L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 15 luglio 2020

Per l'Italia ci sono strategie per uscire dal Progetto Criminale dell'Euro, per avere la bara dritta del timone della Strategia del Mare Nostrum, non è certo quella di questa classe dirigente di questa classe politica. Prendere coscienza di ciò è il primo passo per iniziare progettualità alternative


L'Unione dei Fantastiliardi e le elezioni americane

di Guido Salerno Aletta
9 luglio 2020

Ma dietro la muleta degli aiuti a costo zero c’è lo stocco delle riforme sotto dettatura

L'Europa è al bivio: cerca di rafforzarsi a tutti i costi, perché la crisi in atto può decretarne la fine, sospinta verso la dissoluzione dalla rielezione di Donald Trump.

Siamo ancora un campo di battaglia, un crocevia geopolitico cruciale per le strategie americane, che si ribaltano in continuazione, passando da una Presidenza all'altra.

Anche stavolta, c'è conflitto profondo che accompagna la campagna per le Presidenziali americane di novembre: la rielezione di Donald Trump è fortemente osteggiata da chi la considera un increscioso incidente della Storia, da chiudere al più presto possibile.

L'Unione europea è consapevole della necessità di usare la crisi sanitaria in corso per trasferire ancora una volta nuovi poteri straordinari a Bruxelles: tanto più sarà grave la situazione economica e finanziaria, tanto più saranno indispensabili gli aiuti europei.

A Bruxelles gongolano, ma forse si illudono. Con Trump rieletto alla Presidenza, la Storia dell'Unione non si ripeterebbe come è stato finora, perché gli equilibri globali sono cambiati: il nemico dell'Occidente non è più la Russia sovietica, ma l'espansionismo cinese.

L'Unione europea non serve più agli Usa, è solo un retaggio del passato, quando costituiva lo strumento economico che teneva insieme il blocco militare euroatlantico fondato sulla Nato.

Quando c'era il pericolo comunista, la Germania aveva il ruolo di contrafforte rispetto alla presenza sovietica in Europa. Un ruolo centrale, confermato dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, voluta a tutti i costi da Ronald Reagan per azzoppare definitivamente l'URSS ed il suo ruolo di antagonista in Europa: il problema americano era rappresentato dalla necessità di far aderire tutti i Paesi ex-comunisti all'Unione europea. Le frontiere della Nato si sarebbero poi spostate velocemente a ridosso della Russia. Da questa strategia derivò l'affidamento alla Germania, nel 1992, del ruolo di aggregatore economico dei Paesi ex-comunisti ed alla Unione europea il compito di fornire loro un mercato di sbocco e sussidi finanziari senza fine. Il post-comunismo lo abbiamo pagato noi.

Con la Presidenza di Bill Clinton, nel 1997, fu ancora una volta la Germania a prendere l'iniziativa politica: bisognava smantellare la Jugoslavia. E fu il riconoscimento tedesco della indipendenza da Belgrado, che era stata proclamata da Croazia e Slovenia, quest'ultima sostenuta ancora una volta dal Papa polacco, che scatenò il conflitto. Fu dichiarata una guerra umanitaria contro la Serbia, accusata di aver iniziato una orribile pulizia etnica contro i musulmani in Kosovo. Un altro pezzo di comunismo saltava in aria, dando spazio anche alle ambizioni della Germania di estendersi nell'area dei Balcani meridionali.

Non fu casuale neppure la crisi della Grecia nel 2010, detonata con un duplice default del settore statale e bancario, nel 2010, mentre i Premi Nobel americani insistevano in coro affinché Atene si prendesse una "vacanza dall'euro": occorreva dimostrare al mondo intero che l'adesione all'Eurozona è un processo reversibile e gestibile.

Fu allora che la Germania si irrigidì con gli Usa: l'euro rappresenta lo strumento con cui controlla le dinamiche monetarie e finanziarie dell'Unione, con cui evita svalutazioni competitive da parte di partner temibili come l'Italia e con cui esporta in giro per il mondo approfittando di una valuta sottovalutata. A nulla valsero le richieste di Barack Obama, che chiedeva comprensione per la Grecia: il recupero della economia di Atene poteva passare da una uscita dall'euro, con la adozione di una Nuova Dracma, una svalutazione che avrebbe riportato in pareggio i conti con l'estero e ridotto il valore dei debiti esteri. Non ci fu nulla da fare: il pareggio di bilancio che era stato imposto dagli Usa alla Germania sconfitta, e che era stato subìto per decenni dovendo ricostruire tutto senza poter contare sul deficit spending, doveva essere imposto anche ad Atene.

Non solo fu imposta alla Grecia una terribile austerità, ma venne esteso a tutti i Paesi dell'Eurozona, con il Trattato sul Fiscal Compact, il vincolo del pareggio di bilancio, lo Schwarz null tedesco. La deflazione salariale con le Riforme Hartz, introdotte in Germania nei primi anni 2000 dal Cancelliere socialdemocratico Schroeder per riconquistare competitività, doveva essere una guida per tutti.

Le Primavere arabe volute dal Segretario di Stato Hillary Clinton, che hanno sconvolto il Mediterraneo per via del cambiamento di regime in Tunisia, Egitto e Libia e con una interminabile guerra civile in Siria, servivano a creare un'area di turbolenza a Sud dell'Europa, e soprattutto a smantellare la prospettiva della Unione euro-mediterranea che era stata messa in campo nel 2008, con l'avallo del precedente Presidente americano G. W. Bush, dai Premier di Italia e Francia, Sarkozy e Berlusconi, che avevano chiuso le rispettive controversie coloniali con l'Algeria e la Libia. L'Italia aveva addirittura firmato un Trattato di particolare amicizia, con cui si impegnava a difendere l'integrità territoriale della Libia ed a non consentire attacchi militari alla sua indipendenza. La Presidenza Obama, ritirandosi dai teatri di guerra, Iraq ed Afganistan, doveva creare aree di instabilità nel Mediterraneo per evitare una proiezione dell'Unione europea verso Sud: e così è stato, visto che ora sia in Siria che in Libia si confrontano la Russia di Vladimir Putin e la Turchia neo Ottomana guidata da Recep Erdogan.

L'idea franco-tedesca di costruire una Europa politica sottoposta alla loro guida, e che fronteggi sul piano internazionale gli Usa, la Russia e la Cina anche con un proprio esercito, potrebbe rivelarsi una pia illusione: la rielezione di Trump segnerebbe la fine della strategia americana volta alla creazione di un blocco euro-atlantico, in funzione antisovietica, deciso sin dopo la fine della guerra.

Ora la priorità americana è quella di costruire un'area volta a confinare la Cina, con una Anglosfera che metta insieme Canada, Gran Bretagna, India, Pakistan, Australia, e Nuova Zelanda, riducendo per quanto possibile le relazioni intrattenute dal Giappone e dalla Corea del Sud, e naturalmente sbriciolando l'Unione europea. La Germania non serve più: la Polonia, disponibile ad ospitare truppe americane della Nato, è più che sufficiente ad isolare la Russia. Il sogno tedesco, di diventare il motore della industrializzazione russa, può essere rimesso nel cassetto. Anche la dipendenza energetica della Germania dal gas russo è, per gli Usa, un punto di frizione ineliminabile.

Finora, l'Unione è stata utilizzata per mettere in riga i singoli Stati europei, ma non è sicuro che questo paradigma si ripeta ancora.

La crisi sanitaria dell'inverno scorso è arrivata come una manna dal cielo: sia per mettere i bastoni tra le ruote alla rielezione di Trump che per trasferire altri poteri a Bruxelles.

Mettiamo in fila gli eventi.

Ancora a gennaio scorso, l'economia americana tirava con forza ed il Presidente Donald Trump non faceva altro che rimbrottare la Fed affinché riducesse i tassi di interesse per non smorzare la crescita economica. Lo scontro economico e geopolitico con la Cina non lasciava spazio ad alcun accomodamento nonostante il rinvio di un incremento dei dazi volto ad evitare un rincaro sotto le festività natalizie dei prezzi delle merci importate. La prospettiva di una rielezione era data per certa, anche a causa si un candidato democratico in condizione.

La Gran Bretagna, guidata dal Premier Boris Johnson che aveva stracciato l'opposizione laburista con una snap-election, aveva portato a termine la Brexit, che Theresa May aveva portato nel pantano.

La crisi sanitaria è stata gestita con brutalità: ha cominciato la Cina, con il lockdown di Wuhan; è seguita l'Italia e poi la Francia, che si erano appena date la mano nell'Incontro di Napoli. Gli altri, a seguire, con un vorticoso ed irrefrenabile battage dei media.

Negli Usa, la Presidenza Trump ha ottenuto dal Congresso provvedimenti inusitati a favore delle famiglie, mentre la Fed ha immesso liquidità infinita per sostenere le quotazioni ed il credito. Gli scontri razziali sono riesplosi, ad orologeria, dopo l'uccisione di un afroamericano nel corso di un arresto a Minneaopolis da parte di un bianco agente di polizia, mettendo nel mirino ancora una volta i colonizzatori, gli schiavisti, i suprematisti e le loro nefandezze: è partita una sorta di chiamata alle urne per la minoranza afroamericana, assai poco attirata dalla candidatura democratica di John Biden. Non è certo evocativa, come lo era stata quella di Barack Obama che proclamava: "Yes, we can!": non andranno a votare per Biden, ma contro Trump.

La emergenza sanitaria, che è economica, finanziaria e sociale, deve dunque aggravarsi: ai suoi tifosi serve per contrastare la rielezione di Trump e per forzare la mano a favore della Unione europea.

La Bce tiene intanto sotto ghiaccio i mercati: il programma PEPP serve a coprire il lasso di tempo necessario a mettere in piedi il trasferimento di nuove risorse, competenze e poteri a Bruxelles.

Anche in Italia, si fanno tanti annunci ma si conclude ben poco: ci servono a tutti i costi il Recovery Fund, il programma SURE, naturalmente il MES-sanitario e gli interventi della Bei. Costeranno assai più della sovranità fiscale e di quella monetaria, ormai perdute.

Fa sorridere, vedere l'Unione che si divide tra i Paesi Frugali del Nord e le solite Cicale Mediterranee. Sono quinte di cartapesta: ancora una volta, il destino dell'Europa si decide negli Usa, con le elezioni di novembre.

L'Unione dei Fantastiliardi e le elezioni americane.

Ma dietro la muleta degli aiuti a costo zero c'è lo stocco delle riforme sotto dittatura.


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