L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 luglio 2020

NoTav - vogliono piegare la comunità ma sono trent'anni che non ci riescono. La Torino-Lione esiste già e passa per il Frejus

italia


Presidio NoTav in Clarea: una valle in mobilitazione permanente

di redazione
30 giugno 2020

Presidi, flash mob, proteste: il movimento No Tav si attiva contro l’allargamento del cantiere in forme combattive e plurime, segnando l’inizio di una estate di mobilitazioni e di resistenza

Nel giro di pochi giorni la lotta contro il raddoppio della linea Torino Lione, vera spina nel fianco di decine di governi dagli anni ’90 a oggi, è tornata alla ribalta. Mercoledì 16 è uscita nei media nazionali la notizia del parere della Corte dei Conti dell’Unione Europea rispetto all’opera e il giudizio è stato impietoso, come abbiamo raccontato anche su Dinamo. In seguito, all’una di notte tra domenica 20 e lunedì 21 le ruspe sono tornate a muoversi nel cantiere in Val Clarea per espandere l’attuale perimetro dei lavori. Nel progetto di espansione, necessario per poter allargare il tunnel, verrebbe demolita un’area denominata “dei mulini” composta da antiche case diroccate, alberi e spazi verdi a pochi metri dal torrente che dà il nome alla valle. In quell’area da sabato 19 è iniziato un presidio di attivisti e attiviste No Tav e il movimento si è dichiarato, da allora, in stato di mobilitazione permanente.

In una settimana intensa le occasioni di protesta sono state numerose, nei confronti sia del cantiere che del dispiegamento violento di forze dell’ordine in Valle, percepite dalla popolazione come vere e proprie truppe di occupazione. In varie occasioni il movimento ha dimostrato una volta in più la propria capacità di attivazione, nonostante i media nazionali e i governi che lo hanno dichiarato morto decine di volte negli ultimi anni.

Al presidio dei mulini, da sabato 20 giugno ogni giorno si sono alternati decine di persone giovani e meno giovani pronte difendere quel pezzo di terra.

Il movimento No Tav, raccontano, esiste grazie alla preparazione nel tempo e allo studio del territorio e infatti l’area dei mulini, abbandonata da decenni e lasciata alla vegetazione, mesi fa era stata preparata, sfalciando i rovi e rendendola una base di appoggio adeguata alla sfida. Era stato chiarito, infatti, che secondo le mappe del progetto, impossessarsi di quell’area sarebbe stato essenziale per i costruttori, ai fini dell’allargamento del cantiere.


Da sabato 20, sono state calcolate presenze di circa 1300 unità tra polizia, carabinieri e guardia di finanza dispiegate ad assediare per tre lati il perimetro del presidio costruito e barricato attorno all’area dei mulini, impedendo l’accesso a chiunque. L’unico lato lasciato libero è quello della montagna che è impervia in quella zona. Infatti, per portare provviste e dare il cambio a chi dorme ai mulini si devono percorrere per ore scoscesi sentieri nei boschi. Per alcuni giorni sono stati dislocati nei boschi della Clarea i Cacciatori di Sardegna, corpo speciale dell’esercito per operazioni in montagna, per impedire ad attivisti e attiviste di arrivare al presidio, ma a nulla è servito: il cambio è continuato e la vita al presidio pure, arricchita ogni giorno di una idea o un progetto in più per rendere l’area migliore e più sicura.

Non solo, mentre di giorno le forze di polizia che assediano il presidio ai tre lati si mantengono relativamente tranquille, ogni notte fingono a più riprese di tentare l’ingresso nell’area avvicinandosi in antisommossa e dispiegandosi per tutto il perimetro, minacciando chi vigila sulle barricate con fari, torce e scudi. Quando questo accade i resistenti si attivano montando sui tetti, sugli alberi e incatenandosi ai ruderi dei mulini. Nelle notti più tese alcuni di loro sono dovuti rimanere così fino al mattino. Venerdì 26 Telt, il consorzio di imprese che costruisce l’opera, ha dichiarato in un comunicato stampa che i lavori di allargamento previsti sono al momento conclusi. Non si comprende però la ragione del dispiegamento di forze dell’ordine che continua in modo così pesante ad assediare il presidio senza cenni di allentamento.

Vi sono alcune pratiche che hanno sempre contraddistinto il movimento No Tav fin dalla sua nascita e una di queste è quella di creare un presidio, cioè uno spazio che è insieme resistenza, difesa della terra e socialità.

Ve ne sono ancora molti in valle e tanti ce ne sono stati in questi trenta anni di storia. Il movimento No Tav ottenne la sua più grande vittoria a Venaus nel 2005 proprio in seguito allo sgombero di un presidio, mentre in questi giorni ricorre la memoria dello sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, il 27 giugno 2011, avvenuto in modalità degne della peggior dittatura, con centinaia di lacrimogeni, ruspe, arresti, materiale distrutto, tende tagliate o in cui le forze dell’ordine defecarono all’interno quando ne presero possesso. Costruire e difendere un presidio è pertanto una pratica politica tramandata negli anni e proprio per questo, oggi, in molti ti dicono che ai mulini rivive lo stesso spirito sociale e collettivo e la stessa determinazione che ragazzi e ragazze di vent’anni hanno visto nelle loro sorelle e fratelli maggiori che hanno animato la Maddalena o Venaus. Il presidio, nonostante l’assedio, vuole continuare tutta l’estate e sono già molte le iniziative programmate per sostenerlo e potenziarlo.

Nel weekend il movimento però ha trovato anche altre forme di lotta per allargare il fronte e per permettere di protestare anche a tutti coloro che non riuscirebbero ad arrivare ai mulini e trascorrervi la notte. Ogni sera alle 19, tra cori e bandiere, si è passeggiato fino al cancello che impedisce l’accesso all’area del cantiere lungo la mulattiera da Giaglione, più volte durante il giorno ci sono stati flash mob di protesta contro le forze dell’ordine che, essendo in numeri così consistenti, hanno riempito pizzerie, hotel e ristoranti a Susa e a Rosta, mentre una grande l’assemblea popolare venerdì 26 ha visto ritrovarsi a Bussoleno le tante anime del movimento che hanno condiviso idee e progetti di mobilitazione per una estate che sembra tutt’altro che pacificata.

Domenica 28 invece vi sono state tre proteste. In mattinata all’ingresso del cantiere dal lato di Chiomonte le donne No Tav hanno fatto la performance “El violador eres tu” ispirata dal collettivo cileno Las Tesis. Nel pomeriggio invece si è svolta una passeggiata attorno all’area di San Didero che dovrebbe trasformarsi nel nuovo autoporto, opera accessoria e preliminare del tunnel di base che alla fine ha anche bloccato la statale.

Hanno partecipato in centinaia, incluse famiglie, bambini, e anziani. In serata, altra passeggiata resistente fino alla barriera che chiude la mulattiera di Giaglione.

Incontriamo Guido Fissore, attivista storico del movimento, a conclusione del corteo di San Didero: «Non pensavo saremmo stati così tanti oggi, visto che da giorni che ci sono due iniziative quotidiane oltre al presidio dei mulini, l’indignazione è forte. Abbiamo voluto dare un segnale chiaro della risposta che la valle può dare davanti a una vera e propria occupazione militare dei propri territori. Telt ha detto che hanno concluso i lavori ma la presenza di forze dell’ordine non accenna a diminuire. Credo che si stiano muovendo in questa maniera anche per reagire alla sentenza della Corte dei Conti dell’Unione Europea. La sentenza è un completo avallo a quanto ha sempre detto il movimento No Tav e dice anche una cosa fondamentale: è un’opera contro il clima, perché ci vorranno 50 anni per compensare le emissioni prodotte nella costruzione della linea ferroviaria, mentre sappiamo che ci rimangono meno di dieci anni per invertire drasticamente la rotta sulle questioni climatiche. Nei giornali mainstream, però, si è sottolineato solo l’elemento del “ritardo” nell’esecuzione dell’opera. Proprio per questo vogliono forse dimostrare che l’opera sta andando avanti con le modalità eclatanti di questi giorni».

La vicenda che ha attraversato questa valle e che ha fatto nascere il movimento popolare più longevo della nostra storia recente è pertanto tutt’altro che conclusa. Al contrario, in molti sperano di trovare linfa ed energia anche nell’estate che sta arrivando e che permetterà come ogni anno a tante e tanti di recarsi in Valsusa a partecipare e a condividere lotte e resistenze, magari proprio grazie alla socialità che si costruisce attorno al falò di un presidio.

Nessun commento:

Posta un commento