia e Ue

1 luglio 2020


Pensieri e auspici di Mario Monti su Mes e non solo analizzati da Giuseppe Liturri

Ciascuno giudicherà meriti e demeriti dell’azione politica del Senatore a vita Mario Monti. Ma gli va senza dubbio ascritto un merito: quello di parlare con chiarezza, senza giri di parole e con cognizione di causa.

Diventa quindi quasi obbligatorio commentare, paragrafo per paragrafo, quanto scritto oggi sul Corriere della Sera.

Al Consiglio europeo del 16-17 luglio, quando saranno prese le decisioni fondamentali per i prossimi sette anni (bilancio della UE) e in particolare per i prossimi due-tre anni (Recovery fund), sarebbe deleterio per l’interesse nazionale, per i cittadini italiani, per l’economia italiana, se il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (qualunque opinione si abbia di lui o del suo governo) dovesse presentarsi dimissionario ; oppure, pur nella pienezza formale dei suoi poteri, con autorità dimezzata per il fatto di rappresentare un Paese che, per quanto riguarda la sua posizione in Europa, appare incapace di intendere e di volere.

Nel lodevole invito ad assumere in Europa una posizione negoziale chiara e forte, il Senatore dimentica che spremendo una rapa non si ottiene granché. Non può non sapere che questo governo è frutto di un esperimento in vitro concepito nella scorsa estate, tenuto insieme da un unico collante: il No ad un avversario politico. Abbastanza poco, soprattutto per affrontare i marosi di una trattativa europea. Continuare ad ignorare questo fattore di debolezza strutturale e, per di più, chiamare un corpo gracile ad uno sforzo notevole, significa invocare un miracolo.

La prima ipotesi potrebbe verificarsi se, in un eventuale voto parlamentare sul Mes, una parte del Movimento 5 Stelle fosse contrario all’attivazione del Mes, come larga parte delle opposizioni (Lega e Fratelli d’Italia) e dovesse così determinarsi, malgrado l’eventuale voto favorevole di Forza Italia, una prevalenza del No al Mes. Ciò causerebbe una spaccatura all’interno del governo e verosimilmente una crisi.

Ma anche nel caso in cui vincesse il Sì al Mes, con un margine esiguo e dopo un dibattito al calor bianco, tutti gli altri Paesi europei resterebbero sbigottiti. “Ma come – si chiederebbero dalla Merkel in giù – l’Europa è la più grande operazione di solidarietà della sua storia, la vara, malgrado tante resistenze altrove, soprattutto per i Paesi più colpiti, Italia in primis, e l’Italia da una parte rifiuta di usare fondi già decisi e senza condizioni, proprio come Roma li voleva, dall’altra insiste perché il Recovery fund sia più elevato e perché sia ancora maggiore la quota di esso costituita da sussidi invece che da prestiti ! Noi tutti facciamo grandi sforzi per raggiungere l’unanimità, se no questo accordo salta, ma Giuseppe non riesce neanche a mettere d’accordo il suo parlamento e neppure il partito che l’ha espresso. Forse dovremmo ascoltare di più i nostri colleghi frugali !”.

Qui Monti, impersonando le perplessità della Merkel, vuole che il Parlamento accetti qualcosa che non corrisponde alla realtà e dichiara, senza tanti infingimenti, che il Mes potrebbe essere merce di scambio con il Recovery Fund. Ma se così fosse, allora saremmo davanti all’aperta ammissione che il Mes è penalizzante e che deve trovare la sua contropartita proprio nel Recovery Fund. Inoltre non esiste la “più grande operazione di solidarietà della storia”. Infatti, nel migliore dei casi, l’Italia potrebbe ricevere sussidi, tra il 2021 ed il 2024, pari al 1,4% del Pil. Comunque da rimborsare negli anni successivi attraverso maggiori tasse sulle imprese italiane o maggiori contributi al bilancio Ue. Monti è un economista e non può non sapere che l’impatto macroeconomico di quei numeri è insignificante, rispetto ad una caduta del PIL che veleggia verso il 15% nel 2020.

Si comprende che il Presidente Conte cerchi di evitare un voto su una risoluzione, quando si recherà in Parlamento in vista del Consiglio europeo. Ma è la legge che glielo impone. Una legge introdotta nel 2012 proprio per rafforzare il ruolo del Parlamento nell’indirizzare la politica europea del governo e nel contempo rafforzare il capo del governo in sede di negoziato europeo, perché egli può far valere che in qualche modo il suo parlamento gli ha legato le mani. 

Ebbene, io credo che il Presidente del Consiglio, rispettando la legge e senza schivare un dibattito parlamentare difficile, possa però trasformare questa potenziale forca caudina in una chiamata di tutte le forze politiche ad una prova di responsabilità, in un momento in cui l’Italia deve decidere se perdere non solo importanti risorse finanziarie, ma anche la faccia.

Il Senatore, quando vuole, le cose le sa e le dice. E qui c’è un fermo richiamo al passaggio più volte finora eluso. Quello di un voto del Parlamento su una risoluzione prima del Consiglio Europeo. Stupisce però che, secondo lui, significhi “perdere la faccia” non accedere ad un prestito concepito come ultima spiaggia per Paesi che non hanno accesso ai mercati. La faccia, probabilmente, la perderemmo se richiedessimo il Mes, dichiarando di essere un Paese la cui stabilità finanziaria e a rischio (come testualmente recita il documento di richiesta).

Andrebbe predisposta nei prossimi giorni e poi, dopo le comunicazioni di Conte, presentata e messa ai voti una proposta di risoluzione tale che possa raccogliere il sostegno più ampio delle forze politiche della maggioranza e delle opposizioni. Dovrà fare cenno al Mes, ma senza pregiudicare ancora le posizioni dei diversi partiti sull’attivazione o meno. Ritengo che all’Europa basti sapere da Conte che il suo governo, con un ampio appoggio del Parlamento, non rifiuta pregiudizialmente di attivare anche il Mes, nell’ambito della gamma di strumenti che l’Europa sta varando.

Una volta ottenuto un buon risultato negoziale, senza indebolirsi da sé con tifoserie pro e contro Mes, il Parlamento, su proposta del governo, prenderà le sue decisioni al riguardo tra qualche mese.

Monti ritiene che la posizione negoziale forte e condivisa possa attestarsi sul “non rifiuto pregiudiziale del Mes”. Ammesso e non concesso che intorno a questa posizione si possa trovare un consenso – infatti il Mes non è oggetto di rifiuto pregiudiziale, ma di rifiuto ben ponderato sulla base dei suoi tratti giuridici e finanziari – non si capisce come questa foglia di fico possa celare le posizioni in campo. Secondo Monti basterà questo artificio verbale per ottenere un “buon risultato negoziale”, secondo noi potrebbe non bastare.

A quel punto, il tema Mes avrà probabilmente perduto alcuni dei suoi aspetti totemici e potrà prevalere il pragmatismo. Io ad esempio, se il senatore Salvini permette, vedo in parte come lui questo tema. A lui piace il ricorso al risparmio degli italiani per finanziare la ripresa dell’Italia. Anche a me, infatti in marzo su queste colonne ho proposto l’emissione di Buoni per la Salute Pubblica. Senza chiamarli così, il Tesoro da allora ha emesso grandi quantità di titoli di questo genere. Però, senatore Salvini, dobbiamo riconoscere che possono risultare parecchio costosi, soprattutto se indicizzati all’inflazione o al Pil.

Anche a me, come a Salvini, pare cosa buona e giusta che la Bce compri titoli degli Stati. Nel 2012, quando la Bce esitava a compiere questo passo temendo comprensibilmente le reazioni critiche della Germania, mi sono adoperato con altri governi perché la Merkel togliesse la sua opposizione, liberando così l’azione di Draghi. Ma lei converrà, senatore Salvini, che la Bce non può diventare una “Banca quasi d’Italia”, come lei in certi giorni vorrebbe.

Non credo ci sia un modo migliore per ammettere le crepe e le disfunzionalità della costruzione europea. Monti ammette che, molto meglio dei prestiti del Mes, sarebbe emettere titoli pubblici acquistati poi dalla Banca Centrale, come sta accadendo in tutto il mondo. Purtroppo non abbiamo una Banca d’Italia e la Bce non può diventarlo. Una clamorosa ammissione che merita di essere sottolineata.

Neanche a me piace, del Mes, la condizionalità macroeconomica e di finanza pubblica esibita in particolare nei confronti della Grecia. Giorgia Meloni che appoggiava il governo dell’epoca, così come la Lega e il nascente M5S che lo guardavano in cagnesco, ricorderanno che allora abbiamo chiamato le forze politiche e sociali ad una responsabilità condivisa, perché l’Italia “si salvasse da sé” , senza mettersi tra le braccia del Mes e della troika.

Monti conosce così bene il Mes da essersi battuto per evitare di ricorrervi. Lo ammette candidamente. Ed il Senatore non può non sapere che “la condizionalità macroeconomica e di finanza pubblica” è immanente al Mes, perché è scolpita nel Trattato istitutivo.

Ma è ormai acclarato che la linea di credito del Mes ora creata per far fronte alle conseguenze della pandemia avrà come unica condizionalità che i fondi siano spesi per le finalità dichiarate. E questa condizionalità, meno male che c’è. Alcuni però temono che poi, in corso d’opera o addirittura ad opera compiuta, un Paese che abbia incautamente messo le zampe nel Mes si troverà intrappolato, perché comunque dovrà dimostrare di adempiere alle condizioni stabilite dalla Ue in materia di disavanzo, debito, eccetera. Questo è vero, o almeno lo sarà quando le norme sul patto di stabilità temporaneamente sospese verranno reintrodotte. Ma queste norme derivano non dal periglioso transito nella vorace gola del Mes, bensì dall’appartenenza alla Ue e all’euro. Del resto, il momento e il metodo convenuti in sede Ue per queste verifiche prendono nome di “semestre europeo”. E le risorse non-Mes, quelle per intenderci che verranno dal “buon” Recovery fund, dovranno nel loro utilizzo conformarsi alle priorità concordate tra la Ue e il Paese proprio nell’ambito del semestre europeo.

Questo passaggio sorprende in negativo. Infatti è vero che le condizioni del “semestre europeo” presto ritorneranno ad applicarsi. Ed è anche vero che tutti i fondi europei sono legati a delle condizioni. Ma il Mes possiede qualcosa di più. Ed è il sistema di allerta post erogazione disciplinato dall’articolo 14 del Regolamento 472/2013, oltre che dall’articolo 13 del relativo Trattato. Per nulla attenuato dalla “letterina” (con le promesse di “non applicazione”) dei Commissari Dombrovskis e Gentiloni che però riguarda solo la “sorveglianza rafforzata” che vige dalla decisione di accesso al prestito fino alla sua erogazione. Da non dimenticare, infine, la valutazione di sostenibilità del debito, che caratterizza ogni rapporto di sorveglianza post programma, come spagnoli e portoghesi sanno bene. E ci vorrà poco a dichiarare il nostro debito non sostenibile, perché potremmo dichiararci non disponibili a sottoporci ad avanzi primari di bilancio pubblico che potrebbero far impallidire quelli richiesti alla Grecia. Il Mes possiede un’arma formidabile per condizionare la politica economica del nostro Paese, molto più degli strumenti del “semestre europeo” che sono infatti lettera morta da ben 7 anni, col loro stantìo rituale di raccomandazioni e piani nazionali di riforma che nessuno attua e per i quali la sanzione della procedura d’infrazione è una pistola ad acqua.

Il Parlamento dia a Conte un mandato forte, impegnativo ; sia poi esigente nel verificarne l’adempimento. Menzioni il Mes in modo laico, senza preclusioni, con riserva di decidere in un momento successivo. Proprio ora che l’Italia – dopo tanti anni, per merito di molti, forse perfino delle ruvide critiche dei sovranisti – ha ottenuto ascolto in Europa, non immiseriamoci in mortificanti diatribe di retroguardia.

Monti ammette lucidamente che la politica improntata alla subalternità nei rapporti con la Ue non ha prodotto alcun risultato in termini di ascolto. Le “ruvide critiche dei sovranisti” – qualsiasi cosa significhi, poiché sarebbe meglio parlare di “costituzionalisti” – sono quindi servite e non sono più oggetto di derisione.

Propone un metodo condivisibile ed auspicabile che, se fosse stato applicato negli ultimi 28 anni, ci avrebbe visto porre il veto a quasi tutte le decisioni, da Maastricht in avanti, passando per Lisbona. Il metodo è quello della “laica” verifica di convenienza secondo gli interessi nazionali, e non secondo gli inesistenti “interessi europei”, così come hanno sempre fatto tutti i Paesi Ue. Tranne noi, inebriati da un sogno europeo che, in numerose occasioni, si è tradotto in una realtà dannosa per lo sviluppo ed il benessere dell’Italia.

Ben venga il suo metodo, Professore!.

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